Clays

Hello everyone,

Starting from today the English version of my new novel, Crete, will be published.

The title in English will be straightforwardly translated in Clays. But as for the Italian version it is just a working title.

The first two chapters have already been published in Italian last weeks.

See you soon.

Salvatore Minissale

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NON HO SCELTA

Disse Zakariya volteggiando le mani in aria per scacciare alcune sadiche mosche ostinate. “Qui nel deserto non si sta male in fondo, qualche turista tranquillo, pochi scocciatori, ma la verità è che non saprei cos’altro fare, non ho scelta”

NON HO SCELTA

tre parole che continuano a risuonarmi in testa anche qui, ormai lontano dalle dune del Sahara, seduto sul soffice divano blu, tra le mura colorate della mia nuova confortevole dimora.
E mi arrovello sul reale significato di questa breve sentenza, tesa tra l’alibi e la rassegnazione, continuandomi a chiedere: ma chi di noi ha scelta?

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Certo se sei un berbero del deserto, un paria di Bangalore, una dolce fanciulla di Kabul o un inuit groenlandese l’interrogativo diventa forse marginale, le priorità potrebbero davvero essere altre.
Ma il privilegio di costruire una vita libera mi appare, ahimè, merce rara anche a queste latitudini dove all’insegna di vessilli  di democrazia, progresso e prosperità ci travestiamo da paladini della libertà senza davvero accorgerci che i vincoli della società, le sue infide sovrastrutture, il suo arrogante schematismo non ci consentono di rompere davvero le redini a cui siamo legati. E poi, c’è quell’elemento, ancora più subdolo e latente, che ci impedisce l’ulteriore slancio.
E’ un elemento antico, atavico addirittura incrollabile:
‘Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso’
Il primo principio della dinamica recita così; e noi da buon chierichetti fisici lo eseguiamo, crogiolandoci nella nostra quiete o nel nostro lento moto; ogni tanto qualche piccola perturbazione ci consente di sentirci più vivi ma non è così potente da farci cambiare rotta e quella forza che ci darebbe davvero una svolta, rompendo questa dannata inerzia, stenta sempre ad arrivare.
Nel mezzo del cammino della mia via vita, la ripercorro allora virtualmente e noto come essa sia fluita attraverso dei canali in apparenza ancora da modellare ma già da tempo in fondo solcati; tracce a volte più marcate e a volte solo abbozzate seppur sempre irrimediabilmente univoche e delineate.
L’illusione di una decisione autonoma si infrange nella costatazione della sua latente immobile inerzia, nella triste attuazione di un moto rettilineo uniforme, stanco e ripetitivo.
E al pari di Zakariya, anche io in fondo mi sento senza possibilità di scelta.

Capitolo II: Sinestasi

…benvenute le stelle di quest’albero.

‘Ali al-Ballanūbī

 

