Debolezza e forza

[…] perché la debolezza è la forza e la forza è niente.
Quando l’uomo nasce è debole e duttile.
Quando muore è forte e rigido
così come l’albero mentre cresce è tenero e flessibile
e quando muore è duro e secco.
Rigidità e forza sono compagne della morte,
debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij

 

Va da sé che tutta la vita equivale ad irrigidirsi, ovvero a crescere, farsi le ossa, avere delle spalle larghe, una buona muscolatura, e poi dei vestiti solidi e caldi, una casa sicura, forte, alta, enorme, con attorno un giardino, un campo, una tenuta, attorniata da siepi, muri bassi, muri alti, muraglioni su cui cresce l’edera, il filo spinato, su cui poggiano i cannoni, lucidi, da cui escono delle palle così tonde ma così rigide. Rigida è la morte e ciò che è rigido può portare morte, ma dare morte può creare vita, in un ciclo contorto che non può dipanarsi, perché è lo stesso identico, quasi banale, cerchio. La duttilità crea e genera vita, bruciando alla fiamma della rigidità. Si creerà vita finché ci sarà debolezza ad alimentarla. Esiste poi una debolezza nascosta, che già da molto si è trasformata, senza mutare fattezze, in una particolare rigidità fatta di spine e mani sudate, si tratta di una debolezza che impietosisce e commuove, ovvero ti muove, debolezza che è quindi una forza capace di muovere gli animi: i deboli si vendicano spostando le cose o le persone senza neanche toccarle, con dei fili invisibili ma tenaci come quelli per sutura.

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Settanta candeline per l’articolo 9

Una grossa testa deforme, con un’espressione penosa e corrucciata, nata forse da antiche fucine di discendenza medievale, sormontava la villa neoclassica degli Scammacca, al centro di un largo frontone di un rosa confetto. Il portone centrale strideva coi suoi echi rococò, un arco merlettato e morbido, su cui si adagiava un volto di uomo-cane con occhi cadenti, dallo sguardo birichino e umile. L’anziano proprietario mi accoglie calorosamente, in veste da camera ricamata, e ai piedi un paio di scarpe dalla suola convessa, che mi hanno subito chiarito il perché, nell’avvicinarsi, procedesse con passo così incerto e basculante.

Mi sorride e mi stringe la mano: “Buongiorno! Prego, si accomodi. Quindi, da quanto tempo è che fa il giornalista per La Sicilia?”

Gli ricordo che non lavoro per quel giornale. “Ah no?!” mi dice con occhi inquisitori “E per chi lavora allora?!”. Gli mostro una copia di un quotidiano, lui lo prende di scatto, lo osserva a lungo, legge e rilegge la sigla, guarda le pubblicità, le notizie, lo rigira sul retro. “No canusciu. Cosa volete, quindi?”

“Si trattava di fare una breve intervista su Catania…”

“Si, ho capito, ma non vi conosco!” continuava a sciorinare con voce sempre più stridula, intervallata da quegli accenni di sorriso distorto che solo gli accessi di rabbia sanno produrre.

“Voi che avete in qualche modo fatto la storia di questa città…”

“La storia! Ora esageriamo!” il sorriso si ammorbidiva, avevo imboccato la strada giusta.

“… da quanto leggo – sa, sono un appassionato di storia – la vostra antica casata ha sicuramente posto le basi per molta storia antica e moderna, questo è evidente”.

“Comunque, io non vi conosco, facciamo presto che c’ho da fare!”

 

Di fronte a me si stagliava adesso lo stemma araldico. Il rosso dei leoni controrampanti mi colpì appena entrato, quasi ferendomi. I leoni, assisi sulle zampe posteriori alla sommità di tre colline dorate, si fronteggiavano come giocando, i due corpi si bilanciavano perfettamente, le zampe anteriori si toccavano in maniera leggiadra. Più che una lotta sembrava una danza sudamericana, sinuosa e ritmata, con passi decisi e fluenti un leone avanzava e l’altro retrocedeva, poi era la volta dell’altro farsi avanti e imporsi. Probabilmente i leoni si erano chiesti quale potesse essere il senso di quella lotta perigliosa sulle vette di terre di conquista e, saggiamente, avevano optato per soluzioni più morbide e diplomatiche, decidendo di convivere insieme su quel terreno e, per non togliere agli astanti il pathos della contesa, si davano quotidianamente a questa strana lotta danzata, o guerra giocata. Il surrogato dello scontro si palesava, con sguardo attento, per quello che era: un’opera buffa. E del resto, a scanso di equivoci, a guardarli bene i leoni si sorridevano teneramente l’uno con l’altro, forse per l’affare vantaggioso che avevano portato a termine.

