La Caduta

Non tutte le lingue hanno una parola per “caso”. Gli inglesi, per esempio, dicono chance che spesso traduciamo con caso, ma il significato più corretto, o più profondo, è un altro.

Furono i francesi ad importare il termine sull’Isola, quando 1000 anni fa conquistarono l’Inghilterra. All’epoca i Normanni dicevano chëoir, evoluzione volgare del latino cadere.

In latino cadere significa lo stesso che in italiano corrente e “caso” altri non è che il diretto discendente del participio passato di cadere (casus).

Il primo significato di “caso” allora è “caduta”, spostamento da un punto verso un altro e, in fine, impatto. È un’immagine interessante, ci rende visualmente l’idea di cosa potesse rappresentare il caso nell’immaginario per gli antichi.

Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità”.

È una sentenza apocrifa attribuita a Democrito e normalmente associata alla linea di pensiero di Jacques Monod. Ma per gli antichi, soprattutto per gli atomisti, la concetto di caso assumeva una valenza affatto compatibile con l’esistenzialismo moderno.

Asseriva Monod che «Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, [è] alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione».

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La differenza sostanziale sta nella “cecità” attribuita dal pensiero moderno alla natura del caso. Per noi è quasi naturale pensare al caso come a qualcosa di feroce e imprevedibile, una forza sconosciuta su cui non ci è concessa alcuna forma di controllo.

Il pensiero antico ragiona in modo differente. Il caso è sovente associato ad Ἀνάγκη, la necessità. Non è un dettaglio marginale, ma il fuoco su cui la prospettiva greca è centrata.

Per semplificare possiamo dire che il caso “dei moderni” è assoluto e non ha finalità. Quello degli antichi, al contrario, ha identità e scopo ed è subordinato ad una forza che ne determina la meccanica: la necessità.

La nostra idea dell’universo è tormentata, assai più tormentata di quella degli antichi. La Relatività ci ha resi una fibra inutile di un tessuto occulto e mutevole. La Fisica degli astri ha spostato il centro delle nostre certezze alla periferia di universo cieco e buio che corre e corre ancóra senza meta e verso abissi sempre più profondi.

La cosmologia degli antichi era fatta di immagini e di gerarchie. A quel tempo il cielo notturno era così bello e perfetto, terribile anche nella fissità e nel rigore di una geometria per sempre fissa e immutabile. Era il tempo di Urano e di Varuna e l’immensità dell’universo riposava nel pugno degli Dei.

La nostra cosmologia è fatta di numeri ed equazioni. Complessità che non generano risposte ma ulteriori quesiti. Sappiamo soltanto che stiamo correndo, seduti su questa Terra remota, verso un nulla che dilaga e segue una logica che non ci è dato di afferrare. Non c’è Necessità nel nostro Cosmo.

Cadiamo ad ogni modo, quindi, ma percepiamo la caduta in modo differente.

At contra nulli de nulla parte neque ullo
tempore inane potest vacuum subsistere rei,
quin, sua quod natura petit, concedere pergat;
omnia quapropter debent per inane quietum
aeque ponderibus non aequis concita ferri.

Ma in nessuna parte e nessun momento
il vuoto può resistere a qualunque cosa
senza ritirarsi, come chiede la sua natura;
per ciò tutti i corpi, attraversando il vuoto immobile,
devono cadere egualmente […]

[Lucrezio, De Rerum Natura, II, 235-239]

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Il senso antico della Terra

Antropocene è una parola sintetica usata per descrivere un fenomeno ritenuto dai più assai recente. Tuttavia, coloro che sono avvezzi allo studio della storia sanno che il processo di alterazione del pianeta da parte del genere umano getta le sue radici in un passato ben più remoto.
Nella Cina della dinastia Qin (III sec. a.C.) era diffuso l’adagio secondo cui l’imperatore aveva soffiato al vento il potere di scolpire le montagne. Ed era vero, soprattutto se consideriamo che proprio in questa epoca cominciavano i secolari lavori per la costruzione della Muraglia.
Possiamo in realtà spingerci ancora più indietro nel tempo e pensare, per esempio, alla regina Hatshepsut che fece scavare nella roccia uno dei complessi più grandiosi dell’architettura egizia. O ancora, agli ingegnosi greci che volevano addirittura tagliare la terra a Corinto (anche se alla fine dovettero desistere e accontentarsi di una strada).