Brizio cresceva in compagnia della fagiana, che aveva abbandonato Filippo per il suo nuovo compagno.
In vero, era stato Filippo, che di stare fermo non aveva voglia, a partire per altri lidi, e da qualche anno ormai il solo segno del suo essere in vita, erano le casse di spezie inviate al fratello Pietro.
Lettere accompagnavano le casse, con minuziosi resoconti degli usi di erbe e polveri presso le popolazioni locali, ricette, metodi di preparazione di unguenti e medicine.
Poco avvezzo al romanticismo, o piuttosto, poco incline alla sua pubblica ostentazione, aveva uno stile secco e tecnico, memore di categorie aristoteliche.
Di ciò non si rammaricava l’istrionico Pietro che non perdeva occasione per tessere nuove storie e disegnare nuovi confini, ispirato dai colori e dai profumi di cui la sua bottega era intrisa.
Colori e profumi a cui Brizio non era indifferente, e la cui attrazione cresceva al ritmo dei sui ricci bruni.
La città sudava di eccitazione, e non solo metaforicamente. La festa in celebrazione della protettrice si avvicinava spedita attraverso i febbrili preparativi ed il formicolio delle vie.
Mezz’Agosto, assunzione della vergine, risurrezione e catarsi collettiva, il rito si ripeteva immutato.
Pietro, Eleonora ed il figlioletto Brizio si prepararono anch’essi all’evento, le spezie lasciate per qualche giorno a deliziare se stesse nel chiuso della bottega.
La fagiana, di indole curiosissima, si attaccò a Brizio, e con occhi spalancati e moine, come solo le femmine di fagiana sanno fare, ebbe la meglio sul divieto di Pietro di portarla in giro in quel religioso caos.
Un sottile collare rosso sgargiante venne messo al collo dell’uccello, che normalmente restio alla sottomissione, si lasciava guidare senza aprir becco.
La folla era già fitta e il vociare confuso e continuo.
In lontananza al centro della piazza una figura si ergeva su tutti, vestita di bianco ed azzurro, sgargiante di luce, immersa nella luce del pomeriggio d’agosto.
La città tutta si muoveva lenta, ubriaca del mistico dondolare dei raggi solari sul corpo della vergine. Un dolce profumo, insistente, intenso perforava la pelle, amplificando la sbronza, e mettendo a dura prova l’equilibrio dei più deboli.
Un profumo di fiori che non aveva mai sentito, olio ardente in piccoli calici, scivolava e si scontrava con quelli familiari di incenso, frutta secca tostata, dolciumi e miele.
Brizio chiuse gli occhi per quel che sembrò un momento in cui il tempo si sorprese a dilatare le proprie maglie fino a rompersi. In cui i secondi si sfilacciarono in mille capi, ognuno di un colore diverso, di sfumature quasi solo immaginabili. In cui si sparse nell’etere quel penetrante profumo, a grappoli di sensazioni.
Intorno la pressione della folla, i suoni scomposti, si erano attutiti sino a divenire un uniforme brusio, i profumi un soffice soffio isotropo.
Il mondo dentro e fuori si mescolarono come crema pulsante in un calderone immenso, cangiando di continuo nello spettro del visibile e dell’invisibile, bolle esplosero liberando fragranze della durata di un battito cardiaco fino al prossimo battito e ad un nuovo infinitesimo passaggio di ombre.
Ed ogni colore assunse un sapore, ogni sapore un ritmo, contrappunto, sibilo.
Quanto si perse a galleggiare, quanti secondi o ere geologiche sopraffecero la sua coscienza difficile da sapere.
Solo la fagiana si accorse dello strano stato in cui era d’improvviso caduto e lo cominciò a beccare alle gambe.
L’insistenza delle beccate riuscì a destare Brizio, e a riportarlo alla non minore meraviglia della festa.
Un solo momento impazzito, di cui Brizio non aveva mai avuto esperienza e che lo avrebbe accompagnato da lì a venire.
Cosa avesse iniziato, catalizzato, alimentato quel fuoco, forse quel misterioso profumo emanato dalla statua, quelle minuscole candide stelle che inebriarono l’aria, dolci fino alla nausea.
Quale raggio di sole bruciò l’ordine delle cose in una cenere di assoluto?

 