 

“Vede, io sono una persona molto razionale, nelle cose che faccio, e anche molto trasparente. Quando mi hanno messo nelle varie commissioni, mi sono preso ogni responsabilità. Io tutto alla luce del sole ho sempre fatto. Chi ho sistemato ho sistemato, ma tutto fatto con regolarità. Ho pensato a tutti, io.”

“In che senso ‘ha sistemato’?”

“Ho dato una mano, si capisce, no?”

“E veniamo invece alle colline che i vostri leoni hanno conquistato.”

“Quali colline? Quali leoni? Ma di cchi sta parrannu?”

“Le colline di Picanello, ad esempio. Erano vostri feudi.”

“Si, per gran parte. Certo, c’era anche Bonajuto che era grosso.”

“Lei ha foraggiato quel processo di grossa edilizia che ha trasformato quelle abbandonate colline, nel quartiere densamente abitato che è oggi. Cosa ci dice di quella fase?”

“Intanto, capiamo di che stiamo parlando. Negli anni ’30 qua non c’era niente. Niente, capito? Ulivi, pecore, stirrazzu… Da qui a Ognina era tutta una calata, si vedeva il mare e le casette povere dei pescatori. Poi, grazie al mio aiuto siamo riusciti a dare una aggiustatina al quartiere, piano piano, e poi col dopoguerra è stato completato. Qua abbiamo risanato tutto quanto.”

“Del resto non a caso dicevo che ha – e avete – fatto la storia. E mi dica una cosa, come procedeva con le lottizzazioni?”

“Che vuol dire? Si lottizzava, lottizzava il Comune, che ero io che lottizzavo? Io vendevo solo le mie terre, ma era il Comune che capiva che queste aree andavano messe a nuovo.”

“Ma non ha in qualche modo dovuto tessere delle reti di contatto con chi era nelle amministrazioni? Purtroppo sappiamo tutti che non è facile farsi strada…”

“Giovanotto, ma dove vuole arrivare? Qui si tratta di gestire l’amministrazione, di risanare aree degradate… La buonanima del Commissario prefettizio Farina rilasciava continuamente delibere per manti stradali, costruzioni di nuove scuole, fognature, e quant’altro. Serviva spazio, la città doveva crescere e in fretta. E io gli ho dato questo spazio a nord che ci serviva.”

“Si lo capisco. Ma mi chiedevo se magari è stato necessario che qualcuno di voi si dovesse mettere in politica o allearsi con i poteri forti.”

“Forse non è chiara una cosa. Io non mi devo alleare coi poteri forti, come li chiama lei, perché il potere forte sono io. A tavola coi galantuomini mi ci sedevo io, e si poteva discutere di tutto” l’occhio sinistro si socchiudeva bieco mentre pronunciava quel ‘tutto’ dalla u stirata, come a dire ‘tutto tutto, ma proprio tutto, anche quello a cui lei sta pensando’. “E poi” continuava “i miei antenati sempre uomini di potere sono stati, anche prima dello Stato Italiano, già erano parlamentari e uomini acculturati. Abbiamo guidato questa città e l’abbiamo fatta più bella. Vede, per certe cose, occorre molto senso della responsabilità e della serietà. E io sono stato sempre molto serio in tutto quello che ho fatto. Oggi si pensa che tutti possono fare tutto, che l’impiegata alla cassa va a fare la presidente della Camera, Caio arriva e si apre cliniche private, Filano vuole fare il deputato. Per chi, come me, è abituato allo champagne non c’è rischio di ubriacarsi quando gli capita di poterne stappare una buona bottiglia. Ma per loro non può essere così. Il risultato di queste malversazioni l’abbiamo davanti agli occhi, è chiaro e lampante: guardate come si dividono tutto fra loro, come i cani si scannano!”

“Meglio mettersi d’accordo, invece.”

“Ma certo, la diplomazia è fondamentale. Guardi, questo clima di giustizialismo ha rovinato tutto. Alla gente cosa interessava chi gli dava pane? Niente. “Cu ti duna pani chiama papà” si diceva, ed è vero. Si è rovinata una terra, tanti posti di lavoro, ora sono tutti costretti ad emigrare”.

“Ma a chi si riferisce? Ai grossi imprenditori dell’edilizia?”

“A loro, ad altri, non ha importanza a chi mi riferisco!”

“Graci, Costanzo, Rendo… Pippo Fava c’è morto a causa loro.”

“Cu è Pippu Fava? Non lo conosco. E comunque qui si trattava di amministrare una terra che aveva bisogno di pane e lavoro, e case dignitose, come al nord. E qualcuno le doveva fare, giusto?”

“Senza dubbio. Barone, mi tolga una curiosità: si ricorda l’articolo 9?”

