NON HO SCELTA

Disse Zakariya volteggiando le mani in aria per scacciare alcune sadiche mosche ostinate. “Qui nel deserto non si sta male in fondo, qualche turista tranquillo, pochi scocciatori, ma la verità è che non saprei cos’altro fare, non ho scelta”

NON HO SCELTA

tre parole che continuano a risuonarmi in testa anche qui, ormai lontano dalle dune del Sahara, seduto sul soffice divano blu, tra le mura colorate della mia nuova confortevole dimora.
E mi arrovello sul reale significato di questa breve sentenza, tesa tra l’alibi e la rassegnazione, continuandomi a chiedere: ma chi di noi ha scelta?

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Certo se sei un berbero del deserto, un paria di Bangalore, una dolce fanciulla di Kabul o un inuit groenlandese l’interrogativo diventa forse marginale, le priorità potrebbero davvero essere altre.
Ma il privilegio di costruire una vita libera mi appare, ahimè, merce rara anche a queste latitudini dove all’insegna di vessilli  di democrazia, progresso e prosperità ci travestiamo da paladini della libertà senza davvero accorgerci che i vincoli della società, le sue infide sovrastrutture, il suo arrogante schematismo non ci consentono di rompere davvero le redini a cui siamo legati. E poi, c’è quell’elemento, ancora più subdolo e latente, che ci impedisce l’ulteriore slancio.
E’ un elemento antico, atavico addirittura incrollabile:
‘Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso’
Il primo principio della dinamica recita così; e noi da buon chierichetti fisici lo eseguiamo, crogiolandoci nella nostra quiete o nel nostro lento moto; ogni tanto qualche piccola perturbazione ci consente di sentirci più vivi ma non è così potente da farci cambiare rotta e quella forza che ci darebbe davvero una svolta, rompendo questa dannata inerzia, stenta sempre ad arrivare.
Nel mezzo del cammino della mia via vita, la ripercorro allora virtualmente e noto come essa sia fluita attraverso dei canali in apparenza ancora da modellare ma già da tempo in fondo solcati; tracce a volte più marcate e a volte solo abbozzate seppur sempre irrimediabilmente univoche e delineate.
L’illusione di una decisione autonoma si infrange nella costatazione della sua latente immobile inerzia, nella triste attuazione di un moto rettilineo uniforme, stanco e ripetitivo.
E al pari di Zakariya, anche io in fondo mi sento senza possibilità di scelta.

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Historiae referendorum

Il 18 settembre del 2014 fu il giorno del mio 27esimo compleanno. Sicuramente quel giorno avrò pensato che stavo invecchiando ma anche che ero ancora piuttosto giovane. A parte tali pensieri ciclici non ricordo molto di quel giorno, ad esempio non so come e se io abbia festeggiato il mio genetliaco. Ma c’è tuttora un ricordo che non si sbiadisce: la mia speranza nei risultati del referendum in Scozia. Speranza nella vittoria di un Sì. Non sono un esperto di politica britannica, né di politica estera, né tanto meno di politica tout court. Ma ai tempi era a favore di un . I motivi erano forse più istintivi che razionali: l’antipatia che provavo per la regina Elisabetta (soprattutto in quanto regina e non in quanto Elisabetta, ma adesso anche in quanto Elisabetta) e per buona parte degli inglesi insieme all’idea che ho degli scozzesi, bonaccioni sempre obbligati a seguire le regole dettate dai terroni della penisola britannica. Tutti conosciamo il risultato di quel referendum e tutti conosciamo pure la beffa che dovettero subire il 23 giugno 2016 il 45% degli scozzesi che votarono al referendum del 2014 quando furono chiamati ad esprimersi su Brexit. Sì, perché è evidente che nel 62% di scozzesi che votarono Remain il 23 giugno il 45% erano un sottogruppo. Circa due anni dopo dunque un’altra delusione per me: il risultato di Brexit. Anche qui le ragioni erano più personali che oggettive. Non avevo colmato ancora le mie lacune di politica britannica ed estera ma gli scozzesi mi facevano ancora tenerezza. L’antipatia per gli inglesi non era scemata, ma l’idea di (almeno) un’Europa unita mi ha sempre attirato. Insomma il Remain mi sembrava una scelta giusta. Ma anche stavolta feci parte dell’opposizione.

