The Good Government – Il Buon Governo

“No one today can afford to be innocent, or indulge himself in ignorance of the nature of contemporary governments, politics and social orders. The national polities of the modern world maintain their existence by deliberately fostered craving and fear: monstrous protection rackets. The “free world” has become economically dependent on a fantastic system of stimulation of greed which cannot be fulfilled, sexual desire which cannot be satiated and hatred which has no outlet except against oneself, the persons one is supposed to love, or the revolutionary aspirations of pitiful, poverty-stricken marginal societies…

The belief in a serene and generous fulfillment of natural loving desires destroys ideologies which blind, maim and repress — and points the way to a kind of community which would amaze “moralists” and transform armies of men who are fighters because they cannot be lovers.”

Gary Snyder, Buddhism and the Coming Revolution

 

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Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340

 

“Nessuno al giorno d’oggi può concedersi il lusso dell’innocenza, o permettersi di essere ignorante in merito alla natura dei governi, della politica o dell’ordine sociale. I moderni sistemi nazionali si mantengono in vita promuovedo deliberatamente la brama e la paura: un mostruoso racket di protezione. Il “mondo libero” dipende economicamente da questo fantastico sistema che stimola voglie che non possono essere soddisfatte, desideri sessuali insaziabili e odio la cui sola valvola di sfogo è l’individuo stesso, le persone che si dovrebbero amare, o le aspirazioni rivoluzionarie di società povere ed emarginate…

Credere in un appagamento sereno e generoso dei desideri naturali distrugge le ideologie che accecano, mutilano e reprimono –  ed indica la via verso un tipo di comunità che sorprenderebbe i moralisti e trasformerebbe eserciti di uomini che sono soldati solo perchè non sanno essere amanti.”

Gary Snyder, Il Buddismo e la Rivoluzione a venire

 

 

 

 

 

 

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Einmal ist Keinmal?

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Per questo motivo posero oltre la volta celeste l’Iperuranio; lì, ben lontane, vivevano le idee immutabili e perfette, un luogo non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. Messa apposto e ben lontana la perfezione, crearono i loro capri espiatori. Li misero sul monte più alto della penisola greca, l’Olimpo, e li dotarono di tutti i difetti che di cui erano a conoscenza.

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Sentivano il tempo scavare le loro rughe e la necessità del conoscere non rendeva leggiadro il loro passo. Così fecero uccidere Kronos (il tempo) e relegare Ananke (la necessità) ad un ruolo marginale. L’Olimpo è una rivolta della leggerezza contro la precisione della legge. Roberto Calasso in Le nozze di Cadmo e Armonia si chiede perché gli Olimpi preferirono il cinto dell’inganno al serpente della necessità. Gli Olimpi e quindi i Greci volevano vivere ciechi e liberi, andare incontro alla morte senza osservarla. Liberi nell’albero di possibilità, incatenati da Eros e dal suo leggero inganno. In fondo tutti sapevano che Zeus non era che un vincitore temporaneo, non aveva ucciso Kronos, lo aveva solo vestito di panni nuovi, sperando in un eterno carnevale. E aveva avuto troppo pietà anche di Ananke; lei sarebbe stata sempre lì, anche dopo di lui, spesso dimenticata e non venerata, il suo vincolo sacerdotale stringendoci dal primo all’ultimo respiro.

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Il vincolo inflessibile di Ananke, che stringe circolarmente il mondo, è coperto da una fascia screziata, che possiamo vedere nel cielo come Via Lattea (R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia)