“No. L’articolo 9 di che cosa?”

“Della costituzione italiana. Riguarda la tutela del paesaggio.”

“Ma cchi mi nni futti do paesaggio. Lei non capisce che io parlo di pane, il pane è quello per cui a lei (ma anche a me, non pensi) gliela mettono nel didietro anche fra amici e parenti, con rispetto parlando. E lei mi parla del paesaggio…”

“La Convenzione Europea del Paesaggio, nel 2000, lo ha rimesso al centro dell’agenda politica. Paesaggio non è solo estetica, come può sembrare. Se trincerassimo Catania – solo per assurdo – con un muro e la isolassimo dal mare, lei sarebbe la stessa persona? Lo spazio in qualche modo ci trasforma.”

“Sbagliato, noi trasformiamo e dobbiamo trasformare lo spazio, a nostro uso e consumo.”

“Quando cammino fra queste vie, prendiamo a caso la via Napoli, ho ad esempio la strana sensazione che i palazzi mi stiano ingoiando e digerendo, tanto sono alti e vicini. Mi sorge sempre un dubbio..”

“Ancora di lottizzazioni mi parla lei? Allora mi sa che ci dobbiamo salutare. Io le parlo di gestione di una città. La vuole fare lei questa gestione? Lo vuole tutelare lei il paesaggio? Le persone vogliono case vere, se no stavano ancora nelle capanne o nelle grotte, se dovevamo tutelare il paesaggio.”

“…dicevo, mi sorge il dubbio che chi doveva misurare gli spazi fra un edificio e l’altro e il rapporto con le loro altezze si fosse distratto…”

“Ma quale distratto, quelle sono vie normalissime!”

“ Per non parlare della facilità con cui i terreni agricoli diventavano edificabili, e il conseguente lievitare dei loro prezzi. Il tutto con Piani regolatori molto sommari.”

“Illazioni. Niente di irregolare, semplici strategie per fronteggiare la crescita demografica e l’altissima immigrazione verso questa città a partenza dalle provincie meno fortunate, veda Enna, Caltanissetta, ma anche dal siracusano debbo dire. Poi se i piani regolatori non venivano rinnovati era anche perché era sempre difficile governare. Sa meglio di me che in Italia chi vince le elezioni non è mai libero di governare. Pazienza, purtroppo è così. Ma le regole sono comunque chiare, e bisogna attenersi.”

“Già, le regole sono molto chiare. Barone io la lascio e le auguro ogni bene per lei e la sua famiglia, so che un suo nipote sta seguendo la via della politica con successo.”

“Io la ringrazio, e la invito a passarmi a trovare quando vuole. Si, mio nipote si è messo in testa di fare il deputato. Che ci dico no? Io ci auguro ogni bene, che può girare pure con macchine di lusso o in motoscafo, se ne ha voglia, ma sempre senza dimenticare agli altri, a quelli senza lavoro o che hanno malattie, che io questo ho sempre cercato di insegnare, a rispettare tutti, anzi, a dare lavoro quando può anche agli altri. Perché alla fine, tutti davanti a lui dobbiamo andare.” E guardava in alto con il dito all’in su.

 

Riccardo Ricceri

Capitolo III: Datura metel

Non è più la stessa
luna né più la stessa
primavera d’un tempo –
io solamente rimango
quello che sono stato

Ariwara No Narihira

 

In una sera d’Ottobre inoltrato, attraversata la nebbia che aveva preso il posto delle strade, Brizio entrò nella bottega di Zenone Caffaro, altrimenti conosciuto come Stramonio.
Causa epifenomeno mimetico o osmosi etimologica, si distingueva quest’ultimo per l’amore dei paradossi, al pari dell’illustre eleata, e per la poca inclinazione ad atti di fede, come il cognome suggerisce a conoscitore d’idioma moro.
L’isola della triscele gli diede i natali, e con essi un senso profondo del divenire.
La Montagna, sulle cui membra era vissuto per anni, poteva sembrare ai più uno statico pachiderma sonnolento, perfetta sfera parmenidea.
Poteva apparire come un granito inscalfito ed inscalfibile, solleticato da acque e venti e fuochi per niente fatui.
A filosofo distratto o marinaio indaffarato, poteva indurre pensieri di immobilità ontologiche, immutabili essenze, immote trascendenze.
L’osservatore familiare sentiva, invece, senza molto sforzo dei sensi, la duttile carne del vulcano, che scosso fuori e dentro da intemperanze e furori, adattava le sue forme per resistere; continue mutazioni impercettibili in una parvenza di perenne stasi.
Così imparò Zenone la mutevolezza, l’adattamento, l’impermanenza e dimenticò l’assoluto.
Maturò la sua cultura in strade, porti, chiese e bettole. Amava il vino della sua terra, e di tutte le altre terre al dire il vero, con preferenza per i rossi aciduli e corposi.