Ci sono, insomma, decine e decine di istanze che potrebbero essere addotte per dimostrare come l’Antropocene, il modellamento del pianeta a immagine dell’uomo, sia cominciato in realtà molto prima delle Rivoluzioni Industriali. E tuttavia, oltre il dato “geologico”, una differenza resta cruciale: la prospettiva capovolta attraverso cui l’uomo del tempo antico guardava alla Terra.
Nel seme delle culture indoeuropee c’era un rispetto assiomatico e una regola incontrovertibile che governava il rapporto fra l’uomo e l’ambiente.
Il rex dei romani (come il raj– degli indiani o il –rix dei celti) era investito di questo potere perché, unico, poteva manipolare la terra dividendone i confini. E, ancor più, tanto potente era l’idea della Terra che il suo vero nome doveva sovente restare nascosto: nei contorti rami delle lingue indoeuropee si perse infatti ben presto il nome comune per chiamare la “Terra”. Ogni cultura si è poi arrangiata come ha potuto trovando spesso eufemismi efficaci per descrivere il concetto; cosicché noi diciamo “Terra” perché nell’antichissima origine delle lingue italiche il termine voleva semplicemente significare “posto secco, dove non c’è acqua” (dalla radice *ters; si pensi al moderno inglese dove thirst, stessa radice, significa propriamente “assenza acqua” > sete).

La differenza è semplice: nel mondo antico l’uomo percepiva chiaramente di appartenere alla Terra (e infatti il latino homo – da cui il nostro “uomo”- dipende da un’antica radice usata per identificare il suolo. Homo è dunque propriamente “di terra”). Noialtri, invece, riteniamo il pianeta nostro possesso più o meno esclusivo.
Un uomo di quell’epoca definirebbe il nostro approccio con l’ambiente un atteggiamento disastroso. C’è infatti  un orrore profondissimo e costante comune a tutto il mondo classico: la contaminazione della Terra. Scriveva Virgilio alla fine del primo Libro delle Georgice, indicando un orrifico prodigio:

E di certo verrà il tempo in cui l’agricoltore, lavorando la terra di quei luoghi con l’aratro ricurvo, troverà aste corrose dalla scabra ruggine o batterà coi pesanti rastrelli su elmi vuoti, e si meraviglierà per il gran numero di ossa nei sepolcri scoperti.

Era diritto dell’uomo esercitare la sua forza creatrice sull’ambiente che lo circondava, ma entro limiti precisi. Il cuore del pianeta doveva restare pulito, scevro di memorie umane: pena un prezzo altissimo per gli uomini. Qui di seguito l’oracolo di una veggente etrusca profferito probabilmente nel I sec. a.C., in un momento in cui il disordine della Repubblica Romana aveva temporaneamente sovvertito il rapporto religioso fra l’uomo antico e i confini della Terra.


Anthropocene is a synthetic word used to describe a phenomenon thought to be recent. However, people accustomed to the study of history know that this process lays its foundations in a far-flung past.
During the Qin dynasty in China, a popular adage told that the emperor had stolen to the wind the power of polishing mountains. It was true indeed, if we think that the works for the Great Wall started in this very epoch. 
We can pull ourselves even more faraway in the past and recall how queen Hatshepsut had her lofty temple excavated inside the rocks of the ancient Egypt. 

Therefore, we can quote numerous instances able to demonstrate that the Anthropocene started well before the Industrial Revolutions. Yet, beside the “geological” data, a difference remains crucial: the inverse perspective by which humans of the ancient time watched at the Earth.
Inside the seed of the Indoeuropean cultures, there was an axiomatic deference and an unquestionable law that ruled the relationship between humans and the environment.
The roman rex (as the indian raj- or the celtic -rix) was appointed with this great power for it was only him the one allowed to manipulate the earth by defining its borders.
Moreover, so powerful was the idea of “Earth” that its true name had to stay hidden.
In fact, among the twisted branches of the Indoeuropen tree a common word for Earth is missed. Every limb had to sort out an euphemistic way to describe the context. Latin speakers call the Earth “Terra” because in the remote origin of italic languages this word meant “dry place, where water is absent” (form the root *ters-; It could be also noticed that the modern english thirst, belonging to the same root, means properly “without water”).     

