Upstream – Risalendo la corrente

How long did it rain yesterday?

Passing ruthless through cities;
those rivers,
where do they get the water from?

Swimming in directions
opposite to gravity
as a goofy salmon
with no bears to fear

Climbing smooth walls
of fog and drizzle
big salamander
afraid of height

The cry of the marmot
announces
our out-of-placeness
in this land

Birds of prey
hover around
showing off their
slender figures

Snaking out,
earthly paths
lead the way
to the sky we long to see

 

upstream
Foto di Salvatore Minissale

 

Quanto ha piovuto da ieri?

Attraverso città spietati;
questi fiumi,
da dove arrivano le loro acque?

Nuotiamo in direzioni
opposte alla gravità
come salmoni goffi
con nessun orso da temere

Scaliamo pareti lisce
di nebbia e gocce leggere
grandi salamandre
che odiano l’altezza

Il grido della marmotta
annuncia il nostro
esser fuori luogo
su questa terra

Uccelli rapaci
aleggiano
ostentando
la loro snella figura

Serpeggiando,
cammini terrosi
ci guidano verso il cielo
dall’agognata vista

 

Salvatore Minissale

Seguindo a espera de um vazio

Tersa Palma è un’artista portoghese.

L’ho incontrata (per caso) in una galleria di Belleville a Parigi, uscendo da un’esposizione che avevo deciso di visitare. Era in un angolo, lei e le sue piccole immagini fotografiche ad acquerello e mi è “caduta di fronte”.

Le ho chiesto cosa rappresentassero quei pezzi di mattonella e quelle conchiglie, così reali.

 Sono cose che ho trovato per caso

mi ha risposto.

Nel terreno

ha specificato.

La terra è piena di ricordi e di oggetti che vengono conservati nel tempo, rotti, mutati. E Teresa, quando ci si imbatte, non può che raccogliere la sfida di riprodurli su carta, così perfetti, nelle loro crepe, e in questo modo entrare in contatto con qualcosa che casualmente ha ritrovato la luce.

Il caso non basta, quando inciampi in qualcosa, puoi decidere di lasciarla per terra e di continuare la tua giornata guardando in alto, o poi scegliere di lasciare al caso la parte del vostro incontro, ma di esplorare quello che per te è importante, dare senso al caso. La storia che esiste dietro una pietra, una conchiglia, una piuma, una carta da gioco. Quello che Teresa chiama “Seguindo a espera de um vazio”. E anche se non saprà mai colmare il vuoto del perché, la sua pittura antropologica le aprirà le porte al senso che lei le ha donato, ridando loro un’altra vita, oggi.

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Teresa Palma, 2015, Seguindo a espera de um vazio (II/XIX), Acquerello

Teresa Palma is a portuguese artist.

I met her by chance, in a gallery of Belleville, where I went to see another exhibition that I wanted to visit. She was in a corner, with her small watercolor images and she”fell in front of me”. I asked her what those pieces of tile and shells, so realistic, stood for.

It’s something that I found by chance

she replied.

On the ground

she specified.

The land is full of memories and of objects that remain preserved in time, broken, changed.

And Teresa, when she bumps into them, she picks up the challenge to reproduce them on paper, so perfect, in their cracks, and in doing so she creates a connection with something that casually has come to light again.

Chance is not sufficient. You can decide to leave the object and continue your life by watching the sky, or you can choose to let the chance play its part and explore what is important for you. Give a meaning to chance. The story that exists behind a stone, a shell, a feather, a playing card. This is what Teresa calls “Seguindo a espera de um vazio”. And even if she could not fill the space of the “why”, her anthropological painting, will open the door to the senses that she donated to these objects, by giving them another life, today.

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Teresa Palma, 2015, “Seguindo a espera de um vazio” (IV/II), aguarela sobre papel, 25,4 x 25,4 cm.

