Ti faccio un grafico*** – Carta igienica

Io cerco di non usare carta igienica. L’avversione deriva dal fatto che, siccome non la vogliamo normale crespa riciclata, la facciamo con la polpa di cellulosa …io preferisco usare limitatamente la carta e andare di mano.

Così ha risposto il geologo Mario Tozzi, intervistato da Radio 24, riguardo il lavaggio dell’ano dopo la defecazione. Sicuramente sarebbero poche le persone, almeno in “Occidente”, pronte a seguire il suo esempio, imbrattandosi le mani quotidianamente; l’utilizzo di carta igienica sembra ancora un’inevitabile scelta. Ma la domanda sorge spontanea, almeno nella mia testa: quanta carta igienica consumiamo e quindi quanti alberi tagliamo annualmente per la nostra igiene anale. Per rispondere a tali domande dobbiamo lanciarci in svariati calcoli e differenti ipotesi, a volte azzardate. Dobbiamo sapere, innanzitutto, quanti strappi di carta igienica vengono usati per atto. Facendo qualche ricerca su internet (qui, qui, qui, …) sembrerebbe che mediamente si utilizzino circa 10-15 strappi, valore che dipende essenzialmente da due fattori: la morbidezza delle feci e la paura di traforo del pulitore.

Adesso sarà necessario sapere quanto tempo dura mediamente un rotolo di carta igienica. Per avere questa informazione dobbiamo conoscere quanti strappi ha un rotolo di carta igienica e la cadenza cacatoria. Dopo numerose ricerche, ho isolato un campione di una decina di tipi di carta igienica (ho evitato i maxi-rotoli) di diverso prezzo e grammatura. Il valore medio è di 217 strappi per rotolo come indicato nella figura in basso.

Strappi_rotolo.png

Considerando una media defecativa giornaliera di 1 (c’è chi lo fa due volte al giorno, chi una ogni tre giorni), troviamo 3650-5475 strappi per anno, ovvero tra i 17 e i 25 rotoli annui per persona. Come dicevo le diverse marche, producono rotoli con diversa grammatura a seconda della quantità di veli per strappo e della qualità della cellulosa stessa. Valori tipici variano tra i 16 e i 30 grammi per metro quadrato. Questo è coerente con ciò che ho misurato nella mia sala da bagno. Le dimensioni di uno strappo della carta igienica che uso attualmente sono 9 cm (larghezza)*12.7 cm (lunghezza). Ogni rotolo possiede 300 strappi e pesa 110 grammi (cartoncino interno escluso ovviamente). Dunque abbiamo: Sans titreCiò equivale a circa (prendo i 110 grammi per rotolo come valore) 2-3 kg di carta igienica per anno. Secondo questo articolo si arriva anche a 17 kg per i britannici, 20 per gli statunitensi e 4 nei paesi baltici. Possiamo lanciarci in due calcoli, uno ottimistico in cui consideriamo 3 kg come media mondiale ed uno pessimistico di 6 Kg.

Ci mancano ancora due dati per sapere qual è l’impronta ecologica delle cacate dell’umanità. Il primo dato è la quantità di persone che utilizza la carta igienica, il secondo quanti kilogrammi di carta igienica vengono prodotti per albero.

La prima domanda potrebbe sembrare ovvia per un “occidentale”, ovvero 7 miliardi circa. Penso che per la maggior parte degli occidentali, l’utilizzo della carta igienica sia un atto naturale e necessario come respirare o bere. Ma fortunatamente la doxa occidentale non è sempre corretta e altri modelli sono spesso utilizzati. Sapere quante persone usano la carta igienica non è molto facile. In generale la carta igienica è diffusa soprattutto nella cultura occidentale (Europa e USA e “derivati”), molto meno in quella orientale. Gli indiani per esempio non usano carta igienica. Sembrerebbe che anche i cinesi non siano grandi consumatori di carta igienica, almeno per il momento. E  i musulmani lo devono fare con cautela, visto che Allah li sorveglia anche quando si liberano dei loro peccati materiali. Il pudore dei giornalisti e la vergogna di chi risponde non permettono una statistica completa; per questo motivo fornire un dato esatto non è per niente semplice. Anche in questo caso prendo in considerazione due possibilità: 2 o 4 miliardi di persone utilizzano carta igienica quotidianamente.

Ci siamo quasi! Calcoliamo adesso la quantità totale di carta igienica consumata nel mondo. Tale valore dovrebbe essere compreso tra 6 miliardi (2 miliardi di persone per 3 kg) e 24 miliardi (4*6 kg) di kg. Quanti alberi sono necessari per produrre tale quantità di carta igienica? Un albero produce 45 kg di carta igienica*, quindi troviamo 6/24 miliardi di kg /45 kg=130-530 milioni di alberi l’anno.

Un articolo pubblicato recentemente su Nature ha stimato una densità di alberi di circa 429 alberi per ettaro, ovvero circa 23 m2 per albero. Qui giù un grafico tratto dall’articolo di Crowther et al. 2015

cro2015

Questo vuol dire che tagliamo tra i 3 mila e i 12 mila km2 di foreste ogni anno per allietare quotidianamente le nostre giornate (per intenderci, la Sicilia ha una superficie di 25 mila km2). Lo stesso articolo afferma che al mondo ci siano circa 3000 miliardi di alberi nel mondo quindi per concludere meno dello 0.02 % degli alberi è tagliata e finisce nelle nostre fogne. Potrebbe sembrare una quantità infinitesimale, ma bisogna fare alcune considerazioni. La prima è che tale carta non può essere riciclata, la seconda è che l’impronta ecologica della sua produzione non risiede solo nella materia prima, ma pure nell’energia utilizzata durante il processo di trasformazione della materia prima (taglio degli alberi, estrazione della cellulosa, produzione carta igienica) e durante il lungo trasporto del prodotto finale verso i nostri cessi. Entrare nel dettaglio di ogni processo è cosa abbastanza ardua e servirebbero altrettanti Ti faccio un grafico?.