The difference is thus easy to grab: in the ancient world humans thought themselves as a belonging of the Earth. On the contrary, we do think that the Planet is our exclusive possession. A man of the classic era would probably define our approach to the environment a disastrous attitude. In fact, a rooted dread of the ancient world was the contamination of the earth. As Virgil wrote in the first book of the Georgics:

Ay, and the time will come when there anigh,/ Heaving the earth up with his curved plough, /Some swain will light on javelins by foul rust/ Corroded, or with ponderous harrow strike/ On empty helmets, while he gapes to see/ Bones as of giants from the trench untombed.

Of course the mankind had right to employ its creative force on the environment. Hoverer, the heart of the planet had to remain clean, free of human memoirs. Any violation would mean disaster. Here follows an excerpt of the Vegoia Prophecy foretold during the I century b.C. by an Etruscan Oracle.

Profezia di Vegoia (I /II sec. a.C.)

Tum etiam terra a tempestatibus uel turbinibus plerumque labe mouebitur. Fructus saepe ledentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur. Multae dissensiones in populo. Fieri haec scitote, cum talia scelera committuntur. Propterea neque fallax neque bilinguis sis. Disciplinam pone in corde tuo.


Allora anche la terra da bufere e cicloni e frequenti frane sarà scrollata. E i raccolti spesso saranno guasti e atterrati dalle piogge e dalla grandine, arsi dalla canicola e distrutti dalla ruggine. E molte le discordie civili. Sappi che questo accade quando tali delitti si commettono. Perciò non essere ingannatore e la tua lingua non sia biforcuta. Riponi questo insegnamento nel tuo cuore.


Then even the land will be shaken by storms or whirlwinds and many landslips. The crops will be frequently laid low and cut down by rain and hail, they will perish in the heat of the summer, they will be killed off by blight. There will be civil strife amongst the people. Know that these things happen, when such crimes are committed. Therefore do not be either a deceitful or treacherous. Place restraint in your heart.

Dove fanno il deserto, dicono che è la pace – They make a solitude and call it peace

I Pacifisti che protestavano contro la Guerra del Vietnam usavano uno slogan che qualcuno aveva preso a prestito da Tacito. La frase, di grande effetto, recitava pressappoco “fanno il deserto e poi lo chiamano pace”.
Tacito, in effetti, non era un pacifista e il celebre discorso di Calgaco (da cui la frase è dedotta) va certamente inteso come un pezzo di bravura retorica molto più che come critica al sistema imperialista dei romani.
Ma la cattiva interpretazione dei classici è un problema fino a che punto? E per chi? Non è forse vero che il classico è tale perché resta efficace indipendentemente dalle contingenze? E l’efficacia supera o no l’interpretazione?

South Vietnamese forces follow after terrified children, including 9-year-old Kim Phuc, center, as they run down Route 1 near Trang Bang after an aerial napalm attack on suspected Viet Cong hiding places, June 8, 1972. A South Vietnamese plane accidentally dropped its flaming napalm on South Vietnamese troops and civilians. The terrified girl had ripped off her burning clothes while fleeing. The children from left to right are: Phan Thanh Tam, younger brother of Kim Phuc, who lost an eye, Phan Thanh Phouc, youngest brother of Kim Phuc, Kim Phuc, and Kim's cousins Ho Van Bon, and Ho Thi Ting. Behind them are soldiers of the Vietnam Army 25th Division. (AP Photo/Nick Ut)

Pacifists in protest against the Vietnam War used a slogan which somebody had borrowed from Tacitus. This sentence, of great effect, said “they make a solitude and call it peace”.
Tacitus was not precisely a pacifist and the famous speech of Calgacus (to which the sentence belongs) is to be intended more a masterpiece of rhetoric then a criticism about the imperialistic system of Romans.
Yet, at what stage is the miss interpretation of classics a problem? And for whom? Is not true that classics are classics for staying effective over contingencies? And effectiveness overtakes or not interpretation?

