Per qualche pomodoro in più

Articolo tratto da Maniére de voir – Le monde diplomatique n° 142 Agosto-Settembre 2015

Tutti gli anni è la stessa cosa. A partire da ottobre, i pomodori di produzione locale cominceranno a scomparire poco a poco dagli scaffali dei mercati e dei supermercati dell’Europa occidentale, per lasciare spazio ad un solo prodotto: il pomodoro spagnolo [1] – duro, croccante o farinoso, senza un vero gusto, e che , invece di maturare nel vostro canestro, resta pallido e marcisce velocemente. “I francesi vogliono mangiare i pomodori tutto l’anno, anche in pieno inverno” constata Robert C. [2], responsabile di frutta e verdura in un ipermercato Carrefour del sud della Francia. “Quindi, noi li riforniamo”.

Come i tedeschi, gli inglesi, gli olandesi, i polacchi e altri, i francesi rifiutano di pagare il loro chilo di pomodori a più di due euro, anche fuori stagione. La soluzione a tale contraddizione agronomica (cioè coltivarli durante l’inverno) ed economica (riuscire a produrre per meno di 50 centesimi al chilo, per farli arrivare a meno di due negli scaffali dei supermercati) è stata trovata in una piccola zona dell’Andalusia, vicino Almeria, stretta tra il Mediterraneo e l’imponente Sierra de Gador. Una regione che unisce un numero di giornate di sole fra i più elevati d’Europa ad una manodopera tra le più mal pagate.

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In bianco una zona di circa 300 km quadri invasa da serre a una decina di chilometri da Almeria

Chi è di passaggio in questo luogo, prima desertico, che servì come set a qualcuno dei più famosi spaghetti-western [3], non può non essere colpito dalla migliaia di serre in plastica, alcune simili a fortezze, altre mezze rotte dal vento. Quante ce n’è in tutto? Trenta mila circa, disposte una accanto all’altra su trenta-quaranta mila ettari. Delle decine di migliaia d’immigrati, di cui una buona parte senza carte, ci lavorano per fornire in permanenza frutta e verdura ai consumatori europei. Secondo Juan Carlos Checa, ricercatore di antropologia sociale all’università d’Almeria, “Si può stimare il numero di braccianti agricoli nelle serre a cento-diecimila, di cui ottanta-novantamila stranieri. Tra loro, dai venti ai quarantamila sono illegali” – marocchini (50%), africani subsahariani, latino-americani e rumeni.

In Francia, per una giornata di otto ore, un bracciante percepisce 55,40 euro netti [4]. Considerando le tasse, costa circa 104 euro al suo datore di lavoro. Ad Almeria, i lavoratori giornalieri non percepiscono che da 32 a 37 euro, anche se il salario minimo ufficiale è di 44,40 netto [5]. E visto che raramente sono dichiarati, non costano niente di più ai datori di lavoro.

I più fortunati di questi immigrati vivono in quindici in piccole case popolari. Quelli meno fortunati si ritrovano a vivere in quelli che si chiamano ironicamente cortijos [6] capanne di mattoni senza acqua ed elettricità, utilizzati solitamente dai proprietari come magazzino per le riserve dei prodotti chimici. I più poveri tentano di sopravvivere nelle chabolas, baracche di plastica, nei luoghi più inaccessibili e nascosti al centro delle serre. “Ho avuto fortuna, ci spiega in un cattivo spagnolo Al-Mehdi, 23 anni, venuto da Tetouan in Marocco, il padrone è simpatico, non mi ha domandato i documenti”. Il luogo è lugubre, senza finestre, acqua potabile, elettricità e riscaldamento. Delle pastiglie di solfato sono ammucchiate nella stanza accanto. “Sono io che le spargo, con una mascherina”.  Guadagna 33 euro al giorno, per otto-dieci ore di lavoro “ma solo i giorni dove c’è del lavoro” è contento, “perché l’estate, quando non c’è lavoro per due mesi, il capo mi permette di restare ad abitare qui”.