Granelli di granito

Quando quella vecchia bionda mi parlò della Verità, i miei occhi presuntuosi cominciarono a ridere. Lei la vedeva, lì, granitica e trascendente. Ma in fondo sapevo che la sua verità era solo una difesa contro il dolore in cui viveva. Un dolore né fisico né mentale, un dolore immaginato e creato per avere uno stimolo che la tirasse giù dal letto d’inverno come d’estate. Ma la verità non era per lei un sogno o una Thule, la vedeva, lì, granitica e trascendente. Mi convinse. Quel giorno cominciai a cercala. Mettendo un piede davanti l’altro percorsi innumerevoli storie: storie nere, storie silenziose, storie di fughe, storie stanche, storie pronte a finire. Mi ritrovai in un campo minato, in cui scegliere era diventato sciocco. La sua verità granitica divenne così granelli di polvere.
Sono questi granelli che adesso cerco, raccolgo e mi porto in tasca. Un giorno, forse, ne avrò raccolti abbastanza, ritornerò da lei per dirle che avevo ragione, per mostrarle la vera sostanza della sua Verità.

Fantaconferenza di Monod

Presentiamo qui di seguito alcune delle domande rivolte al premio Nobel per la medicina Jacques Monod, nel corso di una serie di conferenze tenutesi a San Francisco tra il 1986 e il 1987.


Giuseppe Baldacci: Buongiorno professor Monod, nel suo libro “Il caso e la necessità” affronta a lungo ciò che chiama “il carattere teleonomico degli esseri viventi”, affermando che, leggo dal testo, “gli esseri viventi nelle loro strutture e prestazioni realizzano e perseguono un progetto”. Quindi, secondo lei, gli esseri viventi si trovano qui, sulla terra, perché c’è un progetto da realizzare?

Jacques Monod: Si, certo che c’è un progetto: vivere e cercare di continuare a vivere. Capisco bene cosa cerca di insinuare con la sua domanda, ma quando uso la parola progetto non intendo qualcosa che un signor dio ci ha imposto. Ci dovremmo accorgere che per caso siamo nati fra migliaia di occasioni e che le strutture che abbiamo al nostro interno (stomaco, vene, cervello) sono lì proprio per salvaguardare questo strano evento (la nascita). Salvaguardare è quindi il progetto che perseguono. Se lei non conosce (e non lo conosco neppure io) il motivo che li porta a perseguire tale progetto, può inventare delle motivazioni. Ma non può cambiare il contenuto del progetto.

Edoardo Amaldi: Professor Monod, non crede che parlare di caso faccia rientrare dalla finestra quello che si è buttato fuori dalla porta? Il concetto di caso, cioè, anche se distrugge la predestinazione e il determinismo, non le sembra comunque un modo per interpretare in chiave teleologica l’inspiegabile?

JM: In un certo senso si, parlare di caso in contrapposizione al determinismo, è un po’ come contrapporre a Dio l’ateismo. L’ateo è spesso il più grande credente, perché per definirsi ha bisogno prima di concepire l’idea di Dio. Allo stesso modo, affermare che la natura non possiede un’escatologia metafisica ma è “guidata” dal caso, sembra ricalcare lo stesso schema in cui una forza spirituale, per l’appunto il Caso, guidi la realtà. Banalizzando, è come se ci fossimo limitati a sostituire un Dio logico con un Dio imprevedibile e giocherellone.

Tuttavia, si tratta più di un sofismo che di un inghippo logico reale: il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il fatto che si verifichi un evento eccezionale, come può essere la comparsa della vita sulla Terra (ammesso che sia avvenuto una sola volta), ci induce a pensare a quell’evento come a qualcosa di voluto e predestinato. In realtà, la gran parte dei nuovi eventi che si verificano nell’Universo, prima di insorgere, avevano una possibilità quasi nulla di verificarsi. Per quanto ne sappiamo, siamo il solo pianeta ad ospitare la vita e la sola specie dotata di un sistema logico di combinazione simbolica. E’ comprensibile che l’uomo, dal momento in cui ha iniziato a porsi dei quesiti fondamentali sulla sua origine e sul suo futuro, sia stato indotto a fondare centinaia di filosofie e religioni antropocentriche.

Hélène Brion: Professore, innanzitutto la ringrazio perché ci concede questa rara possibilità di ascoltare una sua lectio magistralis. Le espongo un quesito che riguarda una perplessità che ho sempre avuto: chi ci dice che quei processi che la fisica e la biologia attribuiscono al caso non sottendano invece a leggi sconosciute?