 

Tacito: Agricola, XXX

Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur: si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit: soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.


Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.

[Traduzione di Mario Stefanoni]


Robbers of the world, having by their universal plunder exhausted the land, they rifle the deep. If the enemy be rich, they are rapacious; if he be poor, they lust for dominion; neither the east nor the west has been able to satisfy them. Alone among men they covet with equal eagerness poverty and riches. To robbery, slaughter, plunder, they give the lying name of empire; they make a solitude and call it peace.

[Translated by William Jackson Brodribb]

Come muoiono gli eroi – Dying as heroes

Immaginate l’Iliade come un film (non come Troy peròPoppy !, la brutta impostura di Petersen). Il poema è performance, la morte è scena. Gli eroi cadono uno dopo l’altro e l’uditorio deve vedere la polvere che si leva quando il corpo trafitto colpisce la nera terra di Troia. Ma l’Iliade non è un colossal. Omero è quel tipo di regista che proprio prima dell’ultimo istante sostituisce al sangue cruento il fotogramma di un papavero che piega il capo sotto la pioggia.

Imagine the Iliad like a movie (Not Troy indeed, that bad imposture by Petersen). Poem is performance, death is part of the set. Heroes fall one after one and the audience needs to perceive the dust when the wounded body tumbles down to the black earth of Troy. Yet the Iliad is not a colossal. Homer is that kind of director that the moment before the end replaces the gory blood with the frame of a poppy bending under the rain.

Iliade, Θ 306 – 308

μήκων δ᾽ὡς ἑτέρωσε κάρη βάλεν, ἥ τ᾽ ἐνὶ κήπῳ
καρπῷ βριθομένη νοτίῃσί τε εἰαρινῇσιν,
ὣς ἑτέρωσ᾽ἤμυσε κάρη πήληκι βαρυνθέν.


Come un papavero spinge la testa d’un lato, là nel giardino
Grave del frutto e della pioggia che cade a primavera
Così s’abbandonò la testa pesante dell’Elmo.

[Traduzione di Vito Paolo DPS]


Of its own fruit, and drench’d by vernal rains
The poppy falls oblique, so he his head
Hung languid, by his helmet’s weight depress’d.

[Translation by W. Cowper]

Δύσκολος (Dyscolos)

Anche un misantropo, secondo Menandro, dopo aver visto da vicino la morte è costretto ad essere meno cinico e cagnesco.

A misanthrope, according to Menander, after watching closely the death is forced to be less cynical and daggers .


(Κν)             τί παρέστηκας ἐνταῦθ’, ἄθ~λ~ι~[ε;
(desunt uersus v)
[     ]εσοις ἐβουλόμην
[     Μυρ]ρίνη καὶ Γοργία,
710    ε.[                       ]ον προειλόμην
οὐκ ἴσως~ [….]ι~ κ[.]ι~[.]ν οὐδ’ ἂν εἷς δύναιτό με
τοῦτο μεταπεῖσαί τις ὑμῶν, ἀλλὰ συγχωρήσετε.
ἓν δ’ ἴσως ἥμαρτον ὅστις τῶν ἁπάντων ὠιόμην
αὐτὸς αὐτάρκης τις εἶναι καὶ δεήσεσθ’ οὐδενός.
νῦν δ’ ἰδὼν ὀξεῖαν οὖσαν ἄσκοπόν σκοπόν τε τοῦ βίου
τὴν τελευτήν, εὗρον οὐκ εὖ τοῦτο γινώσκων τότε.
δεῖ γὰρ εἶναι–καὶ παρεῖναι–τὸν ἐπικουρήσοντ’ ἀεί.
ἀλλὰ μὰ τὸν Ἥφαιστον–οὕτω σφόδρα <δι>εφθάρμην ἐγὼ
τοὺς βίους ὁρῶν ἑκάστους τοὺς λογισμούς <θ’> ὃν τρόπον
720    πρὸς τὸ κερδαίνειν ἔχουσιν–οὐδέν’ εὔνουν ὠιόμην
ἕτερον ἑτέρωι τῶν ἁπάντων ἂν γενέσθαι. τοῦτο δὴ
ἐμποδὼν ἦν μοι. μόλις δὲ πεῖραν εἷς δέδωκε νῦν
Γοργίας, ἔργον ποήσας ἀνδρὸς εὐγενεστάτου·
[…]
740 τῶν δ’ ἀναγκαίων λέγειν
πλείον’] οὐκ ἀνδρὸς νομίζω· πλὴν ἐκεῖνό γ’ ἴσθι, παῖ–
ὑπὲρ ἐ]μ~οῦ γὰρ βούλομ’ εἰπεῖν ὀλίγα σοι καὶ τοῦ τρόπου–
εἰ τοιοῦτ]οι πάντες ἦσαν, οὔτε τὰ δικαστήρια
ἦν ἄν, οὔθ’ αὑτοὺς ἀπῆγον εἰς τὰ δεσμωτήρια,
οὔτε πόλεμος ἦν, ἔχων δ’ ἂν μέτρι’ ἕκαστος ἠγάπα.
ἀλλ’ ἴσως ταῦτ’ ἐστ’ ἀρεστὰ μᾶλλον· οὕτω πράττετε.
ἐκποδὼν ὑμῖν <ὁ> χαλεπὸς δύσκολός τ’ ἔσται γέρων.