Paul Shepard diceva che la storia è una maniera di percepire l’esistenza umana, e io, da ”buon selvaggio”, vedo la mia storia fluire in maniera ellittica piuttosto che lineare. È quindi normale che un’ennesima delusione politica sarebbe dovuta arrivare. Il primo ottobre la delusione suono al mio campanello. In questo caso avevo già messo il vestito buono e l’aspettavo dietro la porta.

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Dettaglio di Maestà di Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi, Cimabue

A distanza di un mese da quest’ultimo referendum, ho cercato di capire se c’erano ragioni meno emotive per le mie scelte ai referendum in cui non ho votato. Ho riletto intensamente le pagine Wikipedia di Rousseau e Hobbes, i trafiletti de La Repubblica.it, sono andato al musée de Luxembourg per farmi ispirare dal generoso décolleté della Liberté. Ed immerso in quella scena di guerra che è alla base del motto di francescana memoria Liberté, égalité et fraternité, ho trovato un piccolo criterio di scelta:

Un popolo ha il diritto di chiedere l’autonomia e l’indipendenza quando, trovandosi in delle condizioni peggiori rispetto al resto della nazione (o federazione), vuole cercare di migliorare e risollevare la sua situazione economica e sociale.

Questo criterio, per quanto condivisibile e da prendere con le pinze*, esce fuori dalla mia testa adesso; quindi è forse solo il disperato tentativo di dare un senso alla mia emotività. Brexit o Catasalida sembrano andare in direzione contraria al motto francescano (ed al mio criterio). La libertà di scegliere non deve confondersi con la voglia di individualismo emotivo soprattutto nel caso in cui sia volta ad aumentare la disuguaglianza (per esempio economica) e a spezzare il vincolo di fraternità che ci lega a chi ci sta accanto (soprattutto se sta peggio di noi). La chiudo qui e in attesa di diventare un esperto di politica cercherò di applicare il mio piccolo grande criterio al prossimo referendum.

*Il criterio è necessario ma non sufficiente. La valutazione dell’effettiva efficacia di un popolo, che magari si ritrova in una condizione catastrofica a causa propria, a migliorare da solo la propria situazione economica e sociale è alla base della non sufficienza!

Ti faccio un grafico*** – Carta igienica

Io cerco di non usare carta igienica. L’avversione deriva dal fatto che, siccome non la vogliamo normale crespa riciclata, la facciamo con la polpa di cellulosa …io preferisco usare limitatamente la carta e andare di mano.

Così ha risposto il geologo Mario Tozzi, intervistato da Radio 24, riguardo il lavaggio dell’ano dopo la defecazione. Sicuramente sarebbero poche le persone, almeno in “Occidente”, pronte a seguire il suo esempio, imbrattandosi le mani quotidianamente; l’utilizzo di carta igienica sembra ancora un’inevitabile scelta. Ma la domanda sorge spontanea, almeno nella mia testa: quanta carta igienica consumiamo e quindi quanti alberi tagliamo annualmente per la nostra igiene anale. Per rispondere a tali domande dobbiamo lanciarci in svariati calcoli e differenti ipotesi, a volte azzardate. Dobbiamo sapere, innanzitutto, quanti strappi di carta igienica vengono usati per atto. Facendo qualche ricerca su internet (qui, qui, qui, …) sembrerebbe che mediamente si utilizzino circa 10-15 strappi, valore che dipende essenzialmente da due fattori: la morbidezza delle feci e la paura di traforo del pulitore.

Adesso sarà necessario sapere quanto tempo dura mediamente un rotolo di carta igienica. Per avere questa informazione dobbiamo conoscere quanti strappi ha un rotolo di carta igienica e la cadenza cacatoria. Dopo numerose ricerche, ho isolato un campione di una decina di tipi di carta igienica (ho evitato i maxi-rotoli) di diverso prezzo e grammatura. Il valore medio è di 217 strappi per rotolo come indicato nella figura in basso.

