Fantaconferenza di Monod

Presentiamo qui di seguito alcune delle domande rivolte al premio Nobel per la medicina Jacques Monod, nel corso di una serie di conferenze tenutesi a San Francisco tra il 1986 e il 1987.


Giuseppe Baldacci: Buongiorno professor Monod, nel suo libro “Il caso e la necessità” affronta a lungo ciò che chiama “il carattere teleonomico degli esseri viventi”, affermando che, leggo dal testo, “gli esseri viventi nelle loro strutture e prestazioni realizzano e perseguono un progetto”. Quindi, secondo lei, gli esseri viventi si trovano qui, sulla terra, perché c’è un progetto da realizzare?

Jacques Monod: Si, certo che c’è un progetto: vivere e cercare di continuare a vivere. Capisco bene cosa cerca di insinuare con la sua domanda, ma quando uso la parola progetto non intendo qualcosa che un signor dio ci ha imposto. Ci dovremmo accorgere che per caso siamo nati fra migliaia di occasioni e che le strutture che abbiamo al nostro interno (stomaco, vene, cervello) sono lì proprio per salvaguardare questo strano evento (la nascita). Salvaguardare è quindi il progetto che perseguono. Se lei non conosce (e non lo conosco neppure io) il motivo che li porta a perseguire tale progetto, può inventare delle motivazioni. Ma non può cambiare il contenuto del progetto.

Edoardo Amaldi: Professor Monod, non crede che parlare di caso faccia rientrare dalla finestra quello che si è buttato fuori dalla porta? Il concetto di caso, cioè, anche se distrugge la predestinazione e il determinismo, non le sembra comunque un modo per interpretare in chiave teleologica l’inspiegabile?

JM: In un certo senso si, parlare di caso in contrapposizione al determinismo, è un po’ come contrapporre a Dio l’ateismo. L’ateo è spesso il più grande credente, perché per definirsi ha bisogno prima di concepire l’idea di Dio. Allo stesso modo, affermare che la natura non possiede un’escatologia metafisica ma è “guidata” dal caso, sembra ricalcare lo stesso schema in cui una forza spirituale, per l’appunto il Caso, guidi la realtà. Banalizzando, è come se ci fossimo limitati a sostituire un Dio logico con un Dio imprevedibile e giocherellone.

Tuttavia, si tratta più di un sofismo che di un inghippo logico reale: il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il fatto che si verifichi un evento eccezionale, come può essere la comparsa della vita sulla Terra (ammesso che sia avvenuto una sola volta), ci induce a pensare a quell’evento come a qualcosa di voluto e predestinato. In realtà, la gran parte dei nuovi eventi che si verificano nell’Universo, prima di insorgere, avevano una possibilità quasi nulla di verificarsi. Per quanto ne sappiamo, siamo il solo pianeta ad ospitare la vita e la sola specie dotata di un sistema logico di combinazione simbolica. E’ comprensibile che l’uomo, dal momento in cui ha iniziato a porsi dei quesiti fondamentali sulla sua origine e sul suo futuro, sia stato indotto a fondare centinaia di filosofie e religioni antropocentriche.

Hélène Brion: Professore, innanzitutto la ringrazio perché ci concede questa rara possibilità di ascoltare una sua lectio magistralis. Le espongo un quesito che riguarda una perplessità che ho sempre avuto: chi ci dice che quei processi che la fisica e la biologia attribuiscono al caso non sottendano invece a leggi sconosciute?

JM: Molto probabilmente le nostre conoscenze aumenteranno sempre più, svelando leggi che oggi non conosciamo. Ma, sulla base delle nostre conoscenze attuali, ciò che possiamo affermare è che l’idea deterministica che avevamo dell’Universo, oggi non regge più. Il sistema che per secoli abbiamo immaginato, fatto di processi che, propagandosi a catena, portano a conseguenze meccanicamente prevedibili, oggi deve fare i conti con la casualità dei fenomeni microscopici della realtà. Tali fenomeni non sono descrivibili se non in termini probabilistici, e questo non per limiti tecnici o matematici, quanto per loro costituzione intrinseca.