(Dyscolus, ed. F.H. Sandbach, Menandri reliquiae selectae. Oxford: Clarendon Press, 1972: 47-91.)

 

Cnemone (vedendo Sostrato). E tu che ci fai qui, sciagurato? (lacuna testuale di 5 versi, in cui rientrava Gorgia con la madre Mirrine)
Mirrine e Gorgia,

 710 io ho scelto questa forma di vita e nessuno di voi potrebbe farmi cambiare parere; questo almeno lo ammetterete. Ma ho commesso un solo errore, forse, quando credevo di essere autosufficiente, io solo tra tutti, e di non avere bisogno di nessuno.
715 Ma ora che ho visto che la morte ti può colpire all’improvviso e senza che te lo aspetti, mi sono accorto che non andava bene ciò che pensavo allora; in effetti è necessario che vi sia – e che sia disponibile – una persona che possa aiutarti in ogni circostanza. E io invece, per Efesto, fino a tal punto avevo la mente accecata nel vedere i modi di vita di ciascuno e i raggiri che
720 escogitano per trovare il modo di fare guadagni, tanto da non immaginare neppure che potesse esserci qualcuno tra tutti capace di volere il bene altrui. Questo era il mio ostacolo. Ma oggi finalmente soltanto Gorgia mi ha dimostrato il contrario, compiendo un’azione de
gna di un uomo nobilissimo.
[…]
740 Il parlare più del necessario non credo che sia cosa degna di un vero uomo. Però questo devi saperlo, figliolo, voglio dirti ancora qualcosa riguardo a me e al mio carattere: se tutti fossero come me, non esisterebbero i tribunali, non si trascinerebbero in prigione gli uni con gli altri,
745 non ci sarebbe guerre e ciascuno sarebbe felice di avere quanto basta per vivere. Ma forse lo stile di vita attuale è più gradito, visto che tutti vi comportate allo stesso modo. Comunque questo vecchio intrattabile e selvatico non vi darà più alcun fastidio.

(Traduzione di Ezio Savino)

 

Kn. [apparently to Sostratos] Why are you standing there, you miserable person?
             (about five lines are missing, and the next three and a half are too fragmentary to restore)
[during the missing lines Gorgias returns with his mother Myrrhine; the text resumes with Knemon speaking]
… nor could any one of you

 persuade me to change my mind about this, but you will go along with my decision.
In one thing perhaps I erred, that alone of all people I thought
I was somehow self-sufficient and would need no one.
715       Now I have seen that the end of life is sharp and unforeseeable,
and I’ve found that I did not know this well back then.
There needs to be — and be close by — someone who will always help out.
But by Hephaistos — I so completely messed myself up
seeing the different ways people lived and their calculations, the way
720       they directed them toward gain — I thought no one
would ever be kindly minded one to another, not one out of all of them.  This then
was what stood in my way.  With difficulty one person gave me proof now,
Gorgias, who has done a most noble man’s deed.
[…]