JM: Molto probabilmente le nostre conoscenze aumenteranno sempre più, svelando leggi che oggi non conosciamo. Ma, sulla base delle nostre conoscenze attuali, ciò che possiamo affermare è che l’idea deterministica che avevamo dell’Universo, oggi non regge più. Il sistema che per secoli abbiamo immaginato, fatto di processi che, propagandosi a catena, portano a conseguenze meccanicamente prevedibili, oggi deve fare i conti con la casualità dei fenomeni microscopici della realtà. Tali fenomeni non sono descrivibili se non in termini probabilistici, e questo non per limiti tecnici o matematici, quanto per loro costituzione intrinseca.

Si parla infatti di indeterminazione intrinseca, ovvero l’impossibilità a conoscere con esattezza, e simultaneamente, sia la quantità di moto che la posizione di una data particella sub-atomica. La fisica quantistica ci dice che nulla è mai localizzato in un punto ben definito, perché, se lo fosse, l’incertezza della quantità di moto dovrebbe essere infinita.

Esiste poi un’indeterminazione legata all’osservatore, detta operazionale,  e riguarda l‘errore sistematico prodotto sul sistema quantistico dall’atto di misurazione mediante un apparato classico. Mai come in queste circostanze, se ci fate caso, si mette in evidenza quanto la determinazione della realtà sia espressione di un equilibrio epistemologico fra oggetto e osservatore.

Per queste ragioni, la nostra capacità di predire i fenomeni a livello subatomico è molto bassa. Non per questo, tuttavia, la fisica quantistica non sa dirci molto su come la realtà si struttura a livello macroscopico.

Hélène Brion: Dalle sue riflessioni mi sembra di capire che crede in una casualità insita nelle cose stesse?

JM: Se per casualità intende la non completa prevedibilità dei fenomeni, e se per “cose” intende anche gli eventi macroscopici come le vite degli uomini o i fenomeni sociali, allora le dovrò dare la cattiva notizia che nessuno può prevedere esattamente il futuro, senza offesa per i moderni Nostradamus televisivi.

Chi avrebbe potuto prevedere con esattezza le pesanti ricadute sulle nostre vite della rivoluzione iraniana del ’79? La crisi energetica che è seguita, e che ci ha mostrato la vulnerabilità delle moderne società tecnologiche, per quanto fosse prevedibile non era esattamente e matematicamente scritta. Il caos deterministico in cui siamo piombati, è il risultato di numerosissime variabili che entrano in gioco. In una simile circostanza, anche minime variazioni dello stato iniziale avrebbero prodotto dei cambiamenti molto grandi, come Lorenz ha mirabilmente disegnato con l’effetto farfalla.

Queste considerazioni valgono ogni qualvolta ci confrontiamo con sistemi dinamici che risentono in maniera sensibile delle condizioni iniziali, tutti quei fenomeni che generalmente definiamo confusionari, turbolenti o caotici.

Françoise Brochard-Wyart: Professore, ma i processi turbolenti di cui parla, si riferiscono a fenomeni che non hanno una loro esistenza fisica, come ad esempio il numero di macchine che passano da una strada in un dato intervallo di tempo…