© 2017 Salvatore Minissale All Rights Reserved

Historiae referendorum

Il 18 settembre del 2014 fu il giorno del mio 27esimo compleanno. Sicuramente quel giorno avrò pensato che stavo invecchiando ma anche che ero ancora piuttosto giovane. A parte tali pensieri ciclici non ricordo molto di quel giorno, ad esempio non so come e se io abbia festeggiato il mio genetliaco. Ma c’è tuttora un ricordo che non si sbiadisce: la mia speranza nei risultati del referendum in Scozia. Speranza nella vittoria di un Sì. Non sono un esperto di politica britannica, né di politica estera, né tanto meno di politica tout court. Ma ai tempi era a favore di un . I motivi erano forse più istintivi che razionali: l’antipatia che provavo per la regina Elisabetta (soprattutto in quanto regina e non in quanto Elisabetta, ma adesso anche in quanto Elisabetta) e per buona parte degli inglesi insieme all’idea che ho degli scozzesi, bonaccioni sempre obbligati a seguire le regole dettate dai terroni della penisola britannica. Tutti conosciamo il risultato di quel referendum e tutti conosciamo pure la beffa che dovettero subire il 23 giugno 2016 il 45% degli scozzesi che votarono al referendum del 2014 quando furono chiamati ad esprimersi su Brexit. Sì, perché è evidente che nel 62% di scozzesi che votarono Remain il 23 giugno il 45% erano un sottogruppo. Circa due anni dopo dunque un’altra delusione per me: il risultato di Brexit. Anche qui le ragioni erano più personali che oggettive. Non avevo colmato ancora le mie lacune di politica britannica ed estera ma gli scozzesi mi facevano ancora tenerezza. L’antipatia per gli inglesi non era scemata, ma l’idea di (almeno) un’Europa unita mi ha sempre attirato. Insomma il Remain mi sembrava una scelta giusta. Ma anche stavolta feci parte dell’opposizione.

Paul Shepard diceva che la storia è una maniera di percepire l’esistenza umana, e io, da ”buon selvaggio”, vedo la mia storia fluire in maniera ellittica piuttosto che lineare. È quindi normale che un’ennesima delusione politica sarebbe dovuta arrivare. Il primo ottobre la delusione suono al mio campanello. In questo caso avevo già messo il vestito buono e l’aspettavo dietro la porta.

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Dettaglio di Maestà di Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi, Cimabue

A distanza di un mese da quest’ultimo referendum, ho cercato di capire se c’erano ragioni meno emotive per le mie scelte ai referendum in cui non ho votato. Ho riletto intensamente le pagine Wikipedia di Rousseau e Hobbes, i trafiletti de La Repubblica.it, sono andato al musée de Luxembourg per farmi ispirare dal generoso décolleté della Liberté. Ed immerso in quella scena di guerra che è alla base del motto di francescana memoria Liberté, égalité et fraternité, ho trovato un piccolo criterio di scelta:

Un popolo ha il diritto di chiedere l’autonomia e l’indipendenza quando, trovandosi in delle condizioni peggiori rispetto al resto della nazione (o federazione), vuole cercare di migliorare e risollevare la sua situazione economica e sociale.

Questo criterio, per quanto condivisibile e da prendere con le pinze*, esce fuori dalla mia testa adesso; quindi è forse solo il disperato tentativo di dare un senso alla mia emotività. Brexit o Catasalida sembrano andare in direzione contraria al motto francescano (ed al mio criterio). La libertà di scegliere non deve confondersi con la voglia di individualismo emotivo soprattutto nel caso in cui sia volta ad aumentare la disuguaglianza (per esempio economica) e a spezzare il vincolo di fraternità che ci lega a chi ci sta accanto (soprattutto se sta peggio di noi). La chiudo qui e in attesa di diventare un esperto di politica cercherò di applicare il mio piccolo grande criterio al prossimo referendum.

*Il criterio è necessario ma non sufficiente. La valutazione dell’effettiva efficacia di un popolo, che magari si ritrova in una condizione catastrofica a causa propria, a migliorare da solo la propria situazione economica e sociale è alla base della non sufficienza!

Capitolo I: Venuta d’Oriente

…ch’ella non guasti la coda al fagiano di questa Santa Sede…

Paolo Jovio, Lettera al Cardinal Santa Croce in Bologna

 

Pianse per tre giorni di fila quando seppe che la fagiana era morta.

Incuriosita dalle ruote del carro che si avvicinava, fu colpita in pieno e trascinata per metri sul selciato. Era un carro più veloce dei soliti battenti le sonnolenti strade di provincia. Di passaggio, svelto ed urgente

Tutta la vita detto “il fagianetta”, per un pianto durato tre giorni, all’età di dodici anni.
A quel tempo il suo viso somigliava alle colline in cui era nato, dolci e molli. La sua folta capigliatura riccia alle foreste che le ricoprivano, quelle colline.
Era nato a Orvieto col nome di battesimo di Brizio, qualche anno prima l’omonima cappella fosse resa immortale per mano del cortonese gentile.