Dalla Sicilia era partito, e mai più fatto ritorno. Orvieto, la patria che il caso gli aveva assegnato, non aveva mai del tutto riempito quel vuoto, colmato quella scatola in fondo all’esofago, in cui il delicato seme dell’essere rimbalza di parete in parete.
Era conosciuto in paese per la sua condotta poco ortodossa, perdonatagli dai più bigotti in rispetto dei santi e madonne generati dai suoi pennelli.
Brizio oltrepassò l’uscio in punta di piedi e bussò alla porta con le nocche timide. Zenone, seduto in una vecchia poltrona sformata, a lato un tazza fumante, era intento a disegnare con gesti minuti ed attenti su un grande foglio.
“Cchi Camurria! Ora ho perso il filo! Dai, entra!”. Disse secco al giovane.
“Mi dispiace, signore, non volevo interromperla”. Rispose Brizio.
“Ormai lo hai fatto, ricomincerò da capo più tardi. In cosa posso esserti utile, giovinetto?”, addolcendo il tono improvvisamente.
“Prima di dirle perché sono qui vorrei sapere cosa stava disegnando!”
“Siamo già ai ricatti!…Ecco, guarda”, e volse la pagina verso Brizio.
Il foglio era ricoperto di figure geometriche che si ripetevano, sovrapponevano ed incastravano, ricami sulla pagina che confondevano il cervello creando nuove strutture, che l’occhio si immaginava infinite.
Brizio non poté non seguire il diramarsi delle linee, si focalizzò su una e la rincorse cercando di non perdersi tra gli incroci e le curve, per carpirne il senso di quel cammino indiretto verso opposti fini.
“Si, anche io ne rimasi incantato la prima volta che li vidi dalle mie parti, questi disegni. Quelli che vidi io non erano solo disegni, ma finestre, volte, colonne…”.
“Tutte con forme così complicate?”
“Anche di più! Sai queste forme non sono poi così complesse. Devi cercare il nucleo, isolare quel pezzetto che ripetuto all’infinito crea mosaici regolari ma da perderci la testa”.
“Ci stavo provando, ho seguito una linea ma mi sono perso quasi subito…”
“A chi lo dici, ho sbattuto il muso tante volte all’intersezione tra linee. Cerca invece di non focalizzarti, allarga lo sguardo e lascia che i tuoi occhi si abituino. Ti si paleserà all’improvviso la struttur…ma lasciamo perdere…Piuttosto che ci fai qui, a quest’ora poi, quanti anni hai 13, 14?
“13 e mezzo!! E sono venuto per un motivo semplice, voglio diventare un pittore!”
“Un pittore? Per dipingere cosa? Madonne e Santi ancora? Come se le mura delle chiese non fossero già imbrattate abbastanza!”
“Mica esistono solo le chiese…”
“No, ma qualcuno ti deve pur pagare e gli unici che si possono permettere di pagare le amano tanto le madonne e i santi, fidati.”
“Non mi importa, dipingerò quel che mi viene chiesto, ma qualcuno mi deve insegnare.”
“Ed hai pensato che un vecchio ubriacone come me faccia al caso tuo. Che coraggio!”, ironicamente si schermì Zenone. “Forse non sai bene a cosa vai incontro, dipingere è anche sporcarsi le mani, restare ore ed ore a lume di candela a ritoccare dettagli, con la schiena piegata e le ginocchia che scricchiolano. I colori non vengono mai gli stessi, le figure si contorcono con l’umidità, le mura sono sempre più storte di quanto non sembrino…Ti ho spaventato abbastanza?”, rise di gusto.
Brizio si unì allo scoppio di ilarità. Non ci aveva mai pensato a dire il vero, sconnettendo le opere che aveva visto dalla loro stessa realizzazione, come se fossero apparse con uno schiocco di dita del pittore. Ma non poteva certo darla vinta a Zenone.
“No per niente, anzi quando cominciamo?”. Rilanciò Brizio, eccitato ed impaurito.