Non so quale sia l’effettivo apporto dell’utilizzo della carta igienica al riscaldamento globale. In attesa di scoprirlo, seguo il consiglio di Tozzi, e nel mio cantuccio cerco di limitare il suo utilizzo**, cercando di creare il disagio minore al nostro ambiente e al mio ano.

Al prossimo grafico!

*Riferimento bibliografico non molto accurato. ** Per esempio non andando in bagno per giorni in modo da far seccare al cacca e consumare meno carta igienica nella post-defecatio. *** Il grafico più importante di questo post è stato copiato da un articolo pubblicato su Nature, quindi per essere più preciso il titolo del post dovrebbe essere Ti mostro un grafico… ma per questioni di policy del blog, non mi è stato permesso. Non me ne vogliate.

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Ti faccio un grafico? – Bici1

Se qualcuno mi domandasse se siano nati prima i numeri o i grafici, tentennerei.
E forse risponderei: i grafici, ma non come li vediamo adesso. Piuttosto ciò che rappresentano. Ovvero un modo di rappresentare e di codificare la realtà.
D’altro canto dei grafici senza numeri sarebbero solo una vuota cornice; cornice filosoficamente intrigante, ma che avrebbe avuto difficoltà ad intrappolare a lungo un vuoto evanescente.
E allora sì, forse sono nati prima i numeri, ma i grafici erano lì accanto, forse venuti alla luce poco dopo. O forse sono semplicemente dei gemelli eterozigoti. Immaginate dei numeri soli. Senza contesto. Che senso avrebbero?

Cento. Sì ma cento cosa? Cento pecore. freccieAh d’accordo ora capisco.

Sì, perché pecore è il contesto e da un significato al cento. Forse un po’ troppo criptico in questo caso, ma pur sempre un significato. Ecco, il grafico è il contesto che diamo ai numeri. È il modo che abbiamo per interpretarli, o meglio, è il modo che abbiamo per interpretare ciò che ci circonda. E sono questi due verbi (ndr interpretare e circondare), oltre alla mancanza di fantasia creativa irrazionale, che mi hanno fatto innamorare dei grafici. Sono uno strumento troppo semplice, strumento che non riesco a non usare quando voglio interpretare ciò che mi circonda. E visto che sempre qualcosa mi circonda e ho spesso voglia d’interpretare, creo in continuazione grafici, reali, complessi, 2D, 3D, sul mio peso, sul volume del pane in funzione del tempo di cottura, sul numero di patate andate a male per settimana in relazione alla loro distanza con le cipolle, sul numero di grafici fatti in funzione degli anni. Insomma suonare la tromba al matrimonio della mia ex non avrebbe prezzo, per tutto il resto faccio un grafico.

La prima serie di grafici riguarda uno sport che pratico ormai da 12, in maniera più o meno intensiva, ovvero il ciclismo. bicinumeri
E la maggior parte dei chilometri che ho macinato sono stati accompagnati dalla sofferenza. La sofferenza stanca e un po’ tutti cerchiamo un modo per mascherarla prima di tutto a noi stessi. Il modo migliore che ho trovato per non far diventare la sofferenza un’ossessione è servirmi dei numeri e dei calcoli, essendo troppo complicato utilizzare carta e penna per creare grafici mentre si pedala. Fortunatamente ci sono sempre tante cose da misurare quando sei su una sella: i chilometri fatti, quelli che restano, i battiti cardiaci, l’altimetria, le pedalate per minuto, le calorie bruciate, l’orario, la media oraria, la velocità istantanea. Insomma oltre le tue gambe anche il tuo cervello può avere un bel da fare in un banale giro in bici. Ma cosa resta di tutti questi numeri, quando arrivato a casa ti stravacchi sul divano? Le sensazioni restano, le visioni e i profumi pure, ma dei numeri niente, a meno che un grafico non venga in tuo soccorso!
Del Mont Ventoux, per esempio, ricordo ancora troppo bene la sofferenza dell’ascesa e la gioia dello scollinamento. Forse devo ciò anche al mio professore di liceo, che con fare gasmaniano ci raccontava la petrarchiana ascesa,  che ha impresso delle immagini nella mia mente che difficilmente potranno sbiadirsi. Ma di quei numeri cosa ne sarebbe stato senza un salvifico grafico (come quello qua giù, per intenderci)?
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Volendo estendere il tutto, come possono essere usati tutti questi numeri per capire chi sei (in bici)?
Ci sono diversi modi: il primo che mi viene in mente è cercare di capire come le mie medie sono influenzate dal dislivello, come mostro nel grafico qui giù.
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Come era facile aspettarsi, le mie medie si abbassano notevolmente con il dislivello, indicando che dello scalatore non ho né il sangue né il fisico.
Dalle medie si potrebbe anche capire se la tua condizione migliora col tempo, ma ciò non è così semplice e richiede qualche ipotesi supplementare. Infatti le medie dipendono da diversi fattori, e ne terrò in considerazione solo due: il dislivello e la lunghezza dell’allenamento.

Se volessimo dunque costruire un fattore che valuti l’efficienza del tuo allenamento, si dovrebbe tenere conto di questi tre parametri. Ho costruito il fattore (FE) utilizzando questa formula:

equazionePiù alto è il fattore, più potrai essere soddisfatto dalla tua prova ciclistica. L’idea dietro tale formula è che il fattore di efficienza dovrebbe aumentare fortemente in funzione della media (da qui il cubo) che però deve essere pesata sulla pendenza ovvero il rapporto dislivello/lunghezza, altrimenti il fattore sarebbe alto solo per le prove in pianura e molto basso per la montagna. Inoltre la media deve essere direttamente legata al dislivello, visto che come ho mostrato nel grafico precedente i due parametri sono (abbastanza) correlati. Per questo motivo ho aggiunto il termine esponenziale che tende ad uno per grandi dislivelli o medie elevate. I risultati sono mostrati nel grafico sottostante per un periodo di un anno e indicano che la mia forma è rimasta più o meno invariata negli ultimi dodici mesi, ovvero much ado about nothing. A dire il vero sembra stia scendendo, il declino fisiologico sta già bussando alla porta?*
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* a e b sono fattori di normalizzazione.