Ingegnere tecnico di Casur, la più grande cooperativa agricola d’Almeria, Isidoro Martinez ci fa visitare fiero la sua fabbrica. I suoi clienti sono Carrefour in Francia, Netto in Germania e in Danimarca, Lidl nel resto d’Europa. Appena arrivato, ogni pomodoro passa in un lavatoio automatico, con un getto d’acqua, detergente, spazzola girevole e ventilatore ad aria calda per asciugarlo, tutto questo, come ci spiega la nostra guida “per togliere tutte le traccie superficiali di rame e zolfo, che rischierebbero di disgustare il consumatore”. Prima di aggiungere, con un sorriso “Ma in verità, i prodotti più pericolosi restano invisibili, sotto la buccia.”

Una volta ordinati secondo la qualità e il calibro, i pomodori, messi in delle cassette, passano uno o due giorni in una camera fredda finché la loro temperatura non raggiunge i 10°, dopo, caricati in dei rimorchi refrigerati, sono pronti a lanciarsi nelle strade di tutta Europa. In piena stagione, ovvero da dicembre a febbraio, il numero di camion che lasciano la regione possono essere anche cinque cento al giorno! […]

Durata del trasporto, svariate manipolazioni: il successo del pomodoro spagnolo è intimamente legato alla sua durata ”Se una cassetta presenta dei pomodori un po’ molli, è immediatamente rifiutata”, ci spiega Thierry B., ex-responsabile dei prodotti freschi in una magazzino di Carrefour [7] ” Bisogna che i pomodori arrivino molto duri. I clienti li toccano molto, e noi dobbiamo poter mantenerli nel reparto ortofrutticolo per almeno due o tre giorni.”

La prima varietà di pomodori resistente il più possibile al tempo e agli choc, il pomodoro Daniela, è stato messa in mercato nel 1989. Da quel momento, è stato l’oggetto di numerose ricerche, in particolare per sviluppare le sue proprietà organolettiche – colore, sapore, consistenza, morbidezza. In Francia, dei laboratori come l’Instituto Nazionale di Ricerche Agronimiche (INRA) partecipano da molto tempo a dei programmi su nuove varietà di pomodori, così come a dei progetti d’ottimizzazione della logistica della frutta e verdura [8]. Delle ricerche condotte con denaro pubblico e essenzialmente utili alla grande distribuzione.

Il consumatore che pensa di evitare il pomodoro d’Almeria comprando dal fruttivendolo del quartiere s’illude. Venduto a tre o quattro euro al chilo, proviene dalle stesse serre, ha subito lo stesso trattamento ed è stato trasportato negli stessi camion. […] Che possibilità resta al consumatore? I pomodori del Marocco? Sono coltivati allo stesso modo [9]. Non comprare che pomodori prodotti nel proprio paese? Certo. Ma è cosciente che al giorno dopo sono pochissimi i pomodori coltivati in campo aperto – le radici nella terra e la buccia accarezzata dal sole? In Francia, sulle seicentomila tonnellate di pomodori prodotti, il 95% cresce in serra. Di cui un terzo in Bretagna, in serre ultra-perfezionate , serre riscaldate al gas, d’estate come d’inverno, piante a cinquanta centimetri sopra il suole, radici allungate nell’immenso bacino pieno d’acqua e di prodotti chimici, il tutto controllato dai computer.

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Nei Paesi Bassi e in Belgio, non esiste più che tale coltura, chiamata “fuori-suolo”, in serre riscaldate. L’ultima soluzione da seguire resta forse quella di Jacques Pourcel, un grande chef francese, proprietario del Jardin des sens a Montpellier (tre stelle Michelin nel 2006) “Io non cucino i pomodori che in piena estate, quando crescono nella terra, nei campi all’aria aperta, quando maturano al sole, senza essere troppo annaffiati, con pochissimi trattamenti chimici. In quel caso sono gustosi, non troppo succosi, e leggermente acidi.”

