Trottoir a vermeti

Come un trottoir a vermeti

la mia pelle spessa

è una corazza impenetrabile

irremovibile

ma a tratti pusillanime

e strato su strato

inviluppa i residui

gorgoglii dell’animo

 

Alghe e molluschi si rincorrono

negli anfratti nascosti

con la speranza di passare inosservati

ma è facile scoprirli –

inadeguati dopo la marea

 

e li  dove la linea delle onde basse

massaggia dolcemente

queste mie concrezioni ciniche

aspetto sempre che il solito timido moto

l’ennesimo stimolo stolto

riaffiori in superficie

ammorbidendo i gusci

di queste conchiglie bisbetiche

 

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Quando muore la bellezza

Quando muore la bellezza

la morte sembra un pò più morte

quei quattro astri accesi

si fanno più piccoli e lontani

refrattari all’ennesimo spasimo

e nel cupo di un ammanto sbiadito

galleggia il languore

 

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When beauty dies

When beauty dies

death seems to be more death

four stars turned on

make themselves smaller and farther

unwilling to our agony

and in the dark of a faded mantle

our listlessness floats

Risveglio

Sfogli ancora il catalogo ikea
mentre sforzi i tuoi sfinteri
la solita cena improvvisata.

Prima o poi regolarizzerai la tua dieta
la piramide alimentare
le fibre
i liquidi
eccetera
eccetera

Ammiri un sorriso svedese
quella casa tra i boschi
il lago bagnato dal sole
i bambinetti che corrono allegri
la colazione pronta abbondante
eccetera
eccetera

Fuori piove
le piastrelle anni ’50
non danno calore
il caffè si è freddato
il pane raffermo
eccetera
eccetera

Schifo

300 pagine di carta riciclata
300 pagine di vita riciclata

Amarcord greco

Un duplice fronte di nostalgia mi sorprende puntuale, per me malinconico incallito, tra queste arcadiche lande greche, che come due lame di forbice, lentamente si dischiude,  attanagliandomi all’imbrunire. Sono lame non affilate, quasi morbide e con punte arrotondate, ma che, seppur leggero, un segno lo lasciano comunque.
Da un lato spingono i luccichii  argentei delle  foglie d’ulivo nelle valli, i gradini sfaldati dei teatri antichi, i bianchi mandorli in fiore, gli odorosi giardini di agrumi, gli aspri pendii collinosi, le colonne doriche in riva al mare,  le spume del mare e il libeccio che le anima, così simili a quelle della mia terra natia, quella Sicilia così greca nella sua indole più profonda.
Più forse una suggestione, una constatazione malinconica della familiarità dei paesaggi e di una vicinanza culturale e ambientale tra queste due terre mitiche.

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Da l’altro invece si fa strada una nostalgia temporale (e qui la cicatrice lasciata dal dolce taglio potrebbe farsi più dolorosa) che si infiltra nei meandri dei tempi andati, in particolare quelli così distintivi dell’adolescenza, epoca della vita destinata a permeare il nostro spirito in maniera indelebile.
Per me liceale ‘classicista’, difatti, questi templi e questi vecchi ruderi sepolti dal tempo, i nomi celebri che faccio quasi ormai fatica a leggere, i miti , le leggende, le storie perse chissà in quali cassetti dei ricordi, premono e affondano fino ad arrivare a quegli anni, quando tra un Aristotele e un Erodoto, tra una legge Sotera e un aoristo, la campanella scandivano le ore del mattino, in quella strana architettura escheriana che ho spesso fatto fatica a comprendere (chissà, magari ispirata da Dedalo).