JM: Se le chiedessi quante macchine rosse passano ogni anno sotto casa sua, poniamo 59388, e le parlassi del fenomeno “macchine rosse in via X”, lei mi direbbe, a ragione, che questo fenomeno non esiste se non nella mia mente, che dietro questo fenomeno ci sarebbero le individualità slegate di ciascuno di quei 59388 guidatori, alzatisi al mattino, saliti in macchina e partiti. Qualcuno farà quella strada per la prima volta, per provare un nuovo tragitto, magari per errore o per curiosità. Molti, la gran parte, faranno quella strada per abitudine, come ogni santo giorno devono fare quella strada per andare a lavoro. E’ vero, questo fenomeno è composto da elementi slegati, ma se invece delle macchine rosse le parlassi di cellule rosse, di eritrociti, e sostituissi la via di casa sua con una qualsiasi delle sue arterie? Noi spesso pensiamo che la realtà fisica sia preimpostata in maniera meccanica perché è priva di capacità speculative, mentre attribuiamo a noi, esseri pensanti, il libero arbitrio, il potere di scelta. Eppure, a guardarci da lontano, quanto siamo simili a granelli che rispondono a meccanismi più grandi? Nessuno spirito metafisico guida i componenti di questi fenomeni, nulla sembra legare i “destini” dei vari componenti di un dato fenomeno, eppure qualcosa li accomuna, al punto tale che possiamo prevedere, con grandi margini di precisione, come evolverà nel tempo quel fenomeno.

Ma mi accorgo che vi sto parlando di caos e non di caso!

Matteo Santangelo: Mi permetta una domanda molto semplice: la somma di un insieme di progetti dà un progetto finale o crede che possa essere casuale?

JM: Chiaramente dipende dai progetti. Nel caso di due progetti simili, il progetto finale potrebbe risultare da un semplice accorpamento dei due. Se al contrario i progetti iniziali non hanno niente a che vedere fra loro, allora il risultato sarà casuale, un sistema dinamico la cui continuazione deterministica è caotica. Ad esempio per quanto riguarda il nostro corpo, a mio parere, i progetti delle varie strutture sono simili; impediscono la morte della struttura stessa, e questo sarà anche il progetto finale del nostro corpo. Ciò che cambia è semplicemente il modo di perseguire tale progetto da parte delle varie strutture, cioè i differenti processi chimici.

Vittorio De Seta: Professore, posso chiederle cosa immagina per il futuro dell’umanità?

JM: È curioso ma, invecchiando, mi viene rivolta sempre più spesso questa domanda. Quand’ero ragazzo la vedevo porre ai professori, agli uomini di Chiesa, ai politici. Leggevo i testi dei grandi pensatori nella biblioteca che avevamo nella casa di Cannes, vedevo mio padre che li sfogliava avidamente come alla ricerca di una risposta, o se vogliamo di un appiglio, di punti di riferimento. Per questo mi stupiscono le domande così “serie”, perché penso: “chi può sperare di trovare dei punti fermi in un uomo che affida alla casualità l’andamento della vita e dell’Universo stesso?”. [sorride] Forse tutto questo ha a che fare con l’evoluzionismo, siamo portati a fidarci di più degli anziani, perché è più probabile che, grazie alle informazioni e all’esperienza che possiedono, riescano ad aiutarci. Il tutto senza considerare che in effetti con l’età accade esattamente l’inverso, ovvero che sono gli anziani a diventare più creduloni.. qualcuno prima o poi dovrebbe studiare questo fenomeno[1].

Tornando alla sua domanda, se permette le rigiro io una contro-domanda: cosa la preoccupa del futuro?

Vittorio De Seta: Nel suo testo “Il caso e la necessità” descriveva la differenza fra oggetti naturali e artificiali, dicendo che i primi non possiedono la stessa regolarità e ripetizione dei secondi. La natura è composta da oggetti eterogenei e variegati, ma anche i nostri i manufatti, fino a circa un secolo fa, erano in gran parte eterogenei, perché prodotti artigianalmente. Mi preoccupa il fatto che le nostre vite, dopo millenni, siano bruscamente passate a confrontarsi con scenari sempre più omogenei e prevedibili, composti da oggetti anonimi, prodotti industrialmente in serie. Come può incidere tutto questo sugli uomini?

JM: Queste sue riflessioni mi riportano alla mente un passo di Proust in cui afferma che, agli occhi di un osservatore disinteressato, le somiglianze perfette tra i gemelli hanno il loro fascino, perché è come se la natura, “momentaneamente industrializzata, si fosse messa a sfornare prodotti in serie”.