Pierre Daum

[1] A seconda dei paesi importatori, i pomodori possono anche provenire dal Marocco (per la Francia) o dai Paesi Bassi (per la Germania e il Regno Unito).
[2] Non ha permesso la sua identità e il suo luogo di lavoro sia divulgato.
[3] Per un pugno di dollari (1964), E per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto e il cattivo (1966), tutti realizzati dall’italiano Sergio Leone.
[4] Cifra del 2010.
[5] Come stipulato nel “Convenio colectivo de manipulado y envasado de frutas, hortalizas y flores de Almeria” Boletin Oficial de Almeria, n° 233, 3 dicembre 2008.
[6] I cortijos sono in realtà l’insieme delle costruzioni caratteristiche delle grandi proprietà terriere andalusi (come le haciendas latino-americane).
[7] Adesso lavora al mercato all’ingrosso di Montpellier ma, parlando di Carrefour, preferisce l’anonimato.
[8] Claire Doré e Fabrice Varoquaux, Histoire et amélioration de cinquante plantes cultivées, INRA Paris 2006.
[9] Prima circoscritta a Souss, vicino a Agadir, la coltivazione marocchina del pomodoro si sta sviluppando in maniera considerevole a Dakhla, piccola città costiera del Sahara occidentale. “Dakhla, nascita di un’origine”, Végétable, n° 262 Morières-leès-Avignon, dicembre 2009.

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Épuisé – Sfinito

La garrigue souffre immobile,
dégun dans les ruelles,
quelques passants peut-être
que,
les mains dans les poches,
ont peur car
le vent est un voleur.

Mes énergies ont pris son chemin
ils ont préféré me quitter,
s’éparpiller comme fine cendre.

Le vent a enchaîné mes rares élans de vie,
Le vent m’a finalement épuisé.

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La macchia soffre immobile,
nessuno nelle viuzze,
qualche passante forse
che,
le mani nelle tasche,
ha paura perché
il vento è un ladro.

Le mie energie seguono il suo passo
hanno preferito lasciarmi,
spargersi come fine cenere.

Il vento ha incatenato i miei rari slanci di vita,
il vento m’a infine sfinito.

Tormento orizzontale – Horizontal torment

Il caldo odore di quelle pietre
sulle mie ossa indolenzite.
Mi parlarono:
Il corpo va
finché tu lo vorrai,
dopo, solo il nostro tormento orizzontale.

Ancora qualche torbida parola
e mi supplicarono di essere gettate
nelle fresche acque.

Poi tacquero
e ringraziandole le alleviai
dal loro caldo continuo tormento.


The warm smell of those stones
on my achy bones.
They talked to me:
The body goes
as long as you want,
after, only our horizontal torment.

Some nasty word more
and they begged me to be thrown
in fresh waters.

Then they fell silent
and I soothed by thanking them
their warm continuous torment.

Incipit V – Il bagnante del crepuscolo

Appena arrivati in spiaggia, il mio occhio si concentrò subito su un particolare inaspettato: avevo sempre visto il sole nascere in mezzo al mare e fui stupito quando vidi che qui nasceva dalla terra, probabilmente lì dove la spiaggia sembrava morire. Volto lo sguardo ad ovest, notai un lembo di spiaggia dove la sabbia era ancora calda. La indicai ad Emma, che corse, con la sua caratteristica andatura a braccia larghe, fra quel carnaio inerme per conquistare l’ultimo buco di spiaggia. Arrivai con qualche secondo di ritardo e stesi quella che io chiamavo tovaglia in direzione del mare. Emma mi guardò stranita e pensai di avere qualche buco nel telo o addirittura nel costume. Mi disse che il sole era dall’altro lato e che quindi dovevo cambiare la posizione del telo, questa era la prima regola per una buona abbronzatura. Le risposi che non avrei girato di novanta gradi la tovaglia, che me ne fregavo dell’abbronzatura e che venivo in spiaggia per il mare, non per il sole. Volevo quindi osservare il mare, non quel caldo oggetto che era solo fonte di seccature e sudore. Mi rispose che non mi aveva mai visto venire nei giorni grigi qui in spiaggia quindi il sole non mi era così inutile come volevo far credere. Le feci notare, forse in maniera un tantino arrogante, che si sbagliava e che tra l’altro la nostra giovane relazione non aveva mai visto giorni grigi in estate. Lei mi rispose… ma la discussione stava prendendo una brutta piega e con la scusa di un reale sudore le dissi che dovevo andare a bagnarmi, nonostante un’acqua che in altri momenti non mi avrebbe lontanamente tentato.fotocrepuscolo.jpg

Da quel giorno un dubbio, ancora insoluto, mi si insinuò nella testa: rendere omaggio al mare o al sole?
Da quel giorno non osai più stendere il mio telo in presenza del sole, restò sempre ben piegato o appallottolato accanto a me.
Da quel giorno decisi di divenire un bagnante del crepuscolo.