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Considerando una media defecativa giornaliera di 1 (c’è chi lo fa due volte al giorno, chi una ogni tre giorni), troviamo 3650-5475 strappi per anno, ovvero tra i 17 e i 25 rotoli annui per persona. Come dicevo le diverse marche, producono rotoli con diversa grammatura a seconda della quantità di veli per strappo e della qualità della cellulosa stessa. Valori tipici variano tra i 16 e i 30 grammi per metro quadrato. Questo è coerente con ciò che ho misurato nella mia sala da bagno. Le dimensioni di uno strappo della carta igienica che uso attualmente sono 9 cm (larghezza)*12.7 cm (lunghezza). Ogni rotolo possiede 300 strappi e pesa 110 grammi (cartoncino interno escluso ovviamente). Dunque abbiamo: Sans titreCiò equivale a circa (prendo i 110 grammi per rotolo come valore) 2-3 kg di carta igienica per anno. Secondo questo articolo si arriva anche a 17 kg per i britannici, 20 per gli statunitensi e 4 nei paesi baltici. Possiamo lanciarci in due calcoli, uno ottimistico in cui consideriamo 3 kg come media mondiale ed uno pessimistico di 6 Kg.

Ci mancano ancora due dati per sapere qual è l’impronta ecologica delle cacate dell’umanità. Il primo dato è la quantità di persone che utilizza la carta igienica, il secondo quanti kilogrammi di carta igienica vengono prodotti per albero.

La prima domanda potrebbe sembrare ovvia per un “occidentale”, ovvero 7 miliardi circa. Penso che per la maggior parte degli occidentali, l’utilizzo della carta igienica sia un atto naturale e necessario come respirare o bere. Ma fortunatamente la doxa occidentale non è sempre corretta e altri modelli sono spesso utilizzati. Sapere quante persone usano la carta igienica non è molto facile. In generale la carta igienica è diffusa soprattutto nella cultura occidentale (Europa e USA e “derivati”), molto meno in quella orientale. Gli indiani per esempio non usano carta igienica. Sembrerebbe che anche i cinesi non siano grandi consumatori di carta igienica, almeno per il momento. E  i musulmani lo devono fare con cautela, visto che Allah li sorveglia anche quando si liberano dei loro peccati materiali. Il pudore dei giornalisti e la vergogna di chi risponde non permettono una statistica completa; per questo motivo fornire un dato esatto non è per niente semplice. Anche in questo caso prendo in considerazione due possibilità: 2 o 4 miliardi di persone utilizzano carta igienica quotidianamente.

Ci siamo quasi! Calcoliamo adesso la quantità totale di carta igienica consumata nel mondo. Tale valore dovrebbe essere compreso tra 6 miliardi (2 miliardi di persone per 3 kg) e 24 miliardi (4*6 kg) di kg. Quanti alberi sono necessari per produrre tale quantità di carta igienica? Un albero produce 45 kg di carta igienica*, quindi troviamo 6/24 miliardi di kg /45 kg=130-530 milioni di alberi l’anno.

Un articolo pubblicato recentemente su Nature ha stimato una densità di alberi di circa 429 alberi per ettaro, ovvero circa 23 m2 per albero. Qui giù un grafico tratto dall’articolo di Crowther et al. 2015

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Questo vuol dire che tagliamo tra i 3 mila e i 12 mila km2 di foreste ogni anno per allietare quotidianamente le nostre giornate (per intenderci, la Sicilia ha una superficie di 25 mila km2). Lo stesso articolo afferma che al mondo ci siano circa 3000 miliardi di alberi nel mondo quindi per concludere meno dello 0.02 % degli alberi è tagliata e finisce nelle nostre fogne. Potrebbe sembrare una quantità infinitesimale, ma bisogna fare alcune considerazioni. La prima è che tale carta non può essere riciclata, la seconda è che l’impronta ecologica della sua produzione non risiede solo nella materia prima, ma pure nell’energia utilizzata durante il processo di trasformazione della materia prima (taglio degli alberi, estrazione della cellulosa, produzione carta igienica) e durante il lungo trasporto del prodotto finale verso i nostri cessi. Entrare nel dettaglio di ogni processo è cosa abbastanza ardua e servirebbero altrettanti Ti faccio un grafico?.

Non so quale sia l’effettivo apporto dell’utilizzo della carta igienica al riscaldamento globale. In attesa di scoprirlo, seguo il consiglio di Tozzi, e nel mio cantuccio cerco di limitare il suo utilizzo**, cercando di creare il disagio minore al nostro ambiente e al mio ano.