 740 To say more than what’s necessary
I don’t think is appropriate for a man.  Except know this, child —
for I wish to tell you a little about me and my character —
if everyone were like me there wouldn’t be law courts,
and they wouldn’t take them away to prisons,
745       and there wouldn’t be wars, but having goods in measure each man would be happy.
But perhaps these things are more pleasing.  Act that way.
This difficult and grouchy old man will be out of your way.

(translated by Vincent J. Rosivach)

La Grecia è la mia Casa

La Grecia è la mia casa. E non è retorica. Non è provocazione.

Non ho studiato il greco per fregiarmi di un titolo che non interessa più a nessuno. In tutta onestà, non l’ho studiato neanche con la pretesa di doverlo imporre o trasmettere a qualcuno. L’ho fatto perché volevo essere come loro, volevo imparare a pensare e a scrivere come loro. Per cui si, la mia casa è la Grecia.

In realtà avete anche voi diritto a dire che la Grecia è la vostra casa. Ma non è importante se non lo fate perché il merito, diceva Aristotele, non richiede necessariamente riconoscenza.
Adesso dicono che in Grecia c’è la crisi e la cosa un po’ mi fa sorridere. M’immagino anche Tucidide sorridere perché invero tutta la storia dei greci è crisi. Non è la crisi il punto.

Solone il nomoteta ha scritto un’elegia 2600 anni fa. È un testo eccezionale per molti motivi. Mi accontento di citare pochi versi. Ed essi si commentano da soli.greece-flag YGreece is my home. This not rhetoric, not a provocation.

I have not studied greek in order to achieve a title about which nobody cares anymore. Honestly, I have not even learnt greek pretending to transmit it to other people.
I made it because I wanted to be how they were, I wanted to think how they thought. Thus yes: Greece is my home.

You all, you can say too that Greece is your home. But, actually, it doesn’t matter if you won’t. A given credit, as Aristoteles says, does not necessarily require gratitude.
People say there is crisis in Greece and this make me laugh a bit. I imagine Thucydides laughing too for greek history being actually nothing but crisis. This is not the point.

Solon the legislator wrote an elegy 2600 years ago. It is an exceptional piece. I would just quote a few lines. They comment themselves.


􏰈􏰃􏰉􏰊ἡμετέρη δὲ πόλις κατὰ μὲν Διὸς οὔποτ’ ὀλεῖται
αἶσαν καὶ μακάρων θεῶν φρένας ἀθανάτων·
[…]
αὐτοὶ δὲ φθείρειν μεγάλην πόλιν ἀφραδίῃσιν
ἀστοὶ βούλονται χρήμασι πειθόμενοι,
δήμου θ’ ἡγεμόνων ἄδικος νόος, οἷσιν ἑτοῖμον
ὕβριος ἐκ μεγάλης ἄλγεα πολλὰ παθεῖν·


La nostra città non rovinerà mai per un destino sancito da Zeus e per volontà degli dèi beati immortali. […] Ma sono proprio gli stessi cittadini che vogliono, nelle loro manifestazioni di demenza, distruggere una grande città, persuasi da brama di soldi, e dall’ingiusto disegno dei capi del popolo, per i quali è già disposto che per questa grande arroganza subiscano molti dolori.

[Traduzione di C. Neri]


Our city never will perish according to the decree of Zeus
or the will of the blessed gods immortal.
[…]
Rather, the townsmen themselves, in their folly, wish to destroy 
our great city, persuaded by wealth,
and unjust is the mind of the leaders of the demos: for them 
many grievous sufferings are certain, the fruit of their great hybris. 