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Innumerevoli fermo-immagine si affollano repentini, e si fanno spazio in un tenero volo pindarico: i compiti in classe che raramente ho fatto copiare (stronzo!); le mie inopportune intemperanze e gli esortativi ‘Galfio devi essere più umile’ caduti spesso nel vuoto;  i miei capelli lunghi fino al culo e quell’aria da bohemien che cercavo di darmi tra un’assemblea di istituto, un’ora di religione, un ballo di fine anno e una gita d’istruzione (senza apostrofo?!); i baci soavi, quelli rubati tanti altri non dati; le amicizie, gli amori e le passioni che solidamente si formavano, e, che quando è andata bene, sono rimasti; il mangianastri che senza sosta consumava i miei album preferiti (e che lo sono ancora adesso); il morettone da 66 dieci minuti prima dell’esame di maturità; la sveglia controvoglia e il caffelatte già pronto ma sempre troppo bollente; le esuberanze alcoliche che di notte leoni di giorno coglioni; i primi giri di basso, le prime tele, le prime poesie all’insegna dell’arte totale: ’giorni passati a rincorrere il vento’ con la consapevolezza attuale di quanto ‘si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età’…Potrebbe pure essere che l’incalzare del tempo mi stia giocando brutti scherzi ma ripenso a quell’adagio di Whitehead che diceva ‘Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone’,  e parafrasandolo mi viene da pensare come anche la nostra vita non sia una serie di note a margine degli anni più incoscienti e spensierati dell’adolescenza…

 

Panni stesi

adattarsi a forme melliflue
che con rigore si stendono
tra i panni stesi al vento

ti seguo con lo sguardo tra le pieghe
delle lenzuola consunte
ma non ci sei già più

nel fumo volubile della notte
hai dimenticato di dirmi
che domani non verrai

Si continua a fluire
e io non ho mai davvero
saputo il tuo nome

Incipit 3 – stanza d’albergo

“Avevo una battaglia aperta contro il caos, avevo un’innata voglia di mettere a bada le cose: ecco tutto! si è vero, da giovani si è sempre un po’ testardi e intransigenti, ma mi chiedo cosa resta adesso del mio tormento giovanile, degli anni di lotta e rancore, di tutti quegli sguardi incrociati senza proferire parole. Fiero sul cammino mi ergevo non curandomi delle emozioni. Supino adesso mi ritrovo tra acciacchi e fameliche voglie non soddisfatte“

Continuava a pensare a come continuare e se davvero continuare. Quello non era certo il posto migliore per prendere decisioni: quell’albergo, come ogni albergo, sapeva di vuoto e nostalgia. E l’ordine della stanza, il suo lineare e prevedibile rigore, che un tempo avrebbero esaltato il suo vigore, adesso lo rendevano confuso, triste,  attonito.

Si girò di lato lentamente, i suoi pensieri sprofondarono inerti sul morbido cuscino e la sofficità dell’amalgama lo liberò per un attimo di quell’ansia che covava dentro. Un attimo che probabilmente gli salvò la vita.

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Il velo della Sposa

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Rivedo il velo della Sposa perduta
nel ghiacciaio del Brouillard
con i suoi crepacci sfaldati
che rilasciano spume di inquietudine
come grinze di chiffon
in piena crisi estiva

vorrei ficcare il mio capo
tra quei ghiacci tiepidi
lontano dai rumori
concentrarmi sul suono della terra
che indolente rutila
insensibile alle nostre miserie

Ma so che piangerò ancora nella notte
nel mio letto comodo rivedendo
in quel quadro confuso di Chagall
tutti gli amori
che si spengono impotenti

Lacrime non di dolore
di colpa, di rancore
Ma lacrime di tenerezza
caldo anestetico
per i miei occhi nevrotici

Gli stessi che oggi
tristi ma pieni di vita
mirano le guglie nere di roccia
slanciate verso il cielo terso

e mi figuro un pò più su

 

Veil of the Bride

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I see the veil of the lost Bride
in the glacier of Brouillard
with its cleaved crevasses
releasing spume of anxiety
as chiffon wrinkles
in full summer crisis

I would stick my head
in these lukewarm ice
away from the noise
concentrating on the sound of the earth
that shines,  indolent
insensitive to our miseries

But I know I will still cry tonight
in my comfortable bed reviewing
in the confused painting of Chagall
all loves
going out helpless

No tears of sorrow
guilt, resentment
But tears of tenderness
hot anaesthetic
for my neurotic eyes

The same today,
that, sad but full of life
aim to black rock spikes
soaring to terse skies

and I image myself a bit more above