Al prossimo grafico!

*Riferimento bibliografico non molto accurato. ** Per esempio non andando in bagno per giorni in modo da far seccare al cacca e consumare meno carta igienica nella post-defecatio. *** Il grafico più importante di questo post è stato copiato da un articolo pubblicato su Nature, quindi per essere più preciso il titolo del post dovrebbe essere Ti mostro un grafico… ma per questioni di policy del blog, non mi è stato permesso. Non me ne vogliate.

Ti faccio un grafico? – Ioni

In un passato non troppo lontano ho sperato che la lettura di qualche libro di neuroscienza mi avrebbe aiutato a capire come funziona il cervello; e qualcosa, forse, l’ho pure capita, ma un dubbio è per adesso rimasto insoluto: perché certe sezioni della tua memoria sembrano riservate a delle informazioni che ti sembrano inutili, ovvero a delle cazzate? Perché devo ancora ricordare il testo di Non dirgli mai Il tuo maglione lungo sulle mani quel seno che non è cresciuto più le corse in bicicletta a primavera il vento profumava anche di te di questo tempo in due solo fotografie di Gigi D’Alessio dopo 15 anni dalla sua uscita? Sarei tentato di finanziare questa ricerca, se solo avessi qualche milione di euro da parte (lanciamo un crowfunding, che ne dite?).

Tra le cazzate che ricordo ancora bene, vi è un gioco adolescenziale che consiste nel ripetere velocemente la parola ionico (provateci: IonicoIonicoIonicoIonicoIonicoIonicoIonicoIonicoIonico…) ! Ecco ciò che la parte non stupida della mia mente deve sopportare quasi giornalmente quando lavoro, visto che spesso lavoro con degli ioni!
E anche voi potreste cadere nello stesso corto circuito visto che, anche se inconsapevolmente, avete a che fare ogni giorno con gli ioni! Gli ioni sono come il mare, arrivano all’improvviso e non sai mai da dove. Arrivano dallo spazio e potrebbero essere i responsabili di melanomi per i piloti e l’equipaggio in cabina degli aerei, ma anche per chi viaggia spesso in aereo. Sono facilmente prodotti della particelle Alfa emesse per esempio dal Radon che si trova, molto probabilmente, nei materiali di cui la vostra casa è costruita (per questo motivo, oltre che per le flatulenze, si dovrebbe areare la casa il più spesso possibile). Gli ioni (di sodio e cloro) sono presenti quando salate l’acqua per le vostre pietanze. Ci si può anche asciugare i capelli con gli ioni negativi che caricano negativamente il capello, compattandolo e lisciandolo.
Quelli di Litio servono nella maggior parte delle batterie comunemente impiegate nell’elettronica di consumo.
Insomma gli ioni ci sono sempre stati e sempre ci saranno, dobbiamo solo imparare a viverci immersi. Volendo possiamo anche osservarli. Come?
Questo è il problema che ho dovuto affrontare tempo fa al lavoro. Vi do la ricetta nel caso aveste anche voi tale problema:
  • Prendete un pezzo di quarzo e grattatelo fino a farlo diventare opaco;
  • mettetelo in una camera a vuoto spinto, ovvero dove non c’è quasi nulla oltre il vuoto;
  • prendete i vostri ioni;
  • inviateli in massa verso il pezzo di quarzo;
  • aspettate una manciata di nanosecondi. Il quarzo diventerà luminescente un po’ come nella figura qui giù, dove ho utilizzato ioni di Argon di un keV di energia (ovvero 1000 elettronvolt, ovvero 1,602176565 x 10-16 J; per rendere l’idea 4.184 J sono l’energia necessaria per innalzare di 1 °C (da 14,5 a 15,5) la temperatura di 1 g di acqua distillata a pressione di 1 atm.);

