L’arte liquida del Correggio

Sarà grazie alle infantili assonanze del suo nome, ma, da quando lo conosco, Correggio mi ha sempre fatto simpatia. E qualche giorno fa, dopo aver visitato Parma, alla simpatia si è aggiunta anche un po’ di ammirazione.

Quando penso ad alcuni artisti, ciò che ho in testa sono dei semplici tratti distintivi, forse un particolare che hanno scelto solo per farsi guardare; per esempio di Raffaello ricordo il cromatismo potente; di Michelangelo le statuarie figure muscolardose; di Morandi la pace delle sue nature morte e così via.
Di Correggio ricorderò la liquidità.
Baumann diceva che la società contemporanea è “liquida”, cioè flessibile, precaria, sottomessa ad una evoluzione sfrenata e continua, e manchevole di “pilastri indicatori” stabili.
Prendete adesso le figure del Correggio.
Non sono mai nette e perentorie, sembrano lì solo per qualche istante, precarie e pronte a fuggire, stanche di essere ammirate. Non hanno tratti netti, i loro occhi sono spesso solo abbozzati, sono quasi liquefatte. Guardate la figura del Cristo nel Compianto (qui sotto), la morte non ha pietà neppure di lui, il suo viso sta per squagliarsi, decomporsi. Il dolore delle Marie, la madre e la Maddalena, deforma il loro volto, le rende figure umane, inermi e senza più pilastri a cui appoggiarsi. Ma sono liquide anche per un altro motivo, più intimo: essere liquidi permette loro di permearsi nell’altro, di soffrire con l’altro. Nella mano di Maria che affonda nel petto del figlio, non esiste più un confine netto tra il me e il te.

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Compianto sul Cristo morto, Galleria nazionale (Parma)

 

Ma non è solo la morte a generare la liquidità nel Correggio. Se procediamo a ritroso nella vita del Cristo, circa 33-32 anni prima, adesso è la vita a trionfare. A parte un San Girolamo la cui bocca suadente avrebbe costretto il Lombroso a dargli del delinquente e pedofilo, le figure in gioco sono le stesse: Maria, Gesù e Maddalena. In questa trinità ricorrente, tutti un po’ più giovani, tutti ancora timidamente ritratti, senza pupille e dagli occhi spenti, figure precarie e dolci che aspettano solo che tu vada via per potersi finalmente mettersi comode. Maria non osa neppure guardare, è quasi scocciata di vederci lì a fissarla.

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Madonna di S.Girolamo, Galleria nazionale (Parma)

 

Tale ritegno non è neppure celato dai putti negli affreschi della Camera della Badessa al Monastero di San Paolo: scappano di qua e di là, si nascondono dietro il pergolato che separa momentaneamente noi dal divino. La loro liquidità è qui piuttosto un simbolo di dinamismo, di continua evoluzione e frenesia, di continuo gioco e scherzo. In tutte queste opere sembra quasi che i personaggi non vogliano più essere “consumati” dal pubblico e per questo fuggono o abbassano lo sguardo. Non sono statue che poco si curano del passante, sono fragili e flessibili, diventano così uno specchio per chi osserva. Non sappiamo più se è il divino a fuggire da noi o noi a nasconderci da esso.

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Camera della Badessa, Monastero di San Paolo (Parma)

Ma la liquidità non si ferma qui. C’è la liquidità intima delle figure, di cui ho appena discusso, e c’è una liquidità differente, di tipo strutturale. Quando penso ad una materia solida ho in mente qualcosa che c’è, ha dei confini precisi, le cui molecole ci indicano chiaramente quando essa termina e quando inizia il resto. Un liquido invece è lì perché qualcosa lo costringe ad essere lì (una bottiglia, un secchio etc). Un’opera pittoria di solito è un solido, raffigura qualcosa e si auto-sostiene. Quando però ho visto alcuni affreschi del Correggio, non ho avuto tale impressione. Il pergolato della camera di San Paolo c’è perché noi siamo lì, separa noi dal cielo; non avrebbe senso senza uno spettatore. Questo affresco diventa quindi liquido, permea gli spazi fino a far divenire parte necessaria dell’opera anche chi guarda, che per questo non è più un semplice spettatore.