In un mondo ancora scarsamente industrializzato, il problema centrale era quello di migliorare le nostre vite, controllando l’imprevedibilità della natura col rigore della scienza e della tecnica.

Oggi, il problema capitale è quello che l’oggettività scientifica sta lentamente distruggendo le storie e le ontogenie su cui abbiamo stratificato i nostri sistemi di valori, i quali rappresentavano in un certo senso quell’elemento di informazione – culturale – che ciascuno di noi eredita, rielabora e, come spinto da una necessità che mi ricorda molto quella che “governa” la trasmissione del DNA, tramanda a sua volta ai posteri.

La scienza attenta alla vita dei valori, senza i quali il mondo ci appare sempre più nudo e insensato. La conoscenza fine a sé stessa è un obiettivo ambizioso ma, se non connesso ad un piano etico, implode su sé stesso.

Io non so dirle qual’è il futuro della nostra specie su questo pianeta, ma ciò che penso è che questo scorcio di XX secolo stia incubando problematiche sociali che esploderanno con violenza nel XXI.

[1] Aging Associated with Increased Trust & Well-Being.
[2] M. Proust, À la recherche du temps perdu, Sodome et Gomorrhe.


#percorsi

biologia-con-perfume-existencialNella via di Parigi che prende il nome dall’attivista Hélène Brion, al numero 15, a due passi dalla Senna, si trova l’Istituto Jacques Monod (IJM), polo di ricerca di primo piano nella biologia, e sede di numerosi incontri e conferenze. La prossima Conferences Monod-Diderot sarà tenuta il 25 novembre 2016 dalla professoressa Françoise Brochard-Wyart, su invito del direttore dell’IJM, l’italiano Giuseppe Baldacci, nato nel 1949 a Roma, pochi mesi prima che Enrico Fermi ritornasse nella Capitale per una Conferenza tenuta all’Accademia dei Lincei, quella stessa Accademia che, nemmeno sei anni dopo, lo commemorò con le parole del fisico nucleare Edoardo Amaldi.

59388 Monod è il nome dell’asteroide scoperto nel 1999 dall’astronomo Matteo Santangelo.

Le parole di Monod, che chiudono la fantaconferenza dell’86’, ci riportano alla mente un passaggio del documentario In Calabria, diretto nel 1993 dal regista Vittorio De Seta, che vi riportiamo qui di seguito:

“Tutto un mondo di tradizioni, costumi, dialetti, temperanza, laboriosità, arte, musica, canti, è stato travolto di colpo dal mondo dell’industria. Tutta una cultura che costituiva la storia stessa dell’uomo è stata condannata. C’è stato il capovolgimento brusco di una concezione della vita che durava da millenni. E’ stata la fede nel progresso, nella grande forza sprigionata dalle macchine ad alimentare queste speranze, queste certezze. Se prima, nel corso dei millenni, poco o nulla era cambiato, ora tutto doveva cambiare. Se prima ciò che era vecchio veniva conservato e rispettato, ora bisognava lasciarselo alle spalle, come un qualcosa di inutile, di spregevole”.

 

Ndr. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

M.Minissale, R.Ricceri

 

Il pianto di Madre Terra – The cry of Mother Earth

…Tostos en adspice crines,
inque oculis tantum, tantum super ora favillae!
Hosne mihi fructus, hunc fertilitatis honorem
officiique refers, quod adunci vulnera aratri
rastrorumque fero totoque exerceor anno,
quod pecori frondes, alimentaque mitia, fruges
humano generi, vobis quoque tura ministro?

Publius Ovidius Naso, Metamorphoses, Liber II, 283-289

 

Sebastiano-del-Piombo-Frescoes-of-the-Farnesina-The-Fall-of-Phaeton-
                   Sebastiano del Piombo, La caduta di Fetonte, Villa della Farnesina, Roma

 

Ecco, guarda le mie chiome strinate,
e quanta cenere negli occhi, quanta sulla faccia!
Così ricambi la mia fertilità
e i miei servigi, io che sopporto i tagli
dell’aratro adunco e dei rastrelli e mi affatico tutto l’anno,
io che fornisco foglie per il bestiame e messi, alimenti pacifici,
per il genere umano, e anche incenso per voi, sí, per voi.