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Dunque gli ioni esistono e fanno male al povero quarzo. Ma come posso quantificarli? Come posso sapere quanti ioni vengono impiantati su un materiale?
Anche questo è un problema che ho dovuto affrontare tempo fa al lavoro. E anche in questo caso, vi do la ricetta qualora aveste anche voi tale problema, magari quando vi asciugate i capelli con il fohn ionico.
La prima cosa da fare è analizzare la foto su per ottenere il grafico 3D qui giù!
L’analisi consiste nel misurare il livello del segnale della tuo detector CCD (in questo caso installato nella mia macchina fotografica) in funzione dello spazio, cioè misurare la distribuzione spaziale del tuo fascio ionico e sapere a quale parte del materiale hai deciso di muovere guerra.
Surface PlotIn questo modo potrai sapere su quale area punta il tuo cannone ionico. Ciò fatto, non ti resta che misurare la corrente ionica (IC) nel tuo campione (conduttore) e il tempo di irradiazione. Applicando tale formula
Sans titre
dove e è la carica elementare, è possibile conoscere la fluenza ovvero la quantità di ioni che arrivano nel tuo campione in un lasso di tempo ben preciso. Adesso il tuo fascio ionico è ben caratterizzato!
 A volte nella nostra vita ci troviamo a convivere con delle cose che ci fanno male (per esempio i fasci ionici) o che ci destabilizzano (per esempio ricordare il testo di Non dirgli mai), e spesso l’unica soluzione per non finire nel baratro è conoscere tali cose per affrontarle meglio. Per adesso le mie ricerche mi hanno portato a studiare e conoscere i fasci ionici, e spero che questi grafici/equazione vi torneranno utili se anche voi doveste trovarvi difronte dei fasci (ionici o meno)/ionici (a fasci o meno) che hanno deciso di rendere meno tranquilla la vostra esistenza! Per quanto riguarda ciò che mi destabilizza, sono ancora lontano dal trovare una risposta, ma nel più roseo dei casi vi terrò informati con qualche altro grafico!

Ti faccio un grafico? – Bici1

Se qualcuno mi domandasse se siano nati prima i numeri o i grafici, tentennerei.
E forse risponderei: i grafici, ma non come li vediamo adesso. Piuttosto ciò che rappresentano. Ovvero un modo di rappresentare e di codificare la realtà.
D’altro canto dei grafici senza numeri sarebbero solo una vuota cornice; cornice filosoficamente intrigante, ma che avrebbe avuto difficoltà ad intrappolare a lungo un vuoto evanescente.
E allora sì, forse sono nati prima i numeri, ma i grafici erano lì accanto, forse venuti alla luce poco dopo. O forse sono semplicemente dei gemelli eterozigoti. Immaginate dei numeri soli. Senza contesto. Che senso avrebbero?

Cento. Sì ma cento cosa? Cento pecore. freccieAh d’accordo ora capisco.

Sì, perché pecore è il contesto e da un significato al cento. Forse un po’ troppo criptico in questo caso, ma pur sempre un significato. Ecco, il grafico è il contesto che diamo ai numeri. È il modo che abbiamo per interpretarli, o meglio, è il modo che abbiamo per interpretare ciò che ci circonda. E sono questi due verbi (ndr interpretare e circondare), oltre alla mancanza di fantasia creativa irrazionale, che mi hanno fatto innamorare dei grafici. Sono uno strumento troppo semplice, strumento che non riesco a non usare quando voglio interpretare ciò che mi circonda. E visto che sempre qualcosa mi circonda e ho spesso voglia d’interpretare, creo in continuazione grafici, reali, complessi, 2D, 3D, sul mio peso, sul volume del pane in funzione del tempo di cottura, sul numero di patate andate a male per settimana in relazione alla loro distanza con le cipolle, sul numero di grafici fatti in funzione degli anni. Insomma suonare la tromba al matrimonio della mia ex non avrebbe prezzo, per tutto il resto faccio un grafico.