Generazione Bataclan

È stato un anno fa, è stato ieri. Un anno fa, ero talmente contenta di essere in vita a tal punto da non avere l’impressione di essere una vittima. Adesso dopo aver vomitato a causa dello stress una mattina in metro nel cestino dei rifiuti, sono meno sicura di ciò. Non ho perso amici, tutta la gente che conosco sta bene, la mia ferita (fisica) si è rimarginata velocemente. La psicologa che ho visto quella sera la mi ha detto che probabilmente non avrei avuto ricadute, che la mia resilienza funzionava abbastanza bene. Allora la presi come un oracolo, persuasa che non sarebbe mai successo. E quando la ricaduta è cominciata sei mesi fa, ero sorpresa, mi dicevo che non era possibile, ho reagito bene per una volta nella mia vita e adesso non va più bene. Quell’evento mi opprimeva tutto il tempo. Come se vedessi la vita con un altro filtro.

Tu sei in un bar con un’amica ma ti siedi strategicamente per vedere tutto ciò che avviene dentro il bar per poter agire più velocemente possibile e più efficacemente. Osservo tutte le persone che entrano in metro. Le esamino come se fossi una spia o che dovessi fare come Brad Pitt in Spy Game quando impara a essere una spia.
Potrei parlare per ore del luogo più strategico dove sedersi in una metro in funzione delle uscite, della folla, dell’orario. D’accordo, lo potevo fare anche prima, ma adesso è una questione di sopravvivenza. D’altronde, ormai sono sempre in mood sopravvivenza. Quando sono vicino una finestra che da sulla strada, non sono a mio agio. La maggior parte del tempo, non sono semplicemente non a mio agio, ma addirittura comincio a piangere. È davvero incredibile che non posso più sedermi vicino ad una finestra e mi sento veramente ridicola a non potermi liberare da tale peso costante. La paura ricomincia proprio perché sono sicura che che non riuscirò mai a reagire così bene come “la prima volta”. Sta storia della sopravvivenza è davvero stancante, come se avessi il tuo telefono col wi-fi anche quando si sta per scaricare. Si mangia tutte le energie. Mi sono accorta di vivere in un pianeta differente da quello dei miei amici a causa di un evento insignificante. Tante persone mi hanno consigliato di guardare la serie The Get Down, una serie su Netflix in teoria molto figa, con molta musica e il Bronx degli anni ’70. E nel primo episodio, dopo una stupenda scena di un inseguimento per strada a causa di un vinile e di cene familiari che danno voglia di essere lì, c’è una scena di un assassinio in una discoteca. Dopo aver lanciato il mio computer lontano da me e pianto con tutte le lacrime che avevo in corpo, mi sono chiesto come potevano avermi consigliato di vedere sta roba. Nonostante tutto è semplice: la violenza è dappertutto, e un anno e una settimana fa avrei trovato tale scena “non stupenda, ma vabbè”. I miei amici non pensavano più a questa scena. Hanno visto la serie, e ricordano solo la danza, la musica e l’abbigliamento. Bisogna babyproofer [verificare che sono adatti per i bambini, ndr] i film che guardo, devo chiedere se ci sono armi da fuochi. Anche i film che possiamo vedere a 12 anni sono troppo violenti per me.
Mi sforzo di uscire, di continuare a far finta di amare le cose che amavo. Sono andata a vedere una decina di concerti, sono andata ad un festival, ma spesso non ne avevo per niente voglia. Non avevo per niente voglia di vedermi fra la folla, si sapere che avrei speso tante energie per esaminare tutte le persone. È faticoso guardare gli altri quando vorremmo danzare.
Ho passato una buona parte dell’anno essendo persuasa di avere vissuto qualcosa dello stesso livello emozionale dei miei amici che erano fuori e che non sapevano niente. Quando mi sono reso conto che gli altri dimenticavano più velocemente di me, non saltavano sulla sedia ad ogni rumore, ho compreso che non era effettivamente la stessa cosa. Ho passato un’altra parte dell’anno a colpevolizzarmi per avere rotto le scatole ai miei genitori e ai miei amici, non avendone il diritto perché sono troppo forte per creare delle angosce inutili. È difficile scrivere su di me il giorno in cui il più grande incubo è stato eletto [Donald Trump, ndr], come se potessimo ancora rattristarci per ciò che provo io quando invece l’odio sta vincendo altrove. Mi fa diventare pazza. Per non parlare dei rifugiati, è davvero orribile ciò che devono subire. Non so se è sempre stato così e me ne rendo conto solo adesso perché prima ero cieca, o se la situazione peggiora ogni giorno di più, ma mi sembra che stiamo buttando via quel mantello di simpatia che ci legava l’uno coll’altro prima del 13 Novembre. Penso che sia veramente una cazzata. È la sola cosa che ci restava. Questa domenica 13 Novembre, andrò a vedere i Local Natives in concerto ad Amsterdam perché gli idioti non devono vincere. Sicuramente non la vivrò bene, anzi starò male, ma è facendo finta di stare meglio che ho l’impressione che starò bene.

Intervista di Phillippe Brochen a Louise (28 anni, ferita al Bataclan il 13 novembre 2015) apparsa in Libération, Samedi 12 et Dimanche 13 Novembre 2016

Tradotto dal francese da Marco M.