Si parla infatti di indeterminazione intrinseca, ovvero l’impossibilità a conoscere con esattezza, e simultaneamente, sia la quantità di moto che la posizione di una data particella sub-atomica. La fisica quantistica ci dice che nulla è mai localizzato in un punto ben definito, perché, se lo fosse, l’incertezza della quantità di moto dovrebbe essere infinita.

Esiste poi un’indeterminazione legata all’osservatore, detta operazionale,  e riguarda l‘errore sistematico prodotto sul sistema quantistico dall’atto di misurazione mediante un apparato classico. Mai come in queste circostanze, se ci fate caso, si mette in evidenza quanto la determinazione della realtà sia espressione di un equilibrio epistemologico fra oggetto e osservatore.

Per queste ragioni, la nostra capacità di predire i fenomeni a livello subatomico è molto bassa. Non per questo, tuttavia, la fisica quantistica non sa dirci molto su come la realtà si struttura a livello macroscopico.

Hélène Brion: Dalle sue riflessioni mi sembra di capire che crede in una casualità insita nelle cose stesse?

JM: Se per casualità intende la non completa prevedibilità dei fenomeni, e se per “cose” intende anche gli eventi macroscopici come le vite degli uomini o i fenomeni sociali, allora le dovrò dare la cattiva notizia che nessuno può prevedere esattamente il futuro, senza offesa per i moderni Nostradamus televisivi.

Chi avrebbe potuto prevedere con esattezza le pesanti ricadute sulle nostre vite della rivoluzione iraniana del ’79? La crisi energetica che è seguita, e che ci ha mostrato la vulnerabilità delle moderne società tecnologiche, per quanto fosse prevedibile non era esattamente e matematicamente scritta. Il caos deterministico in cui siamo piombati, è il risultato di numerosissime variabili che entrano in gioco. In una simile circostanza, anche minime variazioni dello stato iniziale avrebbero prodotto dei cambiamenti molto grandi, come Lorenz ha mirabilmente disegnato con l’effetto farfalla.

Queste considerazioni valgono ogni qualvolta ci confrontiamo con sistemi dinamici che risentono in maniera sensibile delle condizioni iniziali, tutti quei fenomeni che generalmente definiamo confusionari, turbolenti o caotici.

Françoise Brochard-Wyart: Professore, ma i processi turbolenti di cui parla, si riferiscono a fenomeni che non hanno una loro esistenza fisica, come ad esempio il numero di macchine che passano da una strada in un dato intervallo di tempo…

JM: Se le chiedessi quante macchine rosse passano ogni anno sotto casa sua, poniamo 59388, e le parlassi del fenomeno “macchine rosse in via X”, lei mi direbbe, a ragione, che questo fenomeno non esiste se non nella mia mente, che dietro questo fenomeno ci sarebbero le individualità slegate di ciascuno di quei 59388 guidatori, alzatisi al mattino, saliti in macchina e partiti. Qualcuno farà quella strada per la prima volta, per provare un nuovo tragitto, magari per errore o per curiosità. Molti, la gran parte, faranno quella strada per abitudine, come ogni santo giorno devono fare quella strada per andare a lavoro. E’ vero, questo fenomeno è composto da elementi slegati, ma se invece delle macchine rosse le parlassi di cellule rosse, di eritrociti, e sostituissi la via di casa sua con una qualsiasi delle sue arterie? Noi spesso pensiamo che la realtà fisica sia preimpostata in maniera meccanica perché è priva di capacità speculative, mentre attribuiamo a noi, esseri pensanti, il libero arbitrio, il potere di scelta. Eppure, a guardarci da lontano, quanto siamo simili a granelli che rispondono a meccanismi più grandi? Nessuno spirito metafisico guida i componenti di questi fenomeni, nulla sembra legare i “destini” dei vari componenti di un dato fenomeno, eppure qualcosa li accomuna, al punto tale che possiamo prevedere, con grandi margini di precisione, come evolverà nel tempo quel fenomeno.