 

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Chapter I: That came from the East

…shall not spoil the tail of the pheasant of this Holy See…

Paolo Jovio, from the letter to the Cardinal Santa Croce in Bologna

He cried for three days in a row when he learned that the pheasant was dead.
Intrigued by the wheels of the approaching cart, she was hit and dragged for several meters on the cobblestone. It was a fast cart, faster than the ones roaming the sleepy provincial roads. Passing by, swift and urgent.
His whole life called “the pheasant”, due to a cry lasting three days, when he was twelve years old.
At that time his face resembled the hills where he was born, sweet and soft. His dense curly hair the forests that covered those hills.
He was born in Orvieto with Brizio as the given name, few days before the chapel bearing the same name would have been made eternal thanks to the gentle “cortonese” (1).
The father, Pietro Tasconi, merchant of spices coming from all corners of the globe, never saw a geographic map.
The shop at the ground floor of their home emanated a mix of smells, changing according to the season. The predominance of one spice, produced in huge quantity that year in the middle east, or the lack of another, lost in some grievous storm, changed the flavor from peppery to sweet, and then from pungent to earthly, in a random feast of the senses. That was the way Pietro was imagining the world, thanks to those fragrances picturing the furthest and most hidden recesses.
“Brizio, do you feel the sweetness of Madagascar, full of vanilla and cumin?”. So he charmed the son into that journey to unknown lands.
“And Damasco, so sour, ginger, cedar skins and lemons. I never get tired of.”
He had from his mother side noble lineage, and some pope as a distant relative, or so at least told her whole life his mother, Eleonora Saconti.
Whether this lineage was real or alleged nobody knows, and especially none of the connected privileges came to materialize.
But, it is known, in the province too, truth is an appearance to wear, and the Saconti benefit of great respect. Respect maybe due more to the Tasconi, thanks to the spices and roots offered by Pietro, delivered for exotic places.
It seems spices were never enough in town, nobody dared to praise their aphrodisiac qualities, and the comments not devoid of winking looks concentrated on the tastiness of the cinnamon chicken cooked by Madam Francesca, the daughter of the notary, and on the exquisiteness of the pork marinated in ginger and sichuan pepper, that Giorgio Albani, husband of the milkwoman, used to sustain his lazy days, while contemplating the jagged horizon of the Umbrian hills.
The pheasant, she was as well coming from far away. The uncle Filippo, brother of Brizio’s father, tireless traveler, needed no tricks for her to follow him aboard the ship that from China set out back to the mediterranean sea.
Maybe tired of the humid climate she was born in, maybe attracted to the ocean she had been smelling all her life, took the decision and did not lose sight of Filippo, if not for few moments, in which he was busy in affairs not appropriate to a real pheasant as she was.
Honestly Filippo would have preferred that a male pheasant took part in that perilous crossing.
The males of Chrysolophus pictus, so called as per binomial nomenclature, are shy as a consequence of their flashy coloration.
The plumage is a palette worth of Etruscan graves, shifting from gold to orange, fading from blood to rusty cinnamon.
Green and blue and their mixtures decorate like precious stones the back and the long tail, legacy of archaic flights.
He was followed by a female instead, brown and monochromatic as all females of the species are, but bold and independent like a woman from Macao or Siena.
The crossing, wearying for most of the people, was not for her, that had never been at the sea.
The rolling of the ship pushed by the wind, the rhythmic oscillations, the black stormy days and the azure calm ones, the sea dark and huge, the lands touched and left, the rare encounters in the middle of water, everything became familiar to her in a short time, darling of the crew, ocean-pheasant.
They arrived on a rainy day, in August, the puzzled pheasant in front and Filippo following, tanned and loaded.
Somebody gave them a lift from the coast till below Orvieto, letting them climb the hill with their own legs (and paws).
The ascent, the rain, the oppressive heat and the effort due to the long trip almost at the end, played with the mind of the pheasant, whose emotions winded up in bends as steep as the turns of that climb.
For a moment she thought of being just awaken out of that dream which the ship, Filippo, and the trip itself were part of. She felt like she never left and the disappointment changed into nostalgia when she became aware of new and unknown details, and then again into bliss when out of last turn she saw the valley, luxuriant of poplars and chestnuts, and on the other side the tall and thick walls of the city, the voices in that bouncing and singing language, and the smell of food she never experienced before.
Brizio was busy with ordering glass bottles in the same line, each with a different size and color, without any structure that could reveal a mental arrangement.
The clamour coming from outside was getting closer and closer, it made the fragile bottles jingling, softly, still enough for Brizio to comprehend the exceptionality of the event.
Filippo, the uncle from the East, of whom he only heard about, entered the town, welcomed with festive shouts, hugs and collective excitation.
Still behind his uniform barricade of glass, Brizio did not move, continuing unperturbed the role play of his beloved bottles.
A beak made his appearance through the door slightly open, a beak small and yellow, then an eye, curious and inquiring, and at last a neck and a paw.
The pheasant, escaped the pinches, deceptive caresses, pats and threatening words by the ones that came welcoming Filippo, and sneaked in the house to look for some peace.
Already used to many people and attentions, she did not flinch in discovering that someone else was in the room. She got closer to the bottles and put the beak in the neck of each to savor the air inside.
Brizio, usually jealous of his row of glassy vessels, let the pheasant carry on with the tasting, who knows, maybe, he would finally understand the meaning, of that accurate game.