La prima serie di grafici riguarda uno sport che pratico ormai da 12, in maniera più o meno intensiva, ovvero il ciclismo. bicinumeri
E la maggior parte dei chilometri che ho macinato sono stati accompagnati dalla sofferenza. La sofferenza stanca e un po’ tutti cerchiamo un modo per mascherarla prima di tutto a noi stessi. Il modo migliore che ho trovato per non far diventare la sofferenza un’ossessione è servirmi dei numeri e dei calcoli, essendo troppo complicato utilizzare carta e penna per creare grafici mentre si pedala. Fortunatamente ci sono sempre tante cose da misurare quando sei su una sella: i chilometri fatti, quelli che restano, i battiti cardiaci, l’altimetria, le pedalate per minuto, le calorie bruciate, l’orario, la media oraria, la velocità istantanea. Insomma oltre le tue gambe anche il tuo cervello può avere un bel da fare in un banale giro in bici. Ma cosa resta di tutti questi numeri, quando arrivato a casa ti stravacchi sul divano? Le sensazioni restano, le visioni e i profumi pure, ma dei numeri niente, a meno che un grafico non venga in tuo soccorso!
Del Mont Ventoux, per esempio, ricordo ancora troppo bene la sofferenza dell’ascesa e la gioia dello scollinamento. Forse devo ciò anche al mio professore di liceo, che con fare gasmaniano ci raccontava la petrarchiana ascesa,  che ha impresso delle immagini nella mia mente che difficilmente potranno sbiadirsi. Ma di quei numeri cosa ne sarebbe stato senza un salvifico grafico (come quello qua giù, per intenderci)?
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Volendo estendere il tutto, come possono essere usati tutti questi numeri per capire chi sei (in bici)?
Ci sono diversi modi: il primo che mi viene in mente è cercare di capire come le mie medie sono influenzate dal dislivello, come mostro nel grafico qui giù.
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Come era facile aspettarsi, le mie medie si abbassano notevolmente con il dislivello, indicando che dello scalatore non ho né il sangue né il fisico.
Dalle medie si potrebbe anche capire se la tua condizione migliora col tempo, ma ciò non è così semplice e richiede qualche ipotesi supplementare. Infatti le medie dipendono da diversi fattori, e ne terrò in considerazione solo due: il dislivello e la lunghezza dell’allenamento.

Se volessimo dunque costruire un fattore che valuti l’efficienza del tuo allenamento, si dovrebbe tenere conto di questi tre parametri. Ho costruito il fattore (FE) utilizzando questa formula:

equazionePiù alto è il fattore, più potrai essere soddisfatto dalla tua prova ciclistica. L’idea dietro tale formula è che il fattore di efficienza dovrebbe aumentare fortemente in funzione della media (da qui il cubo) che però deve essere pesata sulla pendenza ovvero il rapporto dislivello/lunghezza, altrimenti il fattore sarebbe alto solo per le prove in pianura e molto basso per la montagna. Inoltre la media deve essere direttamente legata al dislivello, visto che come ho mostrato nel grafico precedente i due parametri sono (abbastanza) correlati. Per questo motivo ho aggiunto il termine esponenziale che tende ad uno per grandi dislivelli o medie elevate. I risultati sono mostrati nel grafico sottostante per un periodo di un anno e indicano che la mia forma è rimasta più o meno invariata negli ultimi dodici mesi, ovvero much ado about nothing. A dire il vero sembra stia scendendo, il declino fisiologico sta già bussando alla porta?*
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* a e b sono fattori di normalizzazione.

Generazione Bataclan

È stato un anno fa, è stato ieri. Un anno fa, ero talmente contenta di essere in vita a tal punto da non avere l’impressione di essere una vittima. Adesso dopo aver vomitato a causa dello stress una mattina in metro nel cestino dei rifiuti, sono meno sicura di ciò. Non ho perso amici, tutta la gente che conosco sta bene, la mia ferita (fisica) si è rimarginata velocemente. La psicologa che ho visto quella sera la mi ha detto che probabilmente non avrei avuto ricadute, che la mia resilienza funzionava abbastanza bene. Allora la presi come un oracolo, persuasa che non sarebbe mai successo. E quando la ricaduta è cominciata sei mesi fa, ero sorpresa, mi dicevo che non era possibile, ho reagito bene per una volta nella mia vita e adesso non va più bene. Quell’evento mi opprimeva tutto il tempo. Come se vedessi la vita con un altro filtro.