Ma mi accorgo che vi sto parlando di caos e non di caso!

Matteo Santangelo: Mi permetta una domanda molto semplice: la somma di un insieme di progetti dà un progetto finale o crede che possa essere casuale?

JM: Chiaramente dipende dai progetti. Nel caso di due progetti simili, il progetto finale potrebbe risultare da un semplice accorpamento dei due. Se al contrario i progetti iniziali non hanno niente a che vedere fra loro, allora il risultato sarà casuale, un sistema dinamico la cui continuazione deterministica è caotica. Ad esempio per quanto riguarda il nostro corpo, a mio parere, i progetti delle varie strutture sono simili; impediscono la morte della struttura stessa, e questo sarà anche il progetto finale del nostro corpo. Ciò che cambia è semplicemente il modo di perseguire tale progetto da parte delle varie strutture, cioè i differenti processi chimici.

Vittorio De Seta: Professore, posso chiederle cosa immagina per il futuro dell’umanità?

JM: È curioso ma, invecchiando, mi viene rivolta sempre più spesso questa domanda. Quand’ero ragazzo la vedevo porre ai professori, agli uomini di Chiesa, ai politici. Leggevo i testi dei grandi pensatori nella biblioteca che avevamo nella casa di Cannes, vedevo mio padre che li sfogliava avidamente come alla ricerca di una risposta, o se vogliamo di un appiglio, di punti di riferimento. Per questo mi stupiscono le domande così “serie”, perché penso: “chi può sperare di trovare dei punti fermi in un uomo che affida alla casualità l’andamento della vita e dell’Universo stesso?”. [sorride] Forse tutto questo ha a che fare con l’evoluzionismo, siamo portati a fidarci di più degli anziani, perché è più probabile che, grazie alle informazioni e all’esperienza che possiedono, riescano ad aiutarci. Il tutto senza considerare che in effetti con l’età accade esattamente l’inverso, ovvero che sono gli anziani a diventare più creduloni.. qualcuno prima o poi dovrebbe studiare questo fenomeno[1].

Tornando alla sua domanda, se permette le rigiro io una contro-domanda: cosa la preoccupa del futuro?

Vittorio De Seta: Nel suo testo “Il caso e la necessità” descriveva la differenza fra oggetti naturali e artificiali, dicendo che i primi non possiedono la stessa regolarità e ripetizione dei secondi. La natura è composta da oggetti eterogenei e variegati, ma anche i nostri i manufatti, fino a circa un secolo fa, erano in gran parte eterogenei, perché prodotti artigianalmente. Mi preoccupa il fatto che le nostre vite, dopo millenni, siano bruscamente passate a confrontarsi con scenari sempre più omogenei e prevedibili, composti da oggetti anonimi, prodotti industrialmente in serie. Come può incidere tutto questo sugli uomini?

JM: Queste sue riflessioni mi riportano alla mente un passo di Proust in cui afferma che, agli occhi di un osservatore disinteressato, le somiglianze perfette tra i gemelli hanno il loro fascino, perché è come se la natura, “momentaneamente industrializzata, si fosse messa a sfornare prodotti in serie”.

In un mondo ancora scarsamente industrializzato, il problema centrale era quello di migliorare le nostre vite, controllando l’imprevedibilità della natura col rigore della scienza e della tecnica.

Oggi, il problema capitale è quello che l’oggettività scientifica sta lentamente distruggendo le storie e le ontogenie su cui abbiamo stratificato i nostri sistemi di valori, i quali rappresentavano in un certo senso quell’elemento di informazione – culturale – che ciascuno di noi eredita, rielabora e, come spinto da una necessità che mi ricorda molto quella che “governa” la trasmissione del DNA, tramanda a sua volta ai posteri.