Sicilia Barocca

L’eloquenza dei gesti e delle forme in interventi non richiesti
Barocco d’animo e di sostanza
nei giardini incantati sospesi tra arance e fichidindia, alberi ornati a festa

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nelle processioni taumaturgiche dei fedeli tra veli, pianti, stanchi santi
tra i mostri di Bagheria e i vigneti di Salemi
nella lussuria di questi arancini ripieni di felicità
e pane-panelle-crocchè grondanti d’amore – oasi di morbidezza a 35 gradi

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nei ritardi cronici e incolmabili che non si capisce mai perchè
nei cannoli che suggeriscono psichedelie astrali
negli stucchi inumani del Serpotta
nelle cube bizantine e nelle cupole arabe
in colonne doriche distese in riva al mare a prendere il sole disunite

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nella loquace e pettegola apparenza di giovani vecchie matrone
nelle spiagge ripiene di plastica e scorie
nei palazzi sgretolati della Vucciria
nei baci esibiti e nelle urla teatrali
negli ingorghi inestricabili di lamiere mobili

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nelle grotte di scorrimento dalle forme metafisiche
nelle prosperose femmine mezze arabe-mezze normanne-mezze suore-mezze puttane
nella compiacente, arrogante assenza di regole, ca-tu-u-sai-cu-su-i-chistiani
negli incendi che d’estate distribuiscono l’obolo al sottobosco assistenzialista

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nell’oro e lapislazzuli di Calamosche
nei campi colorati a stoppie e deserto
le molecole di basalto a vista sull’alcantara
nel rito della mattanza sinonimo di morte e di vita che si rigenera

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nelle minne di carne viva e di ricotta
nelle granite ai gelsi neri e brioscia col tuppo
nel tritolo che sbriciola la voglia e la vita
nel fumo volubile e nella fontana infuocata della Montagna
nei relitti di pietra sospesi a Calarossa

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nella caponata,  parmigiana,  pasta alla norma e laddove la mulingiana si fa poesia
nelle mille e più schegge di luce alla Martorana
nelle pagine di Bonaviri, Patti, Bufalino
nelle quinte della val di Noto

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nelle discariche lussureggianti a bordo strada
nelle Agavi altissime e fiorite prossime alla fine
in questo Etna rosso denso come il mio sangue
nelle più-chiese-che-persone sparse in ogni dove

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Terra Barocca da sempre
Barocca ancora prima di essere barocca
Tesa tra l’estasi e il grottesco
che sa farsi perfezione e al contempo tragedia

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Sicily Baroque

Eloquence in the gestures and in the shapes in interventions not requested
Baroque in soul and in substance
in the enchanted gardens among oranges and prickly pear, trees adorned as a party

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In the miracolous processions of worshippers between veils, crying, tired saints
in Bagheria’s monsters and Salemi’s vineyeard
in the luxury of these arancini stuffed of happiness
and pane-panelle-crocchè dripping love, oasis of softness at 35 degrees

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in chronic delays that nobody knows why
in the cannoli suggesting astral psychedelias
in the not-human Serpotta’s stuccos
in the byzanthine cubas and arabic domes
in doric columns laying in the shoreline getting some sunshine, disunited

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in the loquacious, tabby appearance of young old matrons
in the beachs filled with plastics and scums
in the crumbled buildings at Vucciria
in the exhibited kisses and theatrical howls
in entangled blockages of moving metal sheets

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in the flowing grottos with metaphysical shapes
curvy females half arabs-half normans-half nuns-half bitches
in the complaisant, arrogant absence of rules, you-don’t-know-who-the-people-are
in the fires that in the summer assign charity to subsidiary undergrowth

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in gold and lapislazzuli of Calamosche e Cala dell’Uzzo
in coloured fields as stubble and desert
in basaltic molecules in view at Alcantara
Mattanza rite synonymous of death and life that generate itself

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in the tits of flesh and ricotta
in the granita of black mulberries and brioche with tuppo
TNT that crumbles will and life
in unstable smoke and fired fountain of the Montagna
in suspended rock wrecks at Calarossa

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in the caponata, parmigina, pasta a la Norma and everywhere eggplant becomes poetry
in more than thousands splinters of light at Martorana
in the pages of Bonaviri, Patti, Bufalino
in the wings of Val di Noto

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and lush landfills around the streets
in high and blooming Agaves next to die
in this red Etna thick as my blood
in the more-church-than-people scattered everywhere

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Baroque land, always
Baroque even before being baroque
stretched among ectasy and grotesque
at the same time perfection and tragedy

 

La mafia non esiste – mafia is a state of mind

Dopo anni di permanenza in non italici lidi, questo intervento mi preme particolarmente. Sono siciliano e questa precisazione risulterà chiara tra poche righe.godfathersicilybwhmsn

Lo so, la prossima affermazione suonerà strampalata, faziosa, ingenua; ma credo di avere sviluppato un metodo empirico per capire se una persona mi piace già dalla prima affermazione seguente alla presentazione.

Capire metodicamente se una persona ci piace è di certo paradossale, visto che la simpatia è per sua natura al di là dalla razionalità, ed il tempo è un giudice più giusto. Ma non voglio impelagarmi in una lunga e complessa discussione su cosa sia la simpatia, sul perchè preferiamo una persona ad un’altra, non lo so e forse non mi interessa neppure.

Dicevo, il mio metodo infallibile scatta esattamente nei secondi successivi al momento in cui affermo (non senza autocompicimento) di provenire dal quel triangolo di terra circondato dal mediterraneo a sud della penisola italica.  Stabilirei un lasso di tempo di 5 secondi dalla mia proclamazione di appartenenza geografica al primo seguente commento  (nel caso in cui arrivi, ma è proprio nella sua assenza o meno la chiave del mio metodo pseudo-scientifico).

Come potete immaginare, cotale commento gravita intorno ad una parola che nell’immaginario collettivo rappresenta un mondo talvolta arcaico talvolta ultramoderno, sempre denigrato, celebrato, esaltato con esiti differenti e contraddittori.

Affermazione dell’Individuo testè conosciuto a metà tra curiosità antropologica e affettata  ironia: “Ah, la Mafia!”; a cui segue mia risata stentata e sincera quanto quella di un politico in campagna elettorale, seguita a sua volta da imbarazzo dettato da:

a) Incapacità, nonostante l’abitudine, di una replica.

b) Dubbio, nel caso se ne abbia una, sull’essere accondiscendente, maleducato, dar pan per focaccia, girare le spalle e andare via, tirare fuori la coppola dalla tasca e la lupara dallo zaino, o fate voi, suggerimenti sono bene accetti…

c) Sincera preoccupazione sullo stato di banalità e “luogocomunismo” dell’interlocutore.

d) Nel caso in cui l’interlocutore ti sia stato introdotto da una persona di conoscenza, partecipazione all’imbarazzo provato da costei/ui per i motivi su elencati o altri che ora non mi sovvengono.