E qualcosa di simile accade nel caso degli affreschi della cupola del Duomo di Parma. L’affresco aggredisce l’ambiente circostante, le illusioni ottiche fanno sì che non si comprenda dove finisce l’affresco e dove inizi la realtà. L’affresco non è più un solido. Anche le figure dell’affresco non hanno dettagli iconografici utili per identificarle e neppure la tomba da cui la Vergine fu assunta in cielo è chiaramente visibile. Tali scelte coinvolgono lo spazio concreto della chiesa nell’opera, il passante si vede coinvolto nel vortice di nubi, partecipa all’evento e percepisce ancora una volta (come nel caso della camera della Badessa) la continuità tra mondo terreno e reale e mondo divino e finto degli affreschi. È la liquidità che rende confusi i limiti, che ci fa perdere le certezze, che crea un nuovo mondo, una nuova realtà.

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Assunzione della Vergine, Cupola del Duomo di Parma

Ma se devo dirla tutta, il vero motivo della mia simpatia e della mia ammirazione per il Correggio sta nell’aver avuto il coraggio di rappresentare qualcosa di inconsueto. Come cita la didascalia del Martirio dei santi Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino alla Galleria Nazionale di Parma

Nel 1524, terminati i lavori per la grande impresa decorativa dell’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parla, Correggio viene incaricato dal monaco Placido del Bono di eseguire per la cappella di famiglia posta nella medesima chiesa due tele: il Compianto su Cristo Morto e il Martirio dei Santi Placido, Flavia, Eutichio , Vittorino. Quest’ultima raffigura un soggetto inconsueto: Placido, uno dei primi discepoli di San Benedetto, si recò in Sicilia per evangelizzare e diffondere la regola benedettina e fu ucciso insieme ai fratelli durante un’invasione di infedeli.

Ecco questo soggetto inconsueto mi ha forse permesso di liberarmi, una volta per tutte, di una delle immagini che intorno al 5 ottobre (di ogni anno!) occupa la mia mente in maniera veemente: l’imbarazzante fercolo di San Placido (in basso a destra) che sfila per le vie di Biancavilla.

Insomma grazie a voi, Correggio e Placido del Bono, per la liquidità e per avermi liberato dall’immagine di questo feticcio.

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Martirio dei santi Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino, Galleria Nazionale (Parma)
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Einmal ist Keinmal?

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Per questo motivo posero oltre la volta celeste l’Iperuranio; lì, ben lontane, vivevano le idee immutabili e perfette, un luogo non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. Messa apposto e ben lontana la perfezione, crearono i loro capri espiatori. Li misero sul monte più alto della penisola greca, l’Olimpo, e li dotarono di tutti i difetti che di cui erano a conoscenza.

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Sentivano il tempo scavare le loro rughe e la necessità del conoscere non rendeva leggiadro il loro passo. Così fecero uccidere Kronos (il tempo) e relegare Ananke (la necessità) ad un ruolo marginale. L’Olimpo è una rivolta della leggerezza contro la precisione della legge. Roberto Calasso in Le nozze di Cadmo e Armonia si chiede perché gli Olimpi preferirono il cinto dell’inganno al serpente della necessità. Gli Olimpi e quindi i Greci volevano vivere ciechi e liberi, andare incontro alla morte senza osservarla. Liberi nell’albero di possibilità, incatenati da Eros e dal suo leggero inganno. In fondo tutti sapevano che Zeus non era che un vincitore temporaneo, non aveva ucciso Kronos, lo aveva solo vestito di panni nuovi, sperando in un eterno carnevale. E aveva avuto troppo pietà anche di Ananke; lei sarebbe stata sempre lì, anche dopo di lui, spesso dimenticata e non venerata, il suo vincolo sacerdotale stringendoci dal primo all’ultimo respiro.