  1. Born in the city of Cortona

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NON HO SCELTA

Disse Zakariya volteggiando le mani in aria per scacciare alcune sadiche mosche ostinate. “Qui nel deserto non si sta male in fondo, qualche turista tranquillo, pochi scocciatori, ma la verità è che non saprei cos’altro fare, non ho scelta”

NON HO SCELTA

tre parole che continuano a risuonarmi in testa anche qui, ormai lontano dalle dune del Sahara, seduto sul soffice divano blu, tra le mura colorate della mia nuova confortevole dimora.
E mi arrovello sul reale significato di questa breve sentenza, tesa tra l’alibi e la rassegnazione, continuandomi a chiedere: ma chi di noi ha scelta?

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Certo se sei un berbero del deserto, un paria di Bangalore, una dolce fanciulla di Kabul o un inuit groenlandese l’interrogativo diventa forse marginale, le priorità potrebbero davvero essere altre.
Ma il privilegio di costruire una vita libera mi appare, ahimè, merce rara anche a queste latitudini dove all’insegna di vessilli  di democrazia, progresso e prosperità ci travestiamo da paladini della libertà senza davvero accorgerci che i vincoli della società, le sue infide sovrastrutture, il suo arrogante schematismo non ci consentono di rompere davvero le redini a cui siamo legati. E poi, c’è quell’elemento, ancora più subdolo e latente, che ci impedisce l’ulteriore slancio.
E’ un elemento antico, atavico addirittura incrollabile:
‘Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso’
Il primo principio della dinamica recita così; e noi da buon chierichetti fisici lo eseguiamo, crogiolandoci nella nostra quiete o nel nostro lento moto; ogni tanto qualche piccola perturbazione ci consente di sentirci più vivi ma non è così potente da farci cambiare rotta e quella forza che ci darebbe davvero una svolta, rompendo questa dannata inerzia, stenta sempre ad arrivare.
Nel mezzo del cammino della mia via vita, la ripercorro allora virtualmente e noto come essa sia fluita attraverso dei canali in apparenza ancora da modellare ma già da tempo in fondo solcati; tracce a volte più marcate e a volte solo abbozzate seppur sempre irrimediabilmente univoche e delineate.
L’illusione di una decisione autonoma si infrange nella costatazione della sua latente immobile inerzia, nella triste attuazione di un moto rettilineo uniforme, stanco e ripetitivo.
E al pari di Zakariya, anche io in fondo mi sento senza possibilità di scelta.

Capitolo II: Sinestasi

…benvenute le stelle di quest’albero.

‘Ali al-Ballanūbī

 