Ora, affermare che la presunta profondità di pensiero del tuo interlocutore possa essere giudicata da un’ingenua e simpaticamente proferita locuzione, mi rendo conto sia ingiusto, ma per analizzare la realtà di cosa possiamo fidarci senno’ del nostro sentire, anche irrazionale (seppur in questo caso mascherato da galileiano metodo scientifico)?

Dimenticavo, se qualcuno di voi incontri un siculo e cada nella tentazione di cui sopra, la successiva domanda sullo stato attuale della mafia e dell’economia dell’isola, becero e goffo tentativo di uscire dall’imbarazzo e dall’impasse generale, è il  modo migliore di rendere la situazione, semmai a qualcuno dei due interessi, pressocchè irrimediabile.     


Years of living out of Italy pushed me to write this post. I am Sicilian and this elucidation is needed for later here.

I know, next proclaim will sound odd, partisan, naive but I think I developed an empyrical method that allows me to understand whether I like or not somebody already by the first sentence, spoken after the due introduction.

Establishing a way to help undestanding methodologically our preference for one person is indeed paradoxical, sympathy is in fact beyond rational thinking, and time will be a better judge anyway. This is not the point of my post though, trying to argue about the nature of human fondness, why we like someone and not the other, I don’t know it and I am not sure I care.

My method, as I was saying, sets in already few seconds after I affirm (not immodestly) that I come from that triangle of land surrounded by the mediterranean sea in the south of the italian peninsula. I would establish a time gap of 5 seconds between this proclamation of identity and the first following comment (in case the comment is actually espressed, but the key to my pseudo scientific method lays exactly in its presence, or not). 

As you can imagine, such a comments stems from and relies on a word that in the collective consciousness represents a world either arcaic or hypermodern, always belittled, celebrated, glorified with different and contradictory results.

The person just met, with a mix of anthropological curiosity and contrived irony, says: “Ah, Mafia!”; follows a faltering smile from my side, sincere as those of a politician during a campaign, and embarassment due to:

a) Absence and inability, in spite of habit, of a response to it.

b) Doubt, in case of a response, of which kind to use, if compliant or unpolite, shall I just turn and leave, get the flat cap out the pocket and the rifle out the backpack, or, please, any suggestion is welcome…

c) Authentic concern about the pettiness and clichéness of the opponent.

d)  In case the interlocutor was introduced by a common friend, emotional involvement in the embarassment experienced by her/him (common friend) beacuse of the aforementioned reasons.

Of course, stating that the intellectual depth of the person in front you could be judged by a single, naive but probably sincerely funny comment, is unfair. But, the analysis of reality relies also on our first feelings and impressions, even if irrational (although disguided with galileian scientific method).

Before I forget, if you meet a sicilian and you do exactly what I just described, the next question about the present state of mafia and the general economic condition of the island, clumsy attempt to get out of the general awkwardness and impasse, is the best way to make the situation, in case any of the two cares, nearly irreparable.

 

La fine del confine

umbertoeco-654x404In tempi di nuovi muri e nuove trincee, risultano illuminanti le seguenti riflessioni di Umberto Eco sul concetto di “confine”, apparse il 17 dicembre 2000 nell’inserto Domenica del Sole24Ore.

Questo è il nostro modo per ricordarlo.


La fine del confine di Umberto Eco

«Est modus in rebus: sunt certi denique fines / quos ultra citraque nequit consistere recto»