Tu sei in un bar con un’amica ma ti siedi strategicamente per vedere tutto ciò che avviene dentro il bar per poter agire più velocemente possibile e più efficacemente. Osservo tutte le persone che entrano in metro. Le esamino come se fossi una spia o che dovessi fare come Brad Pitt in Spy Game quando impara a essere una spia.
Potrei parlare per ore del luogo più strategico dove sedersi in una metro in funzione delle uscite, della folla, dell’orario. D’accordo, lo potevo fare anche prima, ma adesso è una questione di sopravvivenza. D’altronde, ormai sono sempre in mood sopravvivenza. Quando sono vicino una finestra che da sulla strada, non sono a mio agio. La maggior parte del tempo, non sono semplicemente non a mio agio, ma addirittura comincio a piangere. È davvero incredibile che non posso più sedermi vicino ad una finestra e mi sento veramente ridicola a non potermi liberare da tale peso costante. La paura ricomincia proprio perché sono sicura che che non riuscirò mai a reagire così bene come “la prima volta”. Sta storia della sopravvivenza è davvero stancante, come se avessi il tuo telefono col wi-fi anche quando si sta per scaricare. Si mangia tutte le energie. Mi sono accorta di vivere in un pianeta differente da quello dei miei amici a causa di un evento insignificante. Tante persone mi hanno consigliato di guardare la serie The Get Down, una serie su Netflix in teoria molto figa, con molta musica e il Bronx degli anni ’70. E nel primo episodio, dopo una stupenda scena di un inseguimento per strada a causa di un vinile e di cene familiari che danno voglia di essere lì, c’è una scena di un assassinio in una discoteca. Dopo aver lanciato il mio computer lontano da me e pianto con tutte le lacrime che avevo in corpo, mi sono chiesto come potevano avermi consigliato di vedere sta roba. Nonostante tutto è semplice: la violenza è dappertutto, e un anno e una settimana fa avrei trovato tale scena “non stupenda, ma vabbè”. I miei amici non pensavano più a questa scena. Hanno visto la serie, e ricordano solo la danza, la musica e l’abbigliamento. Bisogna babyproofer [verificare che sono adatti per i bambini, ndr] i film che guardo, devo chiedere se ci sono armi da fuochi. Anche i film che possiamo vedere a 12 anni sono troppo violenti per me.
Mi sforzo di uscire, di continuare a far finta di amare le cose che amavo. Sono andata a vedere una decina di concerti, sono andata ad un festival, ma spesso non ne avevo per niente voglia. Non avevo per niente voglia di vedermi fra la folla, si sapere che avrei speso tante energie per esaminare tutte le persone. È faticoso guardare gli altri quando vorremmo danzare.
Ho passato una buona parte dell’anno essendo persuasa di avere vissuto qualcosa dello stesso livello emozionale dei miei amici che erano fuori e che non sapevano niente. Quando mi sono reso conto che gli altri dimenticavano più velocemente di me, non saltavano sulla sedia ad ogni rumore, ho compreso che non era effettivamente la stessa cosa. Ho passato un’altra parte dell’anno a colpevolizzarmi per avere rotto le scatole ai miei genitori e ai miei amici, non avendone il diritto perché sono troppo forte per creare delle angosce inutili. È difficile scrivere su di me il giorno in cui il più grande incubo è stato eletto [Donald Trump, ndr], come se potessimo ancora rattristarci per ciò che provo io quando invece l’odio sta vincendo altrove. Mi fa diventare pazza. Per non parlare dei rifugiati, è davvero orribile ciò che devono subire. Non so se è sempre stato così e me ne rendo conto solo adesso perché prima ero cieca, o se la situazione peggiora ogni giorno di più, ma mi sembra che stiamo buttando via quel mantello di simpatia che ci legava l’uno coll’altro prima del 13 Novembre. Penso che sia veramente una cazzata. È la sola cosa che ci restava. Questa domenica 13 Novembre, andrò a vedere i Local Natives in concerto ad Amsterdam perché gli idioti non devono vincere. Sicuramente non la vivrò bene, anzi starò male, ma è facendo finta di stare meglio che ho l’impressione che starò bene.

Intervista di Phillippe Brochen a Louise (28 anni, ferita al Bataclan il 13 novembre 2015) apparsa in Libération, Samedi 12 et Dimanche 13 Novembre 2016

Tradotto dal francese da Marco M.