La scienza attenta alla vita dei valori, senza i quali il mondo ci appare sempre più nudo e insensato. La conoscenza fine a sé stessa è un obiettivo ambizioso ma, se non connesso ad un piano etico, implode su sé stesso.

Io non so dirle qual’è il futuro della nostra specie su questo pianeta, ma ciò che penso è che questo scorcio di XX secolo stia incubando problematiche sociali che esploderanno con violenza nel XXI.

[1] Aging Associated with Increased Trust & Well-Being.
[2] M. Proust, À la recherche du temps perdu, Sodome et Gomorrhe.


#percorsi

biologia-con-perfume-existencialNella via di Parigi che prende il nome dall’attivista Hélène Brion, al numero 15, a due passi dalla Senna, si trova l’Istituto Jacques Monod (IJM), polo di ricerca di primo piano nella biologia, e sede di numerosi incontri e conferenze. La prossima Conferences Monod-Diderot sarà tenuta il 25 novembre 2016 dalla professoressa Françoise Brochard-Wyart, su invito del direttore dell’IJM, l’italiano Giuseppe Baldacci, nato nel 1949 a Roma, pochi mesi prima che Enrico Fermi ritornasse nella Capitale per una Conferenza tenuta all’Accademia dei Lincei, quella stessa Accademia che, nemmeno sei anni dopo, lo commemorò con le parole del fisico nucleare Edoardo Amaldi.

59388 Monod è il nome dell’asteroide scoperto nel 1999 dall’astronomo Matteo Santangelo.

Le parole di Monod, che chiudono la fantaconferenza dell’86’, ci riportano alla mente un passaggio del documentario In Calabria, diretto nel 1993 dal regista Vittorio De Seta, che vi riportiamo qui di seguito:

“Tutto un mondo di tradizioni, costumi, dialetti, temperanza, laboriosità, arte, musica, canti, è stato travolto di colpo dal mondo dell’industria. Tutta una cultura che costituiva la storia stessa dell’uomo è stata condannata. C’è stato il capovolgimento brusco di una concezione della vita che durava da millenni. E’ stata la fede nel progresso, nella grande forza sprigionata dalle macchine ad alimentare queste speranze, queste certezze. Se prima, nel corso dei millenni, poco o nulla era cambiato, ora tutto doveva cambiare. Se prima ciò che era vecchio veniva conservato e rispettato, ora bisognava lasciarselo alle spalle, come un qualcosa di inutile, di spregevole”.

 

Ndr. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

M.Minissale, R.Ricceri

 

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Il pianto di Madre Terra – The crying of Mother Earth

…Tostos en adspice crines,
inque oculis tantum, tantum super ora favillae!
Hosne mihi fructus, hunc fertilitatis honorem
officiique refers, quod adunci vulnera aratri
rastrorumque fero totoque exerceor anno,
quod pecori frondes, alimentaque mitia, fruges
humano generi, vobis quoque tura ministro?

Publius Ovidius Naso, Metamorphoses, Liber II, 283-289

 

Sebastiano-del-Piombo-Frescoes-of-the-Farnesina-The-Fall-of-Phaeton-
                   Sebastiano del Piombo, La caduta di Fetonte, Villa della Farnesina, Roma

 

Ecco, guarda le mie chiome strinate,
e quanta cenere negli occhi, quanta sulla faccia!
Così ricambi la mia fertilità
e i miei servigi, io che sopporto i tagli
dell’aratro adunco e dei rastrelli e mi affatico tutto l’anno,
io che fornisco foglie per il bestiame e messi, alimenti pacifici,
per il genere umano, e anche incenso per voi, sí, per voi.

Traduzione di P. B. Marzolla

Look at my scorched hair
and the ashes in my eyes, the ashes over my face!
Is this the honour and reward you give me
for my fruitfulness and service,
for carrying wounds from the curved plough and the hoe,
for being worked throughout the year,
providing herbage and tender grazing for the flocks,
produce for the human race and incense to minister to you gods?