La direction du mal-être

Ami, remplis mon verre,
Sans les mains jointes
Dans la direction du mal-être,
Les cheveux sont blancs désormais,
Sois sage mon ami,
Remplis mon verre.


Amico, riempimi il bicchiere,
Senza le mani giunte
Nella direzione del malessere,
I capelli son bianchi ormai,
Sii buono mio amico,
Riempimi il bicchiere.


Friend, fill my glass,
Without the hands joined
In the direction of ill-being,
The hair is already white,
Be wise my friend,
Fill my glass.

Ti faccio un grafico*** – Carta igienica

Io cerco di non usare carta igienica. L’avversione deriva dal fatto che, siccome non la vogliamo normale crespa riciclata, la facciamo con la polpa di cellulosa …io preferisco usare limitatamente la carta e andare di mano.

Così ha risposto il geologo Mario Tozzi, intervistato da Radio 24, riguardo il lavaggio dell’ano dopo la defecazione. Sicuramente sarebbero poche le persone, almeno in “Occidente”, pronte a seguire il suo esempio, imbrattandosi le mani quotidianamente; l’utilizzo di carta igienica sembra ancora un’inevitabile scelta. Ma la domanda sorge spontanea, almeno nella mia testa: quanta carta igienica consumiamo e quindi quanti alberi tagliamo annualmente per la nostra igiene anale. Per rispondere a tali domande dobbiamo lanciarci in svariati calcoli e differenti ipotesi, a volte azzardate. Dobbiamo sapere, innanzitutto, quanti strappi di carta igienica vengono usati per atto. Facendo qualche ricerca su internet (qui, qui, qui, …) sembrerebbe che mediamente si utilizzino circa 10-15 strappi, valore che dipende essenzialmente da due fattori: la morbidezza delle feci e la paura di traforo del pulitore.

Adesso sarà necessario sapere quanto tempo dura mediamente un rotolo di carta igienica. Per avere questa informazione dobbiamo conoscere quanti strappi ha un rotolo di carta igienica e la cadenza cacatoria. Dopo numerose ricerche, ho isolato un campione di una decina di tipi di carta igienica (ho evitato i maxi-rotoli) di diverso prezzo e grammatura. Il valore medio è di 217 strappi per rotolo come indicato nella figura in basso.

Strappi_rotolo.png

Considerando una media defecativa giornaliera di 1 (c’è chi lo fa due volte al giorno, chi una ogni tre giorni), troviamo 3650-5475 strappi per anno, ovvero tra i 17 e i 25 rotoli annui per persona. Come dicevo le diverse marche, producono rotoli con diversa grammatura a seconda della quantità di veli per strappo e della qualità della cellulosa stessa. Valori tipici variano tra i 16 e i 30 grammi per metro quadrato. Questo è coerente con ciò che ho misurato nella mia sala da bagno. Le dimensioni di uno strappo della carta igienica che uso attualmente sono 9 cm (larghezza)*12.7 cm (lunghezza). Ogni rotolo possiede 300 strappi e pesa 110 grammi (cartoncino interno escluso ovviamente). Dunque abbiamo: Sans titreCiò equivale a circa (prendo i 110 grammi per rotolo come valore) 2-3 kg di carta igienica per anno. Secondo questo articolo si arriva anche a 17 kg per i britannici, 20 per gli statunitensi e 4 nei paesi baltici. Possiamo lanciarci in due calcoli, uno ottimistico in cui consideriamo 3 kg come media mondiale ed uno pessimistico di 6 Kg.

Ci mancano ancora due dati per sapere qual è l’impronta ecologica delle cacate dell’umanità. Il primo dato è la quantità di persone che utilizza la carta igienica, il secondo quanti kilogrammi di carta igienica vengono prodotti per albero.