Il padre, Pietro Tasconi, commerciante di spezie, giunte da ogni angolo conosciuto del pianeta, non aveva mai visto una cartina geografica.
Il negozio sotto casa emanava un miscuglio di odori che cambiava a seconda della stagione. La predominanza di una spezia, prodotta in gran quantità quell’anno in medio oriente, e la mancanza di un’altra persa per mare in qualche sciagurata bufera, ne cambiavano il gusto da pepato a dolciastro, e poi da pungente a terroso, in una casuale parata dei sensi.
Era così che si immaginava il mondo Pietro, grazie a quelle fragranze ne dipingeva i più lontani e reconditi recessi.
“Senti, Brizio, quant’è dolce il Madagascar, di vaniglia e cumino.” Ammaliava così il figlio nel suo viaggio in terre sconosciute.
“E che aspra Damasco, zenzero, bucce di cedri e limoni. Non mi stancano mai”.
Aveva per parte di madre nobile discendenza, e qualche papa come parente lontano, o almeno così ripeté tutta la vita la stessa madre, Eleonora Saconti.
Se tale discendenza fosse vera o presunta non fu mai dato di sapere, e soprattutto nessuno dei privilegi ad essa connessi ebbe modo di materializzarsi.
Ma anche in provincia, si sa, la verità è un’apparenza che si indossa, e i Saconti godevano di particolare rispetto. Rispetto invero forse più dovuto ai Tasconi per le spezie e radici offerte da Pietro, recapitate da posti esotici.
In paese pareva non bastassero mai, nessuno si sognava in pubblico di apprezzare le loro afrodisiache qualità, ed i commenti non privi di ammicchi si concentravano sulla bontà del pollo alla cannella di donna Francesca, la figlia del notaio, e la squisitezza del maiale marinato nello zenzero e nel pepe sichuan, con cui Giorgio Albani, marito della lattaia, sosteneva le sue oziose giornate a contemplare l’orizzonte frastagliato delle colline umbre.