Terrestre – Earthly

Il buco nella mia scarpa raccoglie polvere
e fuscelli e formiche e letame

le cicale cantano ancora
la loro sudata litania
sul sottofondo antico
di un giovane vento

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Foto di Salvatore Minissale

ogni sguardo
diversa prospettiva
ogni respiro
vecchi colori
ogni muscolo
nuova tensione

la scarpa è piena
la svuoto
quanti passi è lungo il cammino?

 

The hole in my shoe collects dust
and twigs and ants and shit

cicadas still sing 
their sweaty litany 
over the ancient background
of a young wind

every look
different perspective
every breath
old colours 
every muscle
new tension

the shoe is full
I empty it
how many steps is the way long?

 

Salvatore Minissale

Il pianto di Madre Terra – The crying of Mother Earth

…Tostos en adspice crines,
inque oculis tantum, tantum super ora favillae!
Hosne mihi fructus, hunc fertilitatis honorem
officiique refers, quod adunci vulnera aratri
rastrorumque fero totoque exerceor anno,
quod pecori frondes, alimentaque mitia, fruges
humano generi, vobis quoque tura ministro?

Publius Ovidius Naso, Metamorphoses, Liber II, 283-289

 

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                   Sebastiano del Piombo, La caduta di Fetonte, Villa della Farnesina, Roma

 

Ecco, guarda le mie chiome strinate,
e quanta cenere negli occhi, quanta sulla faccia!
Così ricambi la mia fertilità
e i miei servigi, io che sopporto i tagli
dell’aratro adunco e dei rastrelli e mi affatico tutto l’anno,
io che fornisco foglie per il bestiame e messi, alimenti pacifici,
per il genere umano, e anche incenso per voi, sí, per voi.

Traduzione di P. B. Marzolla

Look at my scorched hair
and the ashes in my eyes, the ashes over my face!
Is this the honour and reward you give me
for my fruitfulness and service,
for carrying wounds from the curved plough and the hoe,
for being worked throughout the year,
providing herbage and tender grazing for the flocks,
produce for the human race and incense to minister to you gods?

Translation by A.S. Kline

Antropocene: l’urgenza della decrescita

Si racconta che un tempo, in Canada, vivessero oltre 400 milioni di castori, che con le loro dighe avrebbero influito in maniera così notevole sul territorio, da far nascere il mito secondo cui sia stato proprio il Castoro ad aver creato il Canada.
Produrre modifiche ambientali, per ricreare ambienti congeniali alla sopravvivenza della propria specie, è una condizione connaturata al nostro essere al mondo.
L’industrializzazione ha permesso ad una grande popolazione di individui di vivere mediamente più a lungo, grazie a tutta una serie di sistemi tecnologici che sono stati prodotti e diffusi sotto la pressione selettiva esercitata dai consumatori stessi: conservazione e distribuzione degli alimenti, miglioramento dei mezzi di trasporto, degli ambienti di lavoro (con automazione dei processi industriali), miglioramento dei servizi di assistenza medica e delle condizioni igieniche delle abitazioni e molto altro.
Lo strumento tecnico nasce per il controllo della natura, ha in sé la finalità precisa di servire il proprio creatore per migliorarne le condizioni di vita.
Eppure, oggi il modello tecnico-scientifico si configura sempre più come un sistema autotelico, il cui unico fine è quello di perpetrare sé stesso. Lungi dall’essere un elemento indispensabile al mantenimento delle società umane, oggi gran parte della tecnologia procede secondo schemi che poco o nulla hanno a che fare coi bisogni naturali dell’uomo.
Sono note le critiche di Einstein riguardo all’uso militare dell’energia atomica, un evento che mise in evidenza la questione cruciale su come e fino a che punto bisogna condurre la ricerca scientifica.
Capita di sentire parlare di “buona scienza” o “scienza utile”, a proposito dei possibili campi di applicazione di una determinata scoperta. Io credo che se dovessimo leggere la scienza e giudicarla sulla base dell’utilità reale all’umanità, allora forse ci saremmo dovuti arrestare molti decenni fa nel progresso tecnico-scientifico. Ma non è possibile imbrigliare la sete di ricerca degli uomini di scienza, significherebbe non avere più scienza o approdare a modelli oscurantisti.
Per stabilire inoltre quale sia la scienza buona dovremmo possedere dei criteri per definire con esattezza quale sia il “benessere” dell’umanità e in base a questo stabilire se una scoperta sia o meno utile all’uomo.
Nell’antropocene, il pianeta Terra ha subito modifiche rilevanti come in nessun altro periodo storico. Tuttavia si tratta di cambiamenti di scarsa entità se paragonati agli stravolgimenti subiti nel corso dei millenni precedenti alla comparsa della vita; con ogni probabilità, anche in seguito alla scomparsa dell’Uomo si avrà un lento recupero di tutte le alterazioni attualmente in corso. E’ soltanto questione di tempo. Ad essere sempre più in pericolo, invece, è la sopravvivenza della specie umana, che si trova nella posizione paradossale di aver creato un sistema in grado di migliorare la sopravvivenza e contemporaneamente di metterla in pericolo.
Da queste considerazioni è emersa la necessità di mettere in atto strategie per invertire la rotta di un modello economico destinato a compromettere le risorse del pianeta e dunque la vivibilità. I movimenti ecologisti, anti-consumisti e anti-capitalisti trovano il loro principale fondamento ideologico in queste considerazioni.