Sicilia Barocca

L’eloquenza dei gesti e delle forme in interventi non richiesti
Barocco d’animo e di sostanza
nei giardini incantati sospesi tra arance e fichidindia, alberi ornati a festa

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nelle processioni taumaturgiche dei fedeli tra veli, pianti, stanchi santi
tra i mostri di Bagheria e i vigneti di Salemi
nella lussuria di questi arancini ripieni di felicità
e pane-panelle-crocchè grondanti d’amore – oasi di morbidezza a 35 gradi

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nei ritardi cronici e incolmabili che non si capisce mai perchè
nei cannoli che suggeriscono psichedelie astrali
negli stucchi inumani del Serpotta
nelle cube bizantine e nelle cupole arabe
in colonne doriche distese in riva al mare a prendere il sole disunite

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nella loquace e pettegola apparenza di giovani vecchie matrone
nelle spiagge ripiene di plastica e scorie
nei palazzi sgretolati della Vucciria
nei baci esibiti e nelle urla teatrali
negli ingorghi inestricabili di lamiere mobili

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nelle grotte di scorrimento dalle forme metafisiche
nelle prosperose femmine mezze arabe-mezze normanne-mezze suore-mezze puttane
nella compiacente, arrogante assenza di regole, ca-tu-u-sai-cu-su-i-chistiani
negli incendi che d’estate distribuiscono l’obolo al sottobosco assistenzialista

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nell’oro e lapislazzuli di Calamosche
nei campi colorati a stoppie e deserto
le molecole di basalto a vista sull’alcantara
nel rito della mattanza sinonimo di morte e di vita che si rigenera

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nelle minne di carne viva e di ricotta
nelle granite ai gelsi neri e brioscia col tuppo
nel tritolo che sbriciola la voglia e la vita
nel fumo volubile e nella fontana infuocata della Montagna
nei relitti di pietra sospesi a Calarossa

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nella caponata,  parmigiana,  pasta alla norma e laddove la mulingiana si fa poesia
nelle mille e più schegge di luce alla Martorana
nelle pagine di Bonaviri, Patti, Bufalino
nelle quinte della val di Noto

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nelle discariche lussureggianti a bordo strada
nelle Agavi altissime e fiorite prossime alla fine
in questo Etna rosso denso come il mio sangue
nelle più-chiese-che-persone sparse in ogni dove

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Terra Barocca da sempre
Barocca ancora prima di essere barocca
Tesa tra l’estasi e il grottesco
che sa farsi perfezione e al contempo tragedia

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Sicily Baroque

Eloquence in the gestures and in the shapes in interventions not requested
Baroque in soul and in substance
in the enchanted gardens among oranges and prickly pear, trees adorned as a party

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In the miracolous processions of worshippers between veils, crying, tired saints
in Bagheria’s monsters and Salemi’s vineyeard
in the luxury of these arancini stuffed of happiness
and pane-panelle-crocchè dripping love, oasis of softness at 35 degrees

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in chronic delays that nobody knows why
in the cannoli suggesting astral psychedelias
in the not-human Serpotta’s stuccos
in the byzanthine cubas and arabic domes
in doric columns laying in the shoreline getting some sunshine, disunited

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in the loquacious, tabby appearance of young old matrons
in the beachs filled with plastics and scums
in the crumbled buildings at Vucciria
in the exhibited kisses and theatrical howls
in entangled blockages of moving metal sheets

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in the flowing grottos with metaphysical shapes
curvy females half arabs-half normans-half nuns-half bitches
in the complaisant, arrogant absence of rules, you-don’t-know-who-the-people-are
in the fires that in the summer assign charity to subsidiary undergrowth

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in gold and lapislazzuli of Calamosche e Cala dell’Uzzo
in coloured fields as stubble and desert
in basaltic molecules in view at Alcantara
Mattanza rite synonymous of death and life that generate itself

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in the tits of flesh and ricotta
in the granita of black mulberries and brioche with tuppo
TNT that crumbles will and life
in unstable smoke and fired fountain of the Montagna
in suspended rock wrecks at Calarossa

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in the caponata, parmigina, pasta a la Norma and everywhere eggplant becomes poetry
in more than thousands splinters of light at Martorana
in the pages of Bonaviri, Patti, Bufalino
in the wings of Val di Noto

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and lush landfills around the streets
in high and blooming Agaves next to die
in this red Etna thick as my blood
in the more-church-than-people scattered everywhere

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Baroque land, always
Baroque even before being baroque
stretched among ectasy and grotesque
at the same time perfection and tragedy