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Il vincolo inflessibile di Ananke, che stringe circolarmente il mondo, è coperto da una fascia screziata, che possiamo vedere nel cielo come Via Lattea (R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia)

Historiae referendorum

Il 18 settembre del 2014 fu il giorno del mio 27esimo compleanno. Sicuramente quel giorno avrò pensato che stavo invecchiando ma anche che ero ancora piuttosto giovane. A parte tali pensieri ciclici non ricordo molto di quel giorno, ad esempio non so come e se io abbia festeggiato il mio genetliaco. Ma c’è tuttora un ricordo che non si sbiadisce: la mia speranza nei risultati del referendum in Scozia. Speranza nella vittoria di un Sì. Non sono un esperto di politica britannica, né di politica estera, né tanto meno di politica tout court. Ma ai tempi era a favore di un . I motivi erano forse più istintivi che razionali: l’antipatia che provavo per la regina Elisabetta (soprattutto in quanto regina e non in quanto Elisabetta, ma adesso anche in quanto Elisabetta) e per buona parte degli inglesi insieme all’idea che ho degli scozzesi, bonaccioni sempre obbligati a seguire le regole dettate dai terroni della penisola britannica. Tutti conosciamo il risultato di quel referendum e tutti conosciamo pure la beffa che dovettero subire il 23 giugno 2016 il 45% degli scozzesi che votarono al referendum del 2014 quando furono chiamati ad esprimersi su Brexit. Sì, perché è evidente che nel 62% di scozzesi che votarono Remain il 23 giugno il 45% erano un sottogruppo. Circa due anni dopo dunque un’altra delusione per me: il risultato di Brexit. Anche qui le ragioni erano più personali che oggettive. Non avevo colmato ancora le mie lacune di politica britannica ed estera ma gli scozzesi mi facevano ancora tenerezza. L’antipatia per gli inglesi non era scemata, ma l’idea di (almeno) un’Europa unita mi ha sempre attirato. Insomma il Remain mi sembrava una scelta giusta. Ma anche stavolta feci parte dell’opposizione.

Paul Shepard diceva che la storia è una maniera di percepire l’esistenza umana, e io, da ”buon selvaggio”, vedo la mia storia fluire in maniera ellittica piuttosto che lineare. È quindi normale che un’ennesima delusione politica sarebbe dovuta arrivare. Il primo ottobre la delusione suono al mio campanello. In questo caso avevo già messo il vestito buono e l’aspettavo dietro la porta.

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Dettaglio di Maestà di Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi, Cimabue

A distanza di un mese da quest’ultimo referendum, ho cercato di capire se c’erano ragioni meno emotive per le mie scelte ai referendum in cui non ho votato. Ho riletto intensamente le pagine Wikipedia di Rousseau e Hobbes, i trafiletti de La Repubblica.it, sono andato al musée de Luxembourg per farmi ispirare dal generoso décolleté della Liberté. Ed immerso in quella scena di guerra che è alla base del motto di francescana memoria Liberté, égalité et fraternité, ho trovato un piccolo criterio di scelta:

Un popolo ha il diritto di chiedere l’autonomia e l’indipendenza quando, trovandosi in delle condizioni peggiori rispetto al resto della nazione (o federazione), vuole cercare di migliorare e risollevare la sua situazione economica e sociale.

Questo criterio, per quanto condivisibile e da prendere con le pinze*, esce fuori dalla mia testa adesso; quindi è forse solo il disperato tentativo di dare un senso alla mia emotività. Brexit o Catasalida sembrano andare in direzione contraria al motto francescano (ed al mio criterio). La libertà di scegliere non deve confondersi con la voglia di individualismo emotivo soprattutto nel caso in cui sia volta ad aumentare la disuguaglianza (per esempio economica) e a spezzare il vincolo di fraternità che ci lega a chi ci sta accanto (soprattutto se sta peggio di noi). La chiudo qui e in attesa di diventare un esperto di politica cercherò di applicare il mio piccolo grande criterio al prossimo referendum.