Traduzione di P. B. Marzolla

Look at my scorched hair
and the ashes in my eyes, the ashes over my face!
Is this the honour and reward you give me
for my fruitfulness and service,
for carrying wounds from the curved plough and the hoe,
for being worked throughout the year,
providing herbage and tender grazing for the flocks,
produce for the human race and incense to minister to you gods?

Translation by A.S. Kline

Decentr-archy

Decentralization had been an essential element in Odo’s plans for the society she did not live to see founded. She had no intention of trying to de-urbanize civilization. Though she suggested that the natural limit to the size of a community lay in its dependence on its own immediate region for essential food and power, she intended that all communities be connected by communication and transportation networks, so that goods and ideas could get where they were wanted, and no community should be cut off from change and interchange.
But the network was not to be run from the top down. There was to be no controlling center, no capital, no establishment for the self-perpetuating machinery of bureaucracy and the dominance drive of individuals seeking to become captains, bosses, chiefs of state.

Ursula K. Le Guin, The Dispossessed

 

Vassily_Kandinsky,_1923_-_Circles_in_a_Circle                                                                                                                                                                                                          Wassily Kandinsky, Circles in a Circle, 1923

 

La decentralizzazione è stato un elemento essenziale del piano di Odo per la società che lei stessa non ha potuto vedere in atto. Non aveva alcuna intenzione di de-urbanizzare la civiltà. Ciò nonostante suggeriva che il limite naturale alle dimensioni di una comunità dovesse dipendere dalla regione circostante il fabbisogno di cibo ed energia, che tutte le comunità fossero connesse da reti di comunicazione e trasporto, affinchè i beni e le idee potessero arrivare ovunque, e a nessuna comunità fosse precluso lo scambio e l’interscambio.
La rete però non avrebbe dovuto funzionare con un intervento dall’alto. Non ci sarebbero stati centri di controllo, capitali, nessuna autoreferenziale macchina burocratica e nessuna spinta individuale dominatrice verso posizioni di generale, capo, o primo ministro.

 

Ord(u)re

“Cette grande civilisation occidentale, créatrice de merveilles dont nous jouissons. elle n’a certes pas reússi à les produire sans contropartie. Comme son œuvre la plus fameuse, pile où s’élaborent des architectures d’une complexité inconnue, l’ordre et l’harmonie de l’Occident exigent l’élimination d’une masse prodigieuse de sous-produits maléfique dont la terre est aujourd’hui infectée. Ce que d’abord vous nous montrez, voyages, c’est notre ordure lancée au visage de l’humanité. ”

Claude Lévi-Strauss, Tristes Tropiques

Monteiro_Africa_trash                                                                                                                                                                                                                                         Fabrice Monteiro, The Prophecy

“Questa grande civilizzazione occidentale, creatrice di meraviglie di cui gioiamo, non è riuscita a produrle senza una contropartita. Come la sua opera più famosa, in cui si elaborano architetture di complessità mai prima sperimentata, l’ordine e l’armonia dell’Occidente esigono l’eliminazione di una ingente massa di sottoprodotti nocivi di cui la terra è infettata. La prima cosa che i viaggi ci palesano sono i nostri scarti lanciati sulla faccia dell’umanità.”

“Our great western civilization, which has created the marvels we now enjoy, has only succeeded in producing them at the cost of corresponding ills. The order and harmony of the Western world, its famous achievement, and a laboratory in which structures of a complexity as yet unknown are being fashioned, demand the elimination of a prodigious mass of noxious by-products which now contaminate the globe. The first thing we see as we travel round the world is our own filth, thrown into the face of mankind. “