La fagiana, si diceva, era anch’essa venuta da lontano. Lo zio Filippo, fratello del padre, viaggiatore instancabile, non ebbe bisogno di alcun sotterfugio perché lei lo seguisse sulla nave che dalla Cina salpò di ritorno al mediterraneo.
Forse stanca dell’umido clima in cui era nata, forse attratta dall’oceano che aveva odorato da sempre, decise di tentar la sorte e non perse Filippo che per pochi momenti, in cui era impegnato in affari poco consoni ad una fagiana reale come lei.
A dire il vero, Filippo avrebbe preferito che un fagiano maschio si fosse avventurato nel viaggio
I maschi di Chrysolophus pictus, come da rigorosa nomenclatura binomiale, sono timidi in conseguenza della loro vistosa livrea.
Il piumaggio è una tavolozza degna di tombe etrusche, dall’oro transisce all’arancio, sfuma nel sangue e diventa cannella rugginosa.
Verde e blu e loro miscugli adornano come preziose pietre il dorso e la lunga coda, rimanenza di arcaici voli.
Lo seguì una femmina invece, bruna e monocromatica come tutte le femmine della specie, ma sfrontata ed indipendente come le donne di Siena o di Macao.
Il viaggio, estenuante per i più, non lo fu per lei, che in mare non era mai stata.
Il rollio della nave spinta dal vento, le oscillazioni ritmiche, le giornate nere di tempesta e quelle azzurre di bonaccia, il mare scuro ed immenso, le terre toccate e lasciate, i rari incontri in mezzo alle acque, tutto le diventò familiare in pochissimo tempo, beniamina della ciurma, fagiana d’oceano.
Arrivarono un giorno d’agosto, piovoso ed umido, la fagiana perplessa e dietro Filippo, abbronzato e carico.
Qualcuno li aveva letteralmente scarrozzati dalle coste adriatiche a fin sotto Orvieto, lasciando che i due risalissero il colle con le loro gambe (e zampe).
La salita, la pioggia, il caldo opprimente e la fatica del lungo viaggio quasi al capolinea, giocarono con la mente della fagiana, le cui emozioni si avvolgevano in brusche curve come i tornanti di quell’ascesa.
Per un momento si credette appena sveglia dal sonno in cui la nave, Filippo, il viaggio erano solo elementi di un sogno, tanto quel clima le ricordava casa. La delusione di non essere mai partita, si tramutò l’istante successivo in nostalgia appena si rese conto di dettagli diversi e sconosciuti, quindi in giubilo quando all’ultimo tornante scorse da una parte la valle rigogliosa di pioppi e castagni, e dall’altra le mura alte e possenti della città, il vociare in quella lingua saltellante e canterina, che ormai conosceva, il profumo di pietanze che, quelle no, non aveva ancora fiutato.
Brizio era intento a mettere in fila bottiglie di vetro, di colori e taglie diverse, senza un ordine che ne rivelasse alcuna catalogazione mentale.
Il vociare proveniente da fuori che si avvicinava sempre di più, fece tintinnare le fragili bottiglie, debolmente, ma abbastanza perché Brizio comprendesse l’eccezionalità dell’evento.
Filippo, lo zio dall’oriente, di cui aveva solo sentito parlare, era entrato in paese, accolto da grida festose, abbracci, ed eccitazione collettiva.
Ancor dietro alla sua multiforme barriera di vetro, Brizio non si mosse, continuando flemmatico lo scambio di ruolo delle amate bottiglie.
Dalla porta leggermente aperta si intravide un becco, piccolo e giallo, poi un occhio, curioso ed indagatore, infine un collo ed una zampa.
La fagiana, sfuggita ai pizzicotti, ambigue carezze, pacche e minacciose parole di coloro che vennero ad accogliere Filippo, si intrufolò in casa per cercare tranquillità.
Già abituata a così tanta gente ed attenzioni, non ebbe neppure un sussulto a scoprire che nella stanza si trovava qualcun altro. Si avvicinò alle bottiglie in fila e infilò il becco nel collo di ognuna per scoprire che sapore avesse l’aria dentro.
Brizio, normalmente geloso della sua fila di vetrosi contenitori, la lasciò fare, chissà ne avrebbe finalmente capito il senso, di quel gioco meticoloso.

 

© 2017 Salvatore Minissale All Rights Reserved

 

Crete

Salve a tutti,
da oggi pubblicherò a cadenza bisettimanale episodi del romanzo che sto scrivendo, Crete.

Spero solo che la frequenza di pubblicazione eguagli quella di stesura.

Commenti sono ben accetti, non likes ma opere di critica.

 

Hello everyone,

Starting from today I will be publishing bi-weekly episodes from my new novel, Clays.

I hope the frequency of posting will match that of writing.

Comments are welcome, please rather criticize than like.

At the moment I will publish only the italian version, translation is on its way.

 

Salvatore Minissale

 

 

 

 

Granelli di granito

Quando quella vecchia bionda mi parlò della Verità, i miei occhi presuntuosi cominciarono a ridere. Lei la vedeva, lì, granitica e trascendente. Ma in fondo sapevo che la sua verità era solo una difesa contro il dolore in cui viveva. Un dolore né fisico né mentale, un dolore immaginato e creato per avere uno stimolo che la tirasse giù dal letto d’inverno come d’estate. Ma la verità non era per lei un sogno o una Thule, la vedeva, lì, granitica e trascendente. Mi convinse. Quel giorno cominciai a cercala. Mettendo un piede davanti l’altro percorsi innumerevoli storie: storie nere, storie silenziose, storie di fughe, storie stanche, storie pronte a finire. Mi ritrovai in un campo minato, in cui scegliere era diventato sciocco. La sua verità granitica divenne così granelli di polvere.
Sono questi granelli che adesso cerco, raccolgo e mi porto in tasca. Un giorno, forse, ne avrò raccolti abbastanza, ritornerò da lei per dirle che avevo ragione, per mostrarle la vera sostanza della sua Verità.