*Il criterio è necessario ma non sufficiente. La valutazione dell’effettiva efficacia di un popolo, che magari si ritrova in una condizione catastrofica a causa propria, a migliorare da solo la propria situazione economica e sociale è alla base della non sufficienza!

Granelli di granito

Quando quella vecchia bionda mi parlò della Verità, i miei occhi presuntuosi cominciarono a ridere. Lei la vedeva, lì, granitica e trascendente. Ma in fondo sapevo che la sua verità era solo una difesa contro il dolore in cui viveva. Un dolore né fisico né mentale, un dolore immaginato e creato per avere uno stimolo che la tirasse giù dal letto d’inverno come d’estate. Ma la verità non era per lei un sogno o una Thule, la vedeva, lì, granitica e trascendente. Mi convinse. Quel giorno cominciai a cercala. Mettendo un piede davanti l’altro percorsi innumerevoli storie: storie nere, storie silenziose, storie di fughe, storie stanche, storie pronte a finire. Mi ritrovai in un campo minato, in cui scegliere era diventato sciocco. La sua verità granitica divenne così granelli di polvere.
Sono questi granelli che adesso cerco, raccolgo e mi porto in tasca. Un giorno, forse, ne avrò raccolti abbastanza, ritornerò da lei per dirle che avevo ragione, per mostrarle la vera sostanza della sua Verità.

Per qualche pomodoro in più

Articolo tratto da Maniére de voir – Le monde diplomatique n° 142 Agosto-Settembre 2015

Tutti gli anni è la stessa cosa. A partire da ottobre, i pomodori di produzione locale cominceranno a scomparire poco a poco dagli scaffali dei mercati e dei supermercati dell’Europa occidentale, per lasciare spazio ad un solo prodotto: il pomodoro spagnolo [1] – duro, croccante o farinoso, senza un vero gusto, e che , invece di maturare nel vostro canestro, resta pallido e marcisce velocemente. “I francesi vogliono mangiare i pomodori tutto l’anno, anche in pieno inverno” constata Robert C. [2], responsabile di frutta e verdura in un ipermercato Carrefour del sud della Francia. “Quindi, noi li riforniamo”.

Come i tedeschi, gli inglesi, gli olandesi, i polacchi e altri, i francesi rifiutano di pagare il loro chilo di pomodori a più di due euro, anche fuori stagione. La soluzione a tale contraddizione agronomica (cioè coltivarli durante l’inverno) ed economica (riuscire a produrre per meno di 50 centesimi al chilo, per farli arrivare a meno di due negli scaffali dei supermercati) è stata trovata in una piccola zona dell’Andalusia, vicino Almeria, stretta tra il Mediterraneo e l’imponente Sierra de Gador. Una regione che unisce un numero di giornate di sole fra i più elevati d’Europa ad una manodopera tra le più mal pagate.

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In bianco una zona di circa 300 km quadri invasa da serre a una decina di chilometri da Almeria

Chi è di passaggio in questo luogo, prima desertico, che servì come set a qualcuno dei più famosi spaghetti-western [3], non può non essere colpito dalla migliaia di serre in plastica, alcune simili a fortezze, altre mezze rotte dal vento. Quante ce n’è in tutto? Trenta mila circa, disposte una accanto all’altra su trenta-quaranta mila ettari. Delle decine di migliaia d’immigrati, di cui una buona parte senza carte, ci lavorano per fornire in permanenza frutta e verdura ai consumatori europei. Secondo Juan Carlos Checa, ricercatore di antropologia sociale all’università d’Almeria, “Si può stimare il numero di braccianti agricoli nelle serre a cento-diecimila, di cui ottanta-novantamila stranieri. Tra loro, dai venti ai quarantamila sono illegali” – marocchini (50%), africani subsahariani, latino-americani e rumeni.

In Francia, per una giornata di otto ore, un bracciante percepisce 55,40 euro netti [4]. Considerando le tasse, costa circa 104 euro al suo datore di lavoro. Ad Almeria, i lavoratori giornalieri non percepiscono che da 32 a 37 euro, anche se il salario minimo ufficiale è di 44,40 netto [5]. E visto che raramente sono dichiarati, non costano niente di più ai datori di lavoro.