[Translation by M.L. West]

Un Solo Caos – One Chaos

Ellenismo è un termine sfortunato. Contiene infatti un concetto volgarizzato al massimo grado e poi diffuso capillarmente dai libri di scuola.
Il fragile mondo dei greci comincia invero ad offuscarsi non appena l’Ellenismo prende forma e in breve tempo scompare nel caotico succedersi di Diadochi ed Epigoni. Alle soglie della nostra era, molto poco è rimasto dell’antica civiltà della polis.
A ben guardare la lingua e il mondo di Plutarco distano da Omero quanto la nostra epoca dai sonetti Petrarca. Il problema del Tempo è che finisce per comprimersi troppo osservato da una prospettiva così remota.
Quello che segue è l’epitaffio di Meleagro di Gadara (I secolo a.C.), uno dei tanti autori dispersi nelle fauci della tradizione. Ai lettori moderni l’epigramma piace quasi sempre, forse perché riflette un sentimento che è proprio anche dell’epoca in cui viviamo. È un componimento interessante perché sintetizza bene l’incompatibilità di due mondi: scritto in una lingua che un greco del V secolo avrebbe ritenuto, ascoltandola, quantomai bizzarra, esprime un ideale che quello stesso greco avrebbe considerato inaccettabile.

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Hellenism is an unlucky word. It includes a highly vulgarized concept, badly widespread among handbooks. The fragile world of the ancient greeks begins to disappear when the Hellenism take form: it shortly vanishes into the chaotic cycle of Diadochi and Epigoni. On the threshold of our Age quite little has remained of the ancient greek civilization.
The world and the language of Plutarch are as far from Homer as our age and current language from Petrarca. One issue with the Time is that it easily end up to be compressed in the extreme when observed from a remote perspective.
The following is the epitaph of Meleager of Gadara (1st century BCE) one of the many sprinkled inside the Tradition. Modern readers do generally appreciate this poetry, probably because it mirrors well our own perception of the world. It is interesting how able this composition is to synthesize properly the gap between two worlds: written in a language that a V century greek would have felt odd, it express an ideal that the same greek would have completely denied.

 

Νᾶσος ἐμὰ θρέπτειρα Τύρος· πάτρα δέ με τεκνοῖ
Ἀτθὶς ἐν Ἀσσυρίοις ναιομένα, Γάδαρα·
Εὐκράτεω δ’ ἔβλαστον ὁ σὺν Μούσαις Μελέαγρος
πρῶτα Μενιππείοις συντροχάσας Χάρισιν.
εἰ δὲ Σύρος, τί τὸ θαῦμα; μίαν, ξένε, πατρίδα κόσμον
ναίομεν· ἓν θνατοὺς πάντας ἔτικτε Χάος.
πουλυετὴς δ’ ἐχάραξα τάδ’ ἐν δέλτοισι πρὸ τύμβου·
γήρως γὰρ γείτων ἐγγύθεν Ἀίδεω.
ἀλλά με τὸν λαλιὸν καὶ πρεσβύτην προτιειπὼν
χαίρειν, εἰς γῆρας καὐτὸς ἵκοιο λάλον.


Nasso è l’Isola che mi ha fatto da nutrice,
Ma la mia patria è Gadara, una città dell’Attica che abita la Siria.
Venni al mondo da Eucrateo Io, Meleagro, che con l’aiuto delle Muse
ho gareggiato con le Grazie di Menippo.
Se sono siriano, qual è la meraviglia? O straniero:
Unica è la patria che abitiamo. Un solo Caos ci ha generato tutti.
Vecchio, sopra le tavolette, ho inciso queste parole, di fronte alla mia tomba.
Chi è vicino della vecchiaia è vicino anche all’Ade.
Concedi un saluto a questo vecchio chiacchierone
E possa tu avere una vecchiaia loquace come la mia.

[Tradotto da Vito Paolo DPS]


Island Tyre was my nurse, and Gadara, which is Attic but lies in Syria, gave birth to me. From Eucrates I sprung, Meleager, who first by the help of the Muses ran abreast of the Graces of Menippus.
If I am a Syrian, what wonder? Stranger, we dwell in one country, the world; one Chaos gave birth to all mortals.
In my old age I wrote these lines in my tablets before my burial; for eld and death are near neighbours. Speak a word to wish me, the loquacious old man, well, and mayst thou reach a loquacious old age thyself.

[Translated by W.R. Paton]