Brizio cresceva in compagnia della fagiana, che aveva abbandonato Filippo per il suo nuovo compagno.
In vero, era stato Filippo, che di stare fermo non aveva voglia, a partire per altri lidi, e da qualche anno ormai il solo segno del suo essere in vita, erano le casse di spezie inviate al fratello Pietro.
Lettere accompagnavano le casse, con minuziosi resoconti degli usi di erbe e polveri presso le popolazioni locali, ricette, metodi di preparazione di unguenti e medicine.
Poco avvezzo al romanticismo, o piuttosto, poco incline alla sua pubblica ostentazione, aveva uno stile secco e tecnico, memore di categorie aristoteliche.
Di ciò non si rammaricava l’istrionico Pietro che non perdeva occasione per tessere nuove storie e disegnare nuovi confini, ispirato dai colori e dai profumi di cui la sua bottega era intrisa.
Colori e profumi a cui Brizio non era indifferente, e la cui attrazione cresceva al ritmo dei sui ricci bruni.
La città sudava di eccitazione, e non solo metaforicamente. La festa in celebrazione della protettrice si avvicinava spedita attraverso i febbrili preparativi ed il formicolio delle vie.
Mezz’Agosto, assunzione della vergine, risurrezione e catarsi collettiva, il rito si ripeteva immutato.
Pietro, Eleonora ed il figlioletto Brizio si prepararono anch’essi all’evento, le spezie lasciate per qualche giorno a deliziare se stesse nel chiuso della bottega.
La fagiana, di indole curiosissima, si attaccò a Brizio, e con occhi spalancati e moine, come solo le femmine di fagiana sanno fare, ebbe la meglio sul divieto di Pietro di portarla in giro in quel religioso caos.
Un sottile collare rosso sgargiante venne messo al collo dell’uccello, che normalmente restio alla sottomissione, si lasciava guidare senza aprir becco.
La folla era già fitta e il vociare confuso e continuo.
In lontananza al centro della piazza una figura si ergeva su tutti, vestita di bianco ed azzurro, sgargiante di luce, immersa nella luce del pomeriggio d’agosto.
La città tutta si muoveva lenta, ubriaca del mistico dondolare dei raggi solari sul corpo della vergine. Un dolce profumo, insistente, intenso perforava la pelle, amplificando la sbronza, e mettendo a dura prova l’equilibrio dei più deboli.
Un profumo di fiori che non aveva mai sentito, olio ardente in piccoli calici, scivolava e si scontrava con quelli familiari di incenso, frutta secca tostata, dolciumi e miele.
Brizio chiuse gli occhi per quel che sembrò un momento in cui il tempo si sorprese a dilatare le proprie maglie fino a rompersi. In cui i secondi si sfilacciarono in mille capi, ognuno di un colore diverso, di sfumature quasi solo immaginabili. In cui si sparse nell’etere quel penetrante profumo, a grappoli di sensazioni.
Intorno la pressione della folla, i suoni scomposti, si erano attutiti sino a divenire un uniforme brusio, i profumi un soffice soffio isotropo.
Il mondo dentro e fuori si mescolarono come crema pulsante in un calderone immenso, cangiando di continuo nello spettro del visibile e dell’invisibile, bolle esplosero liberando fragranze della durata di un battito cardiaco fino al prossimo battito e ad un nuovo infinitesimo passaggio di ombre.
Ed ogni colore assunse un sapore, ogni sapore un ritmo, contrappunto, sibilo.
Quanto si perse a galleggiare, quanti secondi o ere geologiche sopraffecero la sua coscienza difficile da sapere.
Solo la fagiana si accorse dello strano stato in cui era d’improvviso caduto e lo cominciò a beccare alle gambe.
L’insistenza delle beccate riuscì a destare Brizio, e a riportarlo alla non minore meraviglia della festa.
Un solo momento impazzito, di cui Brizio non aveva mai avuto esperienza e che lo avrebbe accompagnato da lì a venire.
Cosa avesse iniziato, catalizzato, alimentato quel fuoco, forse quel misterioso profumo emanato dalla statua, quelle minuscole candide stelle che inebriarono l’aria, dolci fino alla nausea.
Quale raggio di sole bruciò l’ordine delle cose in una cenere di assoluto?

 

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Capitolo I: Venuta d’Oriente

…ch’ella non guasti la coda al fagiano di questa Santa Sede…

Paolo Jovio, Lettera al Cardinal Santa Croce in Bologna

 

Pianse per tre giorni di fila quando seppe che la fagiana era morta.

Incuriosita dalle ruote del carro che si avvicinava, fu colpita in pieno e trascinata per metri sul selciato. Era un carro più veloce dei soliti battenti le sonnolenti strade di provincia. Di passaggio, svelto ed urgente

Tutta la vita detto “il fagianetta”, per un pianto durato tre giorni, all’età di dodici anni.
A quel tempo il suo viso somigliava alle colline in cui era nato, dolci e molli. La sua folta capigliatura riccia alle foreste che le ricoprivano, quelle colline.
Era nato a Orvieto col nome di battesimo di Brizio, qualche anno prima l’omonima cappella fosse resa immortale per mano del cortonese gentile.

Il padre, Pietro Tasconi, commerciante di spezie, giunte da ogni angolo conosciuto del pianeta, non aveva mai visto una cartina geografica.
Il negozio sotto casa emanava un miscuglio di odori che cambiava a seconda della stagione. La predominanza di una spezia, prodotta in gran quantità quell’anno in medio oriente, e la mancanza di un’altra persa per mare in qualche sciagurata bufera, ne cambiavano il gusto da pepato a dolciastro, e poi da pungente a terroso, in una casuale parata dei sensi.
Era così che si immaginava il mondo Pietro, grazie a quelle fragranze ne dipingeva i più lontani e reconditi recessi.
“Senti, Brizio, quant’è dolce il Madagascar, di vaniglia e cumino.” Ammaliava così il figlio nel suo viaggio in terre sconosciute.
“E che aspra Damasco, zenzero, bucce di cedri e limoni. Non mi stancano mai”.
Aveva per parte di madre nobile discendenza, e qualche papa come parente lontano, o almeno così ripeté tutta la vita la stessa madre, Eleonora Saconti.
Se tale discendenza fosse vera o presunta non fu mai dato di sapere, e soprattutto nessuno dei privilegi ad essa connessi ebbe modo di materializzarsi.
Ma anche in provincia, si sa, la verità è un’apparenza che si indossa, e i Saconti godevano di particolare rispetto. Rispetto invero forse più dovuto ai Tasconi per le spezie e radici offerte da Pietro, recapitate da posti esotici.
In paese pareva non bastassero mai, nessuno si sognava in pubblico di apprezzare le loro afrodisiache qualità, ed i commenti non privi di ammicchi si concentravano sulla bontà del pollo alla cannella di donna Francesca, la figlia del notaio, e la squisitezza del maiale marinato nello zenzero e nel pepe sichuan, con cui Giorgio Albani, marito della lattaia, sosteneva le sue oziose giornate a contemplare l’orizzonte frastagliato delle colline umbre.