Questi versi di Orazio possono essere assunti come una massima di comportamento, e tali certamente sono, ma anche in quanto tali sono meno ovvi di quanto sembri. Infatti, per dire che l’ideale etico è tenersi entro ragionevoli confini, occorre avere una nozione di confine, come di qualcosa che non è bene oltrepassare. É su questa nozione che si fonda la civiltà latina.
La mentalità latina è ossessionata dal confine, e questa angoscia nasce col mito della fondazione: Romolo traccia un confine e uccide il fratello perché non lo rispetta. Se non si riconosce un confine oltre, o al di qua del quale non è lecito andare, non può esserci civitas, né cultura.
I greci conoscono la polis, ma le città della Grecia sono molte. L’etnia ellenica ha i confini mobili di una lingua frantumata in vari dialetti. I barbari iniziano là dove non si parla più in greco. Il linguaggio determina l’identità. Per il romano invece Roma è tutto ciò a cui è stata conferita una definizione politica (finis) romana, e i barbari iniziano là dove non ci sono più cives romani. La lingua latina viene imposta come sigillo politico di un ordine “voluto”, non trovato, ma l’intellettuale romano può anche permettersi di parlare in greco. L’unità e l’identità sono un prodotto giuridico. Roma è un sistema di leggi che agiscono entro certi confini, la cittadinanza romana è un privilegio per chi assume certi impegni e si avvantaggia di certi diritti, purché sia nato entro certe frontiere. (…)
Potremmo accusare i romani di ipocrisia perché, così rigorosi quando il confine è il loro (e passandolo si entra nel loro territorio), lo erano assai meno quando il confine era degli altri. Ma non credo si possa ragionare in questi termini: gli altri erano sempre e comunque barbari, e dunque non avevano confini. Il problema non era quello di superare i confini degli altri, bensì di allargare la cerchia dell’unico confine ritualmente e giuridicamente stabilito, il loro. Ed ecco che con questo si stabilisce un principio che governerà tutta la storia dell’Occidente, anche quando questo si espande verso altri continenti. Il confine sacro è sempre il proprio, e quello a cui talora gli altri si appellano è sempre pretestuoso o illegale. I Conquistadores spagnoli non si ponevano il problema se Montezuma avesse dei confini, né se lo ponevano i discendenti dei Padri Pellegrini che procedevano via via sempre più a ovest, nelle terre di tribù che non si erano preoccupate di tracciare confini e anche per questo erano considerate primitive. Vedete con quale prudente rispetto, sia pure a denti stretti, ma salvando sempre le forme, le potenze europee si comportano con la Cina, che i confini li ha persino segnati con una grande muraglia.
La colonizzazione dell’Africa traccia confini, talora disegnati con squadra e compasso, là dove esistevano solo differenze tribali. Quanto all’Europa, la sua storia è quella di lotte per un’unificazione al termine della quale viene tracciato un confine, che viene continuamente violato nel caso di una guerra. La guerra viene iniziata perché si sostiene che certi territori appartengono ai propri confini naturali, segnati da fiumi o da montagne e si riconosce l’illecito confine altrui solo nel momento in cui ci si gloria di averlo finalmente violato. Ma, non appena ottenuta la vittoria, non solo la prima cosa che si fa è tracciare il nuovo confine, ma anche disconoscere le barriere naturali e annettersi territori più o meno irredenti che stanno al di là del corso d’acqua o della catena montana. Da cui materia per nuovi irredentismi.
Gli imperatori orientali del passato si vantavano di governare su territori immensi di cui non si conoscevano i confini. La lettera del mitico prete Gianni al basileo di Bisanzio, lasciando intravedere l’esistenza di un regno cristiano oltre le terre degli infedeli, afferma: . Per i monarchi europei il segno del possesso era invece dato dalla precisione dei confini, salvo che si facevano disegnare carte tali che, per la proiezione che adottavano, facevano apparire il loro regno più grande di quelli altrui.
L’economia era basata sui confini doganali, l’unificazione di un Paese prevedeva la distruzione di confini doganali tra regione e regione. Il confine non aveva nulla a che fare con l’identità etnica (talora presa a pretesto), l’Europa ha accettato che si parli tedesco in tre Paesi, francese in quattro, e all’interno dello stesso confine ha posto popoli che parlavano basco, castigliano, catalano e galiziano, oppure francese, tedesco, italiano e romancio, oppure francese e provenzale, o ancora inglese e gaelico per non dire dei confini sovietici dopo Yalta. Lunghe e secolari lotte all’insegna della nazione, della lingua o della razza, erano di fatto determinate da ambizioni di confine.
Talora la nozione di confine (politico) è stata così ossessiva da far erigere un muro all’interno della stessa città, per stabilire chi stava di qua e chi stava di là. E, almeno per i tedeschi dell’Est, superare il confine li esponeva alla stessa pena inflitta al mitico Remo.
É stata proprio la caduta di questo muro, insieme a una serie di fenomeni concomitanti che politici non erano, bensì tecnologici, a portarci alla crisi attuale della nozione di confine. Una delle principali preoccupazioni di chi tracciava un confine era, nonostante le differenze etniche, imporre in tutte le terre entro il limes la stessa lingua. Tale era la preoccupazione dell’abbé Gregoire al sorgere di quella idea di patria che si era affermata attraverso la Rivoluzione francese. Talora il confine assicurava la diffusione di una cultura comune, talora serviva da filtro contro le seduzioni della cultura altrui. Il fascismo, nel pretendere entro i propri confini (come i più anziani di noi cantavano a scuola), cercava di proteggersi contro la corruzione culturale dei “cugini bastardi” francesi, e degli stramaledetti inglesi, popolo dai cinque pasti, bandendo ogni manifestazione di esterofilia, dal terribile “lei” (e non si capisce perché, visto che erano proprio inglesi e francesi a usare il “voi” ma allora chi comandava non sapeva le lingue) a parole come cocktail, chauffeur, bar, goal (curiosamente tutte sono sopravvissute, meno chauffeur, che ha ceduto il posto all’arcaico e improponibile autista, segno che le lingue vanno come vogliono loro).
Ebbene, è bastata la diffusione della televisione perché albanesi e tunisini parlassero italiano (là dove il re d’Italia e Albania non ci era riuscito), e i tedeschi dell’Est elaborassero la propria concezione dell’agio e della bellezza sugli squallidi soggiorni da vendita televisiva in cui si muoveva soddisfatto, scavalcando cadaveri altrettanto soddisfatti, l’ispettore Derrick. E d’altra parte è stato detto a sufficienza che là dove i nostri grandi non erano riusciti a fare che gli italiani da Vipiteno a Trapani parlassero la stessa lingua, ci è riuscito Mike Bongiorno.
Forse aveva ancora senso parlare di confine dopo questi fenomeni, anche se di lì stava partendo la grande corrente migratoria che tra qualche decennio renderà definitivamente obsoleto ogni confine geopolitico. Ma in coda alla televisione (venenum! e con l’invenzione di qualche chip) è arrivato il virtuale.
Oggi una città della Pomerania può gemellarsi con un centro dell’Estremadura, trovando on line interessi comuni, e commerciando al di là delle autostrade, che passano ancora le frontiere. Oggi, sotto inarrestabile ondata migratoria, che gli sciocchi si illudono ancora che sia un fenomeno di immigrazione incontrollata, sarà sempre più facile per una comunità musulmana di Gibilterra unirsi a una comunità musulmana di Tallin e se non è ancora avvenuto, avverrà, state tranquilli.
Bisogna distinguere il concetto di immigrazione da quello di migrazione. Si ha immigrazione quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente irrilevante rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un Paese all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi oggi in Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati, incoraggiati, programmati o accettati.
Non così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che esse siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha migrazione quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato). Ci sono state grandi migrazioni da est a ovest, nel corso delle quali i popoli del Caucaso hanno mutato cultura ed eredità biologica dei nativi. Ci sono state le migrazioni di popoli cosiddetti barbarici che hanno invaso l’Impero romano e hanno creato nuovi regni e nuove culture dette appunto romano-barbariche o romano-germaniche. C’è stata la migrazione europea verso il continente americano, da un lato dalle coste dell’Est via via sino alla California, dall’altro dalle isole caraibiche e dal Messico sino all’estremo del Cono Sur. Anche se è stata in parte politicamente programmata, parlo di migrazione perché non è che i bianchi provenienti dall’Europa abbiano assunto i costumi e la cultura dei nativi; essi hanno fondato una nuova civiltà a cui persino i nativi (quelli sopravvissuti) si sono adattati.
Ci sono state migrazioni interrotte, come quella dei popoli di origine araba sino alla penisola iberica. Ci sono state forme di migrazione programmata e parziale, ma non per questo meno influente, come quella degli europei verso est e verso sud (da cui la nascita delle nazioni dette postcoloniali), dove i migranti hanno pur tuttavia cambiato la cultura delle popolazioni autoctone. Mi pare che non si sia fatta sinora una fenomenologia dei diversi tipi di migrazione, ma certo le migrazioni sono diverse dalle immigrazioni. Si ha solo immigrazione quando gli immigrati (ammessi secondo decisioni politiche) accettano in gran parte i costumi del Paese in cui immigrano, e si ha migrazione quando i migranti (che nessuno può arrestare ai confini) trasformano radicalmente la cultura del territorio in cui migrano.
Noi oggi, dopo un XIX secolo pieno di immigranti, ci troviamo di fronte a fenomeni incerti. Oggi – in un clima di grande mobilità – è molto difficile dire se certi fenomeni sono di immigrazione o di migrazione. C’è certamente un flusso inarrestabile da sud verso nord (gli africani o i mediorientali verso l’Europa), gli indiani dell’India hanno invaso l’Africa e le isole del Pacifico, i cinesi sono ovunque, i giapponesi sono presenti con le loro organizzazioni industriali ed economiche anche quando non si spostano fisicamente in modo massiccio.
É possibile ormai distinguere immigrazione da migrazione quando il pianeta intero sta diventando il territorio di spostamenti incrociati. Credo sia possibile: come ho detto, le immigrazioni sono controllabili politicamente, le migrazioni no, sono come i fenomeni naturali. Sino a che vi è immigrazione i popoli possono sperare di tenere gli immigrati in un ghetto, affinché non si mescolino con i nativi. Quando c’è migrazione non ci sono più ghetti, e il meticciato è incontrollabile.
Il Terzo Mondo sta bussando alle porte dell’Europa, e vi entra anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più decidere (come i politici fanno finta di credere) se si ammetteranno a Parigi studentesse con il chador o quante moschee si debbano erigere a Roma. Il problema è che nel prossimo millennio (e siccome non sono un profeta non so specificare la data) l’Europa sarà un continente multirazziale, o se preferite, colorato.
Questo confronto (o scontro) di culture potrà avere esiti sanguinosi, e sono convinto che in una certa misura li avrà, saranno ineliminabili e dureranno a lungo. Però, i razzisti dovrebbero essere (in teoria) una razza in via di estinzione, come i dinosauri. É esistito un patrizio romano che non riusciva a sopportare che diventassero cives romani anche i galli, o i sarmati, o gli ebrei come San Paolo, e che potesse salire al soglio imperiale un africano, come è infine accaduto. Di questo patrizio ci siamo dimenticati, è stato sconfitto dalla Storia. La civiltà romana, nei secoli dopo Cristo, era diventata una civiltà di meticci. I razzisti diranno che è per questo che si è dissolta, ma ci sono voluti cinquecento anni e mi pare uno spazio di tempo che consente anche a noi di fare progetti per il futuro.