Translation by A.S. Kline

Decentr-archy

Decentralization had been an essential element in Odo’s plans for the society she did not live to see founded. She had no intention of trying to de-urbanize civilization. Though she suggested that the natural limit to the size of a community lay in its dependence on its own immediate region for essential food and power, she intended that all communities be connected by communication and transportation networks, so that goods and ideas could get where they were wanted, and no community should be cut off from change and interchange.
But the network was not to be run from the top down. There was to be no controlling center, no capital, no establishment for the self-perpetuating machinery of bureaucracy and the dominance drive of individuals seeking to become captains, bosses, chiefs of state.

Ursula K. Le Guin, The Dispossessed

 

Vassily_Kandinsky,_1923_-_Circles_in_a_Circle                                                                                                                                                                                                          Wassily Kandinsky, Circles in a Circle, 1923

 

La decentralizzazione è stato un elemento essenziale del piano di Odo per la società che lei stessa non ha potuto vedere in atto. Non aveva alcuna intenzione di de-urbanizzare la civiltà. Ciò nonostante suggeriva che il limite naturale alle dimensioni di una comunità dovesse dipendere dalla regione circostante il fabbisogno di cibo ed energia, che tutte le comunità fossero connesse da reti di comunicazione e trasporto, affinchè i beni e le idee potessero arrivare ovunque, e a nessuna comunità fosse precluso lo scambio e l’interscambio.
La rete però non avrebbe dovuto funzionare con un intervento dall’alto. Non ci sarebbero stati centri di controllo, capitali, nessuna autoreferenziale macchina burocratica e nessuna spinta individuale dominatrice verso posizioni di generale, capo, o primo ministro.

 

Ord(u)re

“Cette grande civilisation occidentale, créatrice de merveilles dont nous jouissons. elle n’a certes pas reússi à les produire sans contropartie. Comme son œuvre la plus fameuse, pile où s’élaborent des architectures d’une complexité inconnue, l’ordre et l’harmonie de l’Occident exigent l’élimination d’une masse prodigieuse de sous-produits maléfique dont la terre est aujourd’hui infectée. Ce que d’abord vous nous montrez, voyages, c’est notre ordure lancée au visage de l’humanité. ”

Claude Lévi-Strauss, Tristes Tropiques

Monteiro_Africa_trash                                                                                                                                                                                                                                         Fabrice Monteiro, The Prophecy

“Questa grande civilizzazione occidentale, creatrice di meraviglie di cui gioiamo, non è riuscita a produrle senza una contropartita. Come la sua opera più famosa, in cui si elaborano architetture di complessità mai prima sperimentata, l’ordine e l’armonia dell’Occidente esigono l’eliminazione di una ingente massa di sottoprodotti nocivi di cui la terra è infettata. La prima cosa che i viaggi ci palesano sono i nostri scarti lanciati sulla faccia dell’umanità.”

“Our great western civilization, which has created the marvels we now enjoy, has only succeeded in producing them at the cost of corresponding ills. The order and harmony of the Western world, its famous achievement, and a laboratory in which structures of a complexity as yet unknown are being fashioned, demand the elimination of a prodigious mass of noxious by-products which now contaminate the globe. The first thing we see as we travel round the world is our own filth, thrown into the face of mankind. “

 