La fagiana, si diceva, era anch’essa venuta da lontano. Lo zio Filippo, fratello del padre, viaggiatore instancabile, non ebbe bisogno di alcun sotterfugio perché lei lo seguisse sulla nave che dalla Cina salpò di ritorno al mediterraneo.
Forse stanca dell’umido clima in cui era nata, forse attratta dall’oceano che aveva odorato da sempre, decise di tentar la sorte e non perse Filippo che per pochi momenti, in cui era impegnato in affari poco consoni ad una fagiana reale come lei.
A dire il vero, Filippo avrebbe preferito che un fagiano maschio si fosse avventurato nel viaggio
I maschi di Chrysolophus pictus, come da rigorosa nomenclatura binomiale, sono timidi in conseguenza della loro vistosa livrea.
Il piumaggio è una tavolozza degna di tombe etrusche, dall’oro transisce all’arancio, sfuma nel sangue e diventa cannella rugginosa.
Verde e blu e loro miscugli adornano come preziose pietre il dorso e la lunga coda, rimanenza di arcaici voli.
Lo seguì una femmina invece, bruna e monocromatica come tutte le femmine della specie, ma sfrontata ed indipendente come le donne di Siena o di Macao.
Il viaggio, estenuante per i più, non lo fu per lei, che in mare non era mai stata.
Il rollio della nave spinta dal vento, le oscillazioni ritmiche, le giornate nere di tempesta e quelle azzurre di bonaccia, il mare scuro ed immenso, le terre toccate e lasciate, i rari incontri in mezzo alle acque, tutto le diventò familiare in pochissimo tempo, beniamina della ciurma, fagiana d’oceano.
Arrivarono un giorno d’agosto, piovoso ed umido, la fagiana perplessa e dietro Filippo, abbronzato e carico.
Qualcuno li aveva letteralmente scarrozzati dalle coste adriatiche a fin sotto Orvieto, lasciando che i due risalissero il colle con le loro gambe (e zampe).
La salita, la pioggia, il caldo opprimente e la fatica del lungo viaggio quasi al capolinea, giocarono con la mente della fagiana, le cui emozioni si avvolgevano in brusche curve come i tornanti di quell’ascesa.
Per un momento si credette appena sveglia dal sonno in cui la nave, Filippo, il viaggio erano solo elementi di un sogno, tanto quel clima le ricordava casa. La delusione di non essere mai partita, si tramutò l’istante successivo in nostalgia appena si rese conto di dettagli diversi e sconosciuti, quindi in giubilo quando all’ultimo tornante scorse da una parte la valle rigogliosa di pioppi e castagni, e dall’altra le mura alte e possenti della città, il vociare in quella lingua saltellante e canterina, che ormai conosceva, il profumo di pietanze che, quelle no, non aveva ancora fiutato.
Brizio era intento a mettere in fila bottiglie di vetro, di colori e taglie diverse, senza un ordine che ne rivelasse alcuna catalogazione mentale.
Il vociare proveniente da fuori che si avvicinava sempre di più, fece tintinnare le fragili bottiglie, debolmente, ma abbastanza perché Brizio comprendesse l’eccezionalità dell’evento.
Filippo, lo zio dall’oriente, di cui aveva solo sentito parlare, era entrato in paese, accolto da grida festose, abbracci, ed eccitazione collettiva.
Ancor dietro alla sua multiforme barriera di vetro, Brizio non si mosse, continuando flemmatico lo scambio di ruolo delle amate bottiglie.
Dalla porta leggermente aperta si intravide un becco, piccolo e giallo, poi un occhio, curioso ed indagatore, infine un collo ed una zampa.
La fagiana, sfuggita ai pizzicotti, ambigue carezze, pacche e minacciose parole di coloro che vennero ad accogliere Filippo, si intrufolò in casa per cercare tranquillità.
Già abituata a così tanta gente ed attenzioni, non ebbe neppure un sussulto a scoprire che nella stanza si trovava qualcun altro. Si avvicinò alle bottiglie in fila e infilò il becco nel collo di ognuna per scoprire che sapore avesse l’aria dentro.
Brizio, normalmente geloso della sua fila di vetrosi contenitori, la lasciò fare, chissà ne avrebbe finalmente capito il senso, di quel gioco meticoloso.

 

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