Antropocene: una nuova epoca

Ci troviamo nel bel mezzo di un cambiamento epocale. Nel senso più stretto della locuzione. Un cambiamento sempre più intenso e imprevisto, che con rapidità inaspettata sta segnando il passaggio dalla precedente epoca geologica, l’Olocene, ad una nuova che, sempre più diffusamente, nella comunità scientifica (e non solo) viene indicata con Antropocene.
Tale termine è stato divulgato dal chimico premio Nobel Paul Crutzen, per definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre risulta fortemente condizionato localmente e globalmente dagli effetti dell’azione umana dal punto di vista fisico, chimico e biologico.
Per milioni di anni il nostro pianeta è stato soggetto a cambiamenti epocali, non è una novità, quello che invece salta agli occhi con violenza e stupore è la rapidità con cui quest’ultimo cambiamento sia in atto e il fatto che per la prima volta esso non sia dovuto a cause prettamente geologiche ma biologiche e che una specie vivente abitante del pianeta ne sia diventata il principale fattore: l’anthropos, l’uomo per l’appunto!

Ma facciamo un passo indietro: circa 10.000 finiva l’ultima grande glaciazione ed una nuova epoca prendeva inizio, l’Olocene. Un’epoca caratterizzata da un equilibrio climatico pressoché stabile che permise l’avvento e il proliferare di una nuova razza animale: l’Homo Sapiens. E’ qui che nasce la nostra storia, circa 10 millenni fa.
In questo lungo periodo (almeno dal punto di vista di una vita umana) abbiamo iniziato a diffonderci in tutti, o quasi, gli spazi del pianeta, forgiando la natura e le sue risorse secondo i nostri bisogni e necessità. Abbiamo  cominciato a costruire i più svariati utensili e strumenti di volta in volta sempre più sofisticati, e a esprimere le nostre emozioni e le nostre paure , abbiamo carpito il segreto del fuoco,  costruito dei ripari sempre più grandi comodi e lussuosi, siamo stati cacciatori e raccoglitori prima, agricoltori e allevatori poi.  Abbiamo cercato di comprendere il segreto della nostre vite e di quelle che ci stanno intorno, ne abbiamo immaginate di altre per giustificare le nostre paure e le nostre azioni. Abbiamo capito cosa ci permette di stare in piedi e cosa a volte può  salvarci dalla morte…abbiamo fatto ciò e molto di più.

E con alterne vicende, tante alterne vicende, il pianeta ha continuato quasi indisturbato ad andare avanti, tenendoci sott’occhio come ospiti a volte un pò indisciplinati e rumorosi che ogni tanto mettevano a soqquadro qualche angoletto di caso, ma non lasciandosi intimidire da eccessive preoccupazioni.