I più fortunati di questi immigrati vivono in quindici in piccole case popolari. Quelli meno fortunati si ritrovano a vivere in quelli che si chiamano ironicamente cortijos [6] capanne di mattoni senza acqua ed elettricità, utilizzati solitamente dai proprietari come magazzino per le riserve dei prodotti chimici. I più poveri tentano di sopravvivere nelle chabolas, baracche di plastica, nei luoghi più inaccessibili e nascosti al centro delle serre. “Ho avuto fortuna, ci spiega in un cattivo spagnolo Al-Mehdi, 23 anni, venuto da Tetouan in Marocco, il padrone è simpatico, non mi ha domandato i documenti”. Il luogo è lugubre, senza finestre, acqua potabile, elettricità e riscaldamento. Delle pastiglie di solfato sono ammucchiate nella stanza accanto. “Sono io che le spargo, con una mascherina”.  Guadagna 33 euro al giorno, per otto-dieci ore di lavoro “ma solo i giorni dove c’è del lavoro” è contento, “perché l’estate, quando non c’è lavoro per due mesi, il capo mi permette di restare ad abitare qui”.

Ingegnere tecnico di Casur, la più grande cooperativa agricola d’Almeria, Isidoro Martinez ci fa visitare fiero la sua fabbrica. I suoi clienti sono Carrefour in Francia, Netto in Germania e in Danimarca, Lidl nel resto d’Europa. Appena arrivato, ogni pomodoro passa in un lavatoio automatico, con un getto d’acqua, detergente, spazzola girevole e ventilatore ad aria calda per asciugarlo, tutto questo, come ci spiega la nostra guida “per togliere tutte le traccie superficiali di rame e zolfo, che rischierebbero di disgustare il consumatore”. Prima di aggiungere, con un sorriso “Ma in verità, i prodotti più pericolosi restano invisibili, sotto la buccia.”

Una volta ordinati secondo la qualità e il calibro, i pomodori, messi in delle cassette, passano uno o due giorni in una camera fredda finché la loro temperatura non raggiunge i 10°, dopo, caricati in dei rimorchi refrigerati, sono pronti a lanciarsi nelle strade di tutta Europa. In piena stagione, ovvero da dicembre a febbraio, il numero di camion che lasciano la regione possono essere anche cinque cento al giorno! […]

Durata del trasporto, svariate manipolazioni: il successo del pomodoro spagnolo è intimamente legato alla sua durata ”Se una cassetta presenta dei pomodori un po’ molli, è immediatamente rifiutata”, ci spiega Thierry B., ex-responsabile dei prodotti freschi in una magazzino di Carrefour [7] ” Bisogna che i pomodori arrivino molto duri. I clienti li toccano molto, e noi dobbiamo poter mantenerli nel reparto ortofrutticolo per almeno due o tre giorni.”

La prima varietà di pomodori resistente il più possibile al tempo e agli choc, il pomodoro Daniela, è stato messa in mercato nel 1989. Da quel momento, è stato l’oggetto di numerose ricerche, in particolare per sviluppare le sue proprietà organolettiche – colore, sapore, consistenza, morbidezza. In Francia, dei laboratori come l’Instituto Nazionale di Ricerche Agronimiche (INRA) partecipano da molto tempo a dei programmi su nuove varietà di pomodori, così come a dei progetti d’ottimizzazione della logistica della frutta e verdura [8]. Delle ricerche condotte con denaro pubblico e essenzialmente utili alla grande distribuzione.