Antropocene: l’urgenza della decrescita

Si racconta che un tempo, in Canada, vivessero oltre 400 milioni di castori, che con le loro dighe avrebbero influito in maniera così notevole sul territorio, da far nascere il mito secondo cui sia stato proprio il Castoro ad aver creato il Canada.
Produrre modifiche ambientali, per ricreare ambienti congeniali alla sopravvivenza della propria specie, è una condizione connaturata al nostro essere al mondo.
L’industrializzazione ha permesso ad una grande popolazione di individui di vivere mediamente più a lungo, grazie a tutta una serie di sistemi tecnologici che sono stati prodotti e diffusi sotto la pressione selettiva esercitata dai consumatori stessi: conservazione e distribuzione degli alimenti, miglioramento dei mezzi di trasporto, degli ambienti di lavoro (con automazione dei processi industriali), miglioramento dei servizi di assistenza medica e delle condizioni igieniche delle abitazioni e molto altro.
Lo strumento tecnico nasce per il controllo della natura, ha in sé la finalità precisa di servire il proprio creatore per migliorarne le condizioni di vita.
Eppure, oggi il modello tecnico-scientifico si configura sempre più come un sistema autotelico, il cui unico fine è quello di perpetrare sé stesso. Lungi dall’essere un elemento indispensabile al mantenimento delle società umane, oggi gran parte della tecnologia procede secondo schemi che poco o nulla hanno a che fare coi bisogni naturali dell’uomo.
Sono note le critiche di Einstein riguardo all’uso militare dell’energia atomica, un evento che mise in evidenza la questione cruciale su come e fino a che punto bisogna condurre la ricerca scientifica.
Capita di sentire parlare di “buona scienza” o “scienza utile”, a proposito dei possibili campi di applicazione di una determinata scoperta. Io credo che se dovessimo leggere la scienza e giudicarla sulla base dell’utilità reale all’umanità, allora forse ci saremmo dovuti arrestare molti decenni fa nel progresso tecnico-scientifico. Ma non è possibile imbrigliare la sete di ricerca degli uomini di scienza, significherebbe non avere più scienza o approdare a modelli oscurantisti.
Per stabilire inoltre quale sia la scienza buona dovremmo possedere dei criteri per definire con esattezza quale sia il “benessere” dell’umanità e in base a questo stabilire se una scoperta sia o meno utile all’uomo.
Nell’antropocene, il pianeta Terra ha subito modifiche rilevanti come in nessun altro periodo storico. Tuttavia si tratta di cambiamenti di scarsa entità se paragonati agli stravolgimenti subiti nel corso dei millenni precedenti alla comparsa della vita; con ogni probabilità, anche in seguito alla scomparsa dell’Uomo si avrà un lento recupero di tutte le alterazioni attualmente in corso. E’ soltanto questione di tempo. Ad essere sempre più in pericolo, invece, è la sopravvivenza della specie umana, che si trova nella posizione paradossale di aver creato un sistema in grado di migliorare la sopravvivenza e contemporaneamente di metterla in pericolo.
Da queste considerazioni è emersa la necessità di mettere in atto strategie per invertire la rotta di un modello economico destinato a compromettere le risorse del pianeta e dunque la vivibilità. I movimenti ecologisti, anti-consumisti e anti-capitalisti trovano il loro principale fondamento ideologico in queste considerazioni.

Ciò che mi appare più interessante nelle teorie della decrescita è la componente politica di sovvertimento dell’ordine valoriale adottato dalle società industriali, specie dal secondo dopoguerra. Viene attaccato infatti il concetto stesso di “benessere occidentale” come libertà dalle necessità fisiche tramite i comfort, massimizzazione del proprio utile e del godimento individuale. L’idea dell’homo oeconomicus, insomma, sembra tramontare.

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Paradosso di Easterlin

Il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità, descrive per sommi capi questa condizione, per la quale il progresso non determina in maniera automatica un miglioramento delle condizioni di felicità nella popolazione.

La tecnologia ha sì sgravato l’uomo da numerose contingenze materiali, ma ha anche eroso gli spazi di significato collettivo che le comunità costruivano intorno a determinate circostanze. L’omologazione delle nostre quotidianità, ha inoltre appianato le differenze culturali che sorreggevano l’identità dei singoli. E’ su questo terreno che bisogna partire nell’analizzare la ricerca, ormai su vasta scala, di modelli che puntano a ricreare spazi di senso e significato condivisi mediante il ritorno a procedure tecnicamente superate ma culturalmente significative. Su questa stessa linea – quella della ricostruzione del senso – si possono interpretare le cristallizzazioni stilistiche degli spazi abbandonati delle metropoli soggetti ad occupazione e recupero, laddove il mantenimento di architetture (seppur talvolta rivisitate) può diventare un modo per difendere luoghi di significato e ricostruire comunità che vi si riconoscono.