Tutto d’un tratto questo equilibrio iniziò a sfaldarsi, alla fine del diciottesimo secolo la rivoluzione industriale e in particolare il sempre più intensivo sfruttamento dei combustibili fossili incominciarono a diffondersi, dapprima in Europa per poi allargarsi sempre più nei quattro angoli del globo.
Una nuova età di ‘benessere’ e un nuovo modello di sviluppo iniziarono a farsi strada, incentrati sul concetto di crescita produttiva e dei consumi, di progresso tecnologico e di sviluppo scientifico: l’antropocene aveva incominciato a farsi strada. Negli ultimi 200 anni gli effetti di questo nuovo paradigma sono stati devastanti per l’ecosistema terrestre. Eccone alcuni esempi, tra i più eclatanti:

  • esplosione  demografica 
  • alterazioni sostanziali degli equilibri naturali
  • scomparsa delle foreste tropicali
  • perdita della biodiversità
  • occupazione di circa il 50% delle terre emerse ed estrema antropizzazione del territorio
  • sovrasfruttamento delle acque dolci e delle risorse ittiche
  • inquinamento chimico
  • acidificazione degli oceani
  • esaurimento dell’ozono
  • cambiamenti climatici e riscaldamento globale

I danni e le conseguenze di questi alterazioni sono ormai giornalmente sotto gli occhi di tutti e anche i più distratti possono, volendo, comprenderne la loro portata.
C’è chi è distratto per carattere, chi per convenienza, chi perché fuorviato da informazioni mendaci e contrastanti. Ma essere distratti non è più perdonabile qualunque ne sia la causa; qui non si discute solo di poter di nuovo vedere un orso polare che possa vagare nei suoi spazi bianchi sconfinati senza annaspare tra banchi rotti di ghiaccio e nemmeno di potersi specchiare in mari cristallini e incontaminati; né di poter ammirare la grazia di un maestoso felino aggirarsi tra le savane africane  o di continuare a guardar cadere la neve d’inverno, petali in primavera, raggi di sole in estate e foglie d’autunno…
Probabilmente non esistono soluzioni immediate o magici rimedi per risolvere improvvisamente tutte le magagne; la strada per il recupero è lenta e forse dolorosa, sicuramente costellata di sacrifici (almeno rispetto alla comoda vita a cui siamo abituati); ma è necessario che ognuno di noi incominci ad avviare una riflessione e prendere coscienza che dal comportamento di ognuno, dal proprio spirito e consumo critico, dipende una piccola parte di speranza.
In gioco c’è la prosecuzione dell’avventura vivente del pianeta.
Evitiamo ogni ulteriore distrazione.

 

Anthropocene: a new epoch 

We are in the midst of a epochal change. In the strictest sense of the term.
A change intense and unpredictable, that with unexpected rapidity is marking the transition from the previous geological epoch, the Holocene, to a new one that, more and more widely, is indicated as Anthropocene by the scientific community (and not only). This term has been disclosed by chemist Nobel laureate Paul Crutzen, in order to define the geological era in which the earth’s environment is strongly influenced in local and global effects by the human action from the physical, chemical and biological point of view. For millions of years our planet has been subject to dramatic changes, is not a news, but what violently and amazement astonishes is the rapidity of this change that for the first time in world history is not due to purely geological causes but  biological and a living species inhabitant of the planet has become the main factor: the anthropos, the man indeed!
But let’s step back: 10,000 ended the last great ice age and a new era  was about to begin, the Holocene. An era characterized by a quite stable climate balance that allowed the advent and proliferation a new animal race: Homo Sapiens. Here comes our story,  about 10 millennia ago. In this long period (at least from the point of view of a human life) we have begun to dilate in all, or almost all, places of the planet, shaping the nature and its resources according to our needs and requirements. We began making a wide range of tools and instruments once  in time more and more sophisticated, to express our emotions and  our fears, we have discovered the secret of fire, built even large and comfortable shelters, we were hunters and  gatherers before, farmers and ranchers then. We tried to understand the secret of our lives and  those who are around us, we imagined other lives justifying our fears and our actions. We understood what it enables us to stand up and what can sometimes save us from death … we did that and much more.

And with ups and downs, so many ups and downs, the planet has continued almost undisturbed to move forward, looking us as guests a bit unruly and noisy  that sometimes put upside down some small home corner, but not letting itself be intimidated by excessive worries.
Suddenly this balance began to fall apart, in the late eighteenth century the industrial revolution and in particular the more and more intensive exploitation of fossil fuel began to spread out, first in Europe and then expanding more and more in the four corners of the  globe. A new age of ‘well-being’ and a new model of development began to emerge, focusing on the concept of production and consumption growth, technological progress and  scientific development: the Anthropocene had begun to make inroads. Over the past 200 years the effects of this new paradigm have been devastating for the Earth’s ecosystem. Here are some examples, among the most evident:

  • population explosion
  • substantial alterations of the natural balance
  • disappearance of tropical forests
  • loss of biodiversity
  • occupation of about 50% of the land and extreme human settlement of the territory
  • overexploitation of sweet waters and fisheries resources
  • chemical pollution 
  • ocean acidification
  • ozone depletion
  • climate change and global warming

The damages and the consequences of these changes are clear to everybody, and even the most distracted, can understand their reach. Some are distracted by character, some for convenience, someone because misled by lying and conflicting information. But being distracted is no longer forgivable, whatever the reason; here we are discussing not only to be able of seeing again a polar bear wandering in its endless white space without fumbling around ice broken benches and even of mirroring ourselves in crystalline and uncontaminated waters; nor of admiring the grace of a majestic feline roaming between the African savannas or continuing to look at falling snow in winter, spring petals, sunrays in summer and autumn leaves …
Probably there are no immediate solutions or magic remedies to suddenly resolve all the flaws; the road to recovery is slow and possibly painful, definitely full of sacrifices (at least compared to the comfortable life we are used to live); but it is necessary that all of us begin to start thinking and realizing that on the behavior of each one, on his spirit and critical consumption, depends a small piece of hope.
At stake is the continuation of the living adventure on the planet.
We need to avoid any further distraction.