La prima domanda potrebbe sembrare ovvia per un “occidentale”, ovvero 7 miliardi circa. Penso che per la maggior parte degli occidentali, l’utilizzo della carta igienica sia un atto naturale e necessario come respirare o bere. Ma fortunatamente la doxa occidentale non è sempre corretta e altri modelli sono spesso utilizzati. Sapere quante persone usano la carta igienica non è molto facile. In generale la carta igienica è diffusa soprattutto nella cultura occidentale (Europa e USA e “derivati”), molto meno in quella orientale. Gli indiani per esempio non usano carta igienica. Sembrerebbe che anche i cinesi non siano grandi consumatori di carta igienica, almeno per il momento. E  i musulmani lo devono fare con cautela, visto che Allah li sorveglia anche quando si liberano dei loro peccati materiali. Il pudore dei giornalisti e la vergogna di chi risponde non permettono una statistica completa; per questo motivo fornire un dato esatto non è per niente semplice. Anche in questo caso prendo in considerazione due possibilità: 2 o 4 miliardi di persone utilizzano carta igienica quotidianamente.

Ci siamo quasi! Calcoliamo adesso la quantità totale di carta igienica consumata nel mondo. Tale valore dovrebbe essere compreso tra 6 miliardi (2 miliardi di persone per 3 kg) e 24 miliardi (4*6 kg) di kg. Quanti alberi sono necessari per produrre tale quantità di carta igienica? Un albero produce 45 kg di carta igienica*, quindi troviamo 6/24 miliardi di kg /45 kg=130-530 milioni di alberi l’anno.

Un articolo pubblicato recentemente su Nature ha stimato una densità di alberi di circa 429 alberi per ettaro, ovvero circa 23 m2 per albero. Qui giù un grafico tratto dall’articolo di Crowther et al. 2015

cro2015

Questo vuol dire che tagliamo tra i 3 mila e i 12 mila km2 di foreste ogni anno per allietare quotidianamente le nostre giornate (per intenderci, la Sicilia ha una superficie di 25 mila km2). Lo stesso articolo afferma che al mondo ci siano circa 3000 miliardi di alberi nel mondo quindi per concludere meno dello 0.02 % degli alberi è tagliata e finisce nelle nostre fogne. Potrebbe sembrare una quantità infinitesimale, ma bisogna fare alcune considerazioni. La prima è che tale carta non può essere riciclata, la seconda è che l’impronta ecologica della sua produzione non risiede solo nella materia prima, ma pure nell’energia utilizzata durante il processo di trasformazione della materia prima (taglio degli alberi, estrazione della cellulosa, produzione carta igienica) e durante il lungo trasporto del prodotto finale verso i nostri cessi. Entrare nel dettaglio di ogni processo è cosa abbastanza ardua e servirebbero altrettanti Ti faccio un grafico?.

Non so quale sia l’effettivo apporto dell’utilizzo della carta igienica al riscaldamento globale. In attesa di scoprirlo, seguo il consiglio di Tozzi, e nel mio cantuccio cerco di limitare il suo utilizzo**, cercando di creare il disagio minore al nostro ambiente e al mio ano.

Al prossimo grafico!

*Riferimento bibliografico non molto accurato. ** Per esempio non andando in bagno per giorni in modo da far seccare al cacca e consumare meno carta igienica nella post-defecatio. *** Il grafico più importante di questo post è stato copiato da un articolo pubblicato su Nature, quindi per essere più preciso il titolo del post dovrebbe essere Ti mostro un grafico… ma per questioni di policy del blog, non mi è stato permesso. Non me ne vogliate.

Partenza

Avevo terminato le lacrime per mostrarle la mia riconoscenza.
I miei occhi ormai aridi, un humus di ricordi fra le conosciute vie.
Il mio leggero sguardo non aveva più prede, se non la realtà.

Avevo terminato le lacrime per mostrarle la mia paura.
La mia angoscia non bagnava più i miei piedi,
L’ansia seguiva felice il mio passo.

Non aveva più meta il mio lento camminare,
se non calpestare,
per l’ultima volta,
quella realtà.

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