Senza negare l’anima dei tanti movimenti ambientalisti, che spesso preferiscono dirsi ispirati da finalità meramente pratiche piuttosto che da precise posizioni ideologiche, non possiamo non sottolineare la valenza dirompente, sul piano socio-politico, di queste forme di attivismo.

L’asintoto ideologico – The ideological asymptote

Marx ha la visione definitiva di quella macchina-per-abbattere-i-limiti che si chiama capitalismo, ma non mette in questione il limite, solo la macchina.

Marx got the ultimate vision of that crushing-all-limits-machine that capitalism is, he does not question the limit though, only the machine.

Roberto Calasso, La rovina di Kasch

Anthropogenic pressures on the Earth System have reached a scale where abrupt global environmental change can no longer be excluded. … Transgressing one or more planetary boundaries may be deleterious or even catastrophic due to the risk of crossing thresholds that will trigger non-linear, abrupt environmental change within continental- to planetary-scale systems.

Planetary Boundaries: Exploring the Safe Operating Space for Humanity, Ecology and Society 14(2): 32

 

Marx soffia sulla macchina a vapore e ne inspira gli insalubri fumi. Si inebria, ed assuefatto, la pensa come comune salvezza, la democratizzazione del desiderio.
I padroni, pingui o atletici, non fanno altro che lucidare chiavi inglesi e lubrificare ingranaggi, anch’essi subdoli, costruiscono la loro salvezza, la volgarizzazione del desiderio.
Un nero monolite si innalza, il ciclo di Carnot inciso in profondità. Odissea termodinamica, che dura come il salto tra due fotogrammi.
I vecchi paradigmi credono agli asintoti, la produzione si avvicina al suo limite senza mai raggiungerlo, ed intanto non rallenta, illudendosi che non andrà mai a schiantarsi.miro
Ideologie asintotiche quindi, che non percepiscono il limite, correndogli velocemente in parallelo. Capitalismo e Socialismo soffrono della stessa malattia congenita, l’ipertrofia. Entrambi anelano con modalità contrapposte a superare i limiti che la Natura stessa impone. Entrambi sfidano il secondo principio della termodinamica, per ignoranza o hubris.
Si servono degli uomini come macchine, l’unica distinzione consiste nella distribuzione del surplus; non nella consapevolezza dell’infausta produzione di esubero e scarto che accellerano il processo spiraleggiante dell’aumento entropico.
Non bastano certo poche parole a smontare due visioni dell’uomo, che sono poi meno contrapposte di quanto non sembrino. Politici di belle speranze e di antiche glorie ripetono le stesse tristi filastrocche, da qualsiasi lato, creando una bugia stereofonica.
Impastano pagnotte in quantità mai prima solo considerate possibili, ora scoperto il lievito portentoso. Le distribuiscono nei circhi imbastiti permanentemente, con la minaccia del deserto al di là del tendone bicolore.
Il luogo comune, contraddicendo le leggi che governano l’universo, si è impossesato delle menti, forse anche di quelle migliori, e guida i nostri passi pifferando verso il miraggio del benessere crescente, pozzanghera che nasconde il baratro. Ci sono però tutte le avvisaglie dell’imminente caduta, ci sono epoche geologiche stravolte in pochi anni 09ef964eaa180ac3677a60b3779e15e5dopo una quiete di centomila rivoluzioni, ci sono tracotanti giornate estive ad ore sbagliate, fiocchi di neve incompleti, cristalli imperfetti, muri non valicabili distorti da miopi calcoli, cieli aperti su detriti dell’ingordigia, carcasse già consumate ed acide.
C’è chi propone limiti, orizzonti che dovremmo non oltrepassare, fossati di fuoco, nuove regole da contravvenire. Il regno della tecnica infinita ha amplificato ciò che prima si esprimeva blandamente, almeno su larga scala. I mezzi di cui disponiamo sono ancelle delle nostre più recondite perversioni, e della nostra stessa brillante mania di dominio. Chi sarà il guardiano del nostro recinto? Delegheremmo ancora a più illuminati? Ci prenderemo le colpe e spartiremo i compiti, non più fingendo di aver udito male, di aver sentito lamenti lontani che non ci appartengono? Di quali leggi saremo garanti?
Riecheggia ancora nella stanza grigia di Tebe il grido di Antigone:

“…né fu Diritto, che divide con gli dèi l’abisso, ordinatore di norme come quelle, per il mondo. Ero convinta: gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti. Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane”

 


 

Marx blows on the steam machine and inhales its noxious vapours. He gets intoxicated, and once addicted, he thinks of it as the common asylum, the democratization of desire.
The masters, athletic or fat, polish their wrenches and oil their gears, and slyly construct their asylum, the vulgarization of desire.
A black monolith rises, the Carnot cycle deeply engraved. Thermodynamic odyssey, lasting as the gap between two frames.
Old paradigms believe in asymptotes, the production gets closer to its limit without reaching it, and in the meantime it does not slow down, with the illusion it will never crash.
Asymptotic ideologies then, with no perception of the limit, running parallel to it at high speed.
Capitalism and socialism suffer from the same inborn sickness, hypertrophy. Both crave with opposite modalities for going beyond the limits that Nature imposes. Both openly challenge the second law of thermodynamics, out of ignorance or hubris.

They use women and men as machines, the only distinction being on the distribution of the surplus; not on the awareness of the ominous production of excess and waste accelerating the spiraling process of the entropic increase.
These few statements are surely not enough to deflate two points of view on humanity, points of view that are ultimately more similar than they appear to be. Promising young politicians and old embalmed ones rave over and over the same stale rhyme, out each corner, creating a stereophonic lie.
Commonplace takes over our mind, perhaps even the best ones, in contradiction with the laws of the universe, and guides our steps pipering towars the mirage of everincreasing wealth, a pond where the chasm lurks behind.
All around, though, there are signs of the coming fall, geological ages altered in a bunch of years after a plateau during hundred thousand revolutions, arrogant summer days showing up at odd hours, uncomplete snowflakes, imperfect crystals, walls not to be crossed distorted by shortsighted calculus, skies open on debris of greed, acid half consumed carcasses.

They bake bread in huge quantity, as never before conceivable, now that a miraculous yeast has been discovered. Then they distribute it in a pemanent circus, with the threat of the desert out there.
There are those who propose limits, horizons that we should not reach, fire trenches, new rules to break. The kingdom of endless technique has amplified what before was only mildly expressing itself, at least on a large scale. The means we have in our possession are maids to our most hidden perversions, and to our splendid mania of dominion. Who will guard us inside our paddock? Will we delegate to other wise ones? Will we take the blame and share tasks, not faking anymore of having misheard faraway laments, not belonging to us? Which laws we will vouch for?
Antigone’s cry is still echoing in the grey hall of Thebe:

“…not such are the laws set among men by the justice who dwells with the gods below; nor deemed I that thy decrees were of such force, that a mortal could override the unwritten and unfailing statutes of heaven. For their life is not of to-day or yesterday, but from all time, and no man knows when they were first put forth. Not through dread of any human pride could I answer to the gods for breaking these.”

Il sale della terra – The salt of the earth

Questa è la storia del passaggio da un mondo all’altro da un ordine all’altro – e della rovina dell’uno e dell’altro. È la storia della precarietà dell’ordine: dell’ordine antico e dell’ordine nuovo. La storia della loro perpetua rovina.
(Roberto Calasso, La rovina di Kasch)

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          Blu, Graffito, Milano

This is the story of the passage from a world to another from an order to another – and of the ruin of the one and the other. It is the story of the impermanence of order: of the old order and of the new order. The story of their never-ending ruin.
(Roberto Calasso, The ruin of Kasch)