Ciò che mi appare più interessante nelle teorie della decrescita è la componente politica di sovvertimento dell’ordine valoriale adottato dalle società industriali, specie dal secondo dopoguerra. Viene attaccato infatti il concetto stesso di “benessere occidentale” come libertà dalle necessità fisiche tramite i comfort, massimizzazione del proprio utile e del godimento individuale. L’idea dell’homo oeconomicus, insomma, sembra tramontare.

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Paradosso di Easterlin

Il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità, descrive per sommi capi questa condizione, per la quale il progresso non determina in maniera automatica un miglioramento delle condizioni di felicità nella popolazione.

La tecnologia ha sì sgravato l’uomo da numerose contingenze materiali, ma ha anche eroso gli spazi di significato collettivo che le comunità costruivano intorno a determinate circostanze. L’omologazione delle nostre quotidianità, ha inoltre appianato le differenze culturali che sorreggevano l’identità dei singoli. E’ su questo terreno che bisogna partire nell’analizzare la ricerca, ormai su vasta scala, di modelli che puntano a ricreare spazi di senso e significato condivisi mediante il ritorno a procedure tecnicamente superate ma culturalmente significative. Su questa stessa linea – quella della ricostruzione del senso – si possono interpretare le cristallizzazioni stilistiche degli spazi abbandonati delle metropoli soggetti ad occupazione e recupero, laddove il mantenimento di architetture (seppur talvolta rivisitate) può diventare un modo per difendere luoghi di significato e ricostruire comunità che vi si riconoscono.

Senza negare l’anima dei tanti movimenti ambientalisti, che spesso preferiscono dirsi ispirati da finalità meramente pratiche piuttosto che da precise posizioni ideologiche, non possiamo non sottolineare la valenza dirompente, sul piano socio-politico, di queste forme di attivismo.

Il senso antico della Terra

Antropocene è una parola sintetica usata per descrivere un fenomeno ritenuto dai più assai recente. Tuttavia, coloro che sono avvezzi allo studio della storia sanno che il processo di alterazione del pianeta da parte del genere umano getta le sue radici in un passato ben più remoto.
Nella Cina della dinastia Qin (III sec. a.C.) era diffuso l’adagio secondo cui l’imperatore aveva soffiato al vento il potere di scolpire le montagne. Ed era vero, soprattutto se consideriamo che proprio in questa epoca cominciavano i secolari lavori per la costruzione della Muraglia.
Possiamo in realtà spingerci ancora più indietro nel tempo e pensare, per esempio, alla regina Hatshepsut che fece scavare nella roccia uno dei complessi più grandiosi dell’architettura egizia. O ancora, agli ingegnosi greci che volevano addirittura tagliare la terra a Corinto (anche se alla fine dovettero desistere e accontentarsi di una strada).