Il consumatore che pensa di evitare il pomodoro d’Almeria comprando dal fruttivendolo del quartiere s’illude. Venduto a tre o quattro euro al chilo, proviene dalle stesse serre, ha subito lo stesso trattamento ed è stato trasportato negli stessi camion. […] Che possibilità resta al consumatore? I pomodori del Marocco? Sono coltivati allo stesso modo [9]. Non comprare che pomodori prodotti nel proprio paese? Certo. Ma è cosciente che al giorno dopo sono pochissimi i pomodori coltivati in campo aperto – le radici nella terra e la buccia accarezzata dal sole? In Francia, sulle seicentomila tonnellate di pomodori prodotti, il 95% cresce in serra. Di cui un terzo in Bretagna, in serre ultra-perfezionate , serre riscaldate al gas, d’estate come d’inverno, piante a cinquanta centimetri sopra il suole, radici allungate nell’immenso bacino pieno d’acqua e di prodotti chimici, il tutto controllato dai computer.

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Nei Paesi Bassi e in Belgio, non esiste più che tale coltura, chiamata “fuori-suolo”, in serre riscaldate. L’ultima soluzione da seguire resta forse quella di Jacques Pourcel, un grande chef francese, proprietario del Jardin des sens a Montpellier (tre stelle Michelin nel 2006) “Io non cucino i pomodori che in piena estate, quando crescono nella terra, nei campi all’aria aperta, quando maturano al sole, senza essere troppo annaffiati, con pochissimi trattamenti chimici. In quel caso sono gustosi, non troppo succosi, e leggermente acidi.”

Pierre Daum

[1] A seconda dei paesi importatori, i pomodori possono anche provenire dal Marocco (per la Francia) o dai Paesi Bassi (per la Germania e il Regno Unito).
[2] Non ha permesso la sua identità e il suo luogo di lavoro sia divulgato.
[3] Per un pugno di dollari (1964), E per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto e il cattivo (1966), tutti realizzati dall’italiano Sergio Leone.
[4] Cifra del 2010.
[5] Come stipulato nel “Convenio colectivo de manipulado y envasado de frutas, hortalizas y flores de Almeria” Boletin Oficial de Almeria, n° 233, 3 dicembre 2008.
[6] I cortijos sono in realtà l’insieme delle costruzioni caratteristiche delle grandi proprietà terriere andalusi (come le haciendas latino-americane).
[7] Adesso lavora al mercato all’ingrosso di Montpellier ma, parlando di Carrefour, preferisce l’anonimato.
[8] Claire Doré e Fabrice Varoquaux, Histoire et amélioration de cinquante plantes cultivées, INRA Paris 2006.
[9] Prima circoscritta a Souss, vicino a Agadir, la coltivazione marocchina del pomodoro si sta sviluppando in maniera considerevole a Dakhla, piccola città costiera del Sahara occidentale. “Dakhla, nascita di un’origine”, Végétable, n° 262 Morières-leès-Avignon, dicembre 2009.

Épuisé – Sfinito

La garrigue souffre immobile,
dégun dans les ruelles,
quelques passants peut-être
que,
les mains dans les poches,
ont peur car
le vent est un voleur.

Mes énergies ont pris son chemin
ils ont préféré me quitter,
s’éparpiller comme fine cendre.

Le vent a enchaîné mes rares élans de vie,
Le vent m’a finalement épuisé.

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La macchia soffre immobile,
nessuno nelle viuzze,
qualche passante forse
che,
le mani nelle tasche,
ha paura perché
il vento è un ladro.

Le mie energie seguono il suo passo
hanno preferito lasciarmi,
spargersi come fine cenere.

Il vento ha incatenato i miei rari slanci di vita,
il vento m’a infine sfinito.

Tormento orizzontale – Horizontal torment

Il caldo odore di quelle pietre
sulle mie ossa indolenzite.
Mi parlarono:
Il corpo va
finché tu lo vorrai,
dopo, solo il nostro tormento orizzontale.

Ancora qualche torbida parola
e mi supplicarono di essere gettate
nelle fresche acque.

Poi tacquero
e ringraziandole le alleviai
dal loro caldo continuo tormento.


The warm smell of those stones
on my achy bones.
They talked to me:
The body goes
as long as you want,
after, only our horizontal torment.

Some nasty word more
and they begged me to be thrown
in fresh waters.

Then they fell silent
and I soothed by thanking them
their warm continuous torment.