Ci sono, insomma, decine e decine di istanze che potrebbero essere addotte per dimostrare come l’Antropocene, il modellamento del pianeta a immagine dell’uomo, sia cominciato in realtà molto prima delle Rivoluzioni Industriali. E tuttavia, oltre il dato “geologico”, una differenza resta cruciale: la prospettiva capovolta attraverso cui l’uomo del tempo antico guardava alla Terra.
Nel seme delle culture indoeuropee c’era un rispetto assiomatico e una regola incontrovertibile che governava il rapporto fra l’uomo e l’ambiente.
Il rex dei romani (come il raj– degli indiani o il –rix dei celti) era investito di questo potere perché, unico, poteva manipolare la terra dividendone i confini. E, ancor più, tanto potente era l’idea della Terra che il suo vero nome doveva sovente restare nascosto: nei contorti rami delle lingue indoeuropee si perse infatti ben presto il nome comune per chiamare la “Terra”. Ogni cultura si è poi arrangiata come ha potuto trovando spesso eufemismi efficaci per descrivere il concetto; cosicché noi diciamo “Terra” perché nell’antichissima origine delle lingue italiche il termine voleva semplicemente significare “posto secco, dove non c’è acqua” (dalla radice *ters; si pensi al moderno inglese dove thirst, stessa radice, significa propriamente “assenza acqua” > sete).

La differenza è semplice: nel mondo antico l’uomo percepiva chiaramente di appartenere alla Terra (e infatti il latino homo – da cui il nostro “uomo”- dipende da un’antica radice usata per identificare il suolo. Homo è dunque propriamente “di terra”). Noialtri, invece, riteniamo il pianeta nostro possesso più o meno esclusivo.
Un uomo di quell’epoca definirebbe il nostro approccio con l’ambiente un atteggiamento disastroso. C’è infatti  un orrore profondissimo e costante comune a tutto il mondo classico: la contaminazione della Terra. Scriveva Virgilio alla fine del primo Libro delle Georgice, indicando un orrifico prodigio:

E di certo verrà il tempo in cui l’agricoltore, lavorando la terra di quei luoghi con l’aratro ricurvo, troverà aste corrose dalla scabra ruggine o batterà coi pesanti rastrelli su elmi vuoti, e si meraviglierà per il gran numero di ossa nei sepolcri scoperti.

Era diritto dell’uomo esercitare la sua forza creatrice sull’ambiente che lo circondava, ma entro limiti precisi. Il cuore del pianeta doveva restare pulito, scevro di memorie umane: pena un prezzo altissimo per gli uomini. Qui di seguito l’oracolo di una veggente etrusca profferito probabilmente nel I sec. a.C., in un momento in cui il disordine della Repubblica Romana aveva temporaneamente sovvertito il rapporto religioso fra l’uomo antico e i confini della Terra.


Anthropocene is a synthetic word used to describe a phenomenon thought to be recent. However, people accustomed to the study of history know that this process lays its foundations in a far-flung past.
During the Qin dynasty in China, a popular adage told that the emperor had stolen to the wind the power of polishing mountains. It was true indeed, if we think that the works for the Great Wall started in this very epoch. 
We can pull ourselves even more faraway in the past and recall how queen Hatshepsut had her lofty temple excavated inside the rocks of the ancient Egypt. 

Therefore, we can quote numerous instances able to demonstrate that the Anthropocene started well before the Industrial Revolutions. Yet, beside the “geological” data, a difference remains crucial: the inverse perspective by which humans of the ancient time watched at the Earth.
Inside the seed of the Indoeuropean cultures, there was an axiomatic deference and an unquestionable law that ruled the relationship between humans and the environment.
The roman rex (as the indian raj- or the celtic -rix) was appointed with this great power for it was only him the one allowed to manipulate the earth by defining its borders.
Moreover, so powerful was the idea of “Earth” that its true name had to stay hidden.
In fact, among the twisted branches of the Indoeuropen tree a common word for Earth is missed. Every limb had to sort out an euphemistic way to describe the context. Latin speakers call the Earth “Terra” because in the remote origin of italic languages this word meant “dry place, where water is absent” (form the root *ters-; It could be also noticed that the modern english thirst, belonging to the same root, means properly “without water”).     

The difference is thus easy to grab: in the ancient world humans thought themselves as a belonging of the Earth. On the contrary, we do think that the Planet is our exclusive possession. A man of the classic era would probably define our approach to the environment a disastrous attitude. In fact, a rooted dread of the ancient world was the contamination of the earth. As Virgil wrote in the first book of the Georgics:

Ay, and the time will come when there anigh,/ Heaving the earth up with his curved plough, /Some swain will light on javelins by foul rust/ Corroded, or with ponderous harrow strike/ On empty helmets, while he gapes to see/ Bones as of giants from the trench untombed.

Of course the mankind had right to employ its creative force on the environment. Hoverer, the heart of the planet had to remain clean, free of human memoirs. Any violation would mean disaster. Here follows an excerpt of the Vegoia Prophecy foretold during the I century b.C. by an Etruscan Oracle.

Profezia di Vegoia (I /II sec. a.C.)

Tum etiam terra a tempestatibus uel turbinibus plerumque labe mouebitur. Fructus saepe ledentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur. Multae dissensiones in populo. Fieri haec scitote, cum talia scelera committuntur. Propterea neque fallax neque bilinguis sis. Disciplinam pone in corde tuo.


Allora anche la terra da bufere e cicloni e frequenti frane sarà scrollata. E i raccolti spesso saranno guasti e atterrati dalle piogge e dalla grandine, arsi dalla canicola e distrutti dalla ruggine. E molte le discordie civili. Sappi che questo accade quando tali delitti si commettono. Perciò non essere ingannatore e la tua lingua non sia biforcuta. Riponi questo insegnamento nel tuo cuore.


Then even the land will be shaken by storms or whirlwinds and many landslips. The crops will be frequently laid low and cut down by rain and hail, they will perish in the heat of the summer, they will be killed off by blight. There will be civil strife amongst the people. Know that these things happen, when such crimes are committed. Therefore do not be either a deceitful or treacherous. Place restraint in your heart.

22 Aprile, Giornata della Terra

Oggi festeggiamo la Giornata della Terra, per ricordare a noi stessi la necessità di salvaguardare il pianeta dagli sconvolgimenti prodotti dall’uomo sull’ambiente nel corso della nuova era geologica, l’Antropocene.
Nei suoi 4.54 miliardi di anni, la Terra ha vissuto sconvolgimenti inimmaginabili, passando attraverso modifiche chimiche e fisiche radicali, e con ogni certezza la sua forza rigenerativa le garantirà di superare anche i danni prodotti dall’uomo. Per tale ragione, quando si parla della Terra come di un fragile pianeta che necessita della nostra tutela, dimentichiamo che non è lei ad essere in pericolo, ma noi.

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Today we celebrate Earth Day, to remind to protect planet from devastations caused by man on ambient during new geological era  – the Anthropocene. During 4.54 billion years, Earth has suffered unimaginable upheavals, with chemical and physical radical changes, and certainly its regenerative forces will guarantee to it to ride out damages caused by man. For this reason , when we talk about Earth defining it a fragile planet needing our protection, we forget that it is not in danger, but we are in danger.