Incipit 4 – Ritorno

Avevo visto uomini che tagliavano arance come mele, che maltrattavano la loro buccia carnosa e la gettavano frettolosamente come sporca carta igienica. Avevo avuto notizie di uomini che avevano perso le loro onde, che guardavano quelle cattedrali basiti. Avevo conosciuto uomini che lavoravano vigorosamente sotto una pioggia ignorante, che rimanevano umili di fronte ad un sole non abbastanza pallido. Avevo raccontato storie di uomini che bevevano per dimenticare, che mangiavano per nutrirsi e che sconoscevano i frutti a te più cari. I miei capelli, oramai fumosi, erano il segno che da troppo tempo ero stato esiliato.

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Fantaintervista a Cosmè Tura

San Tommaso non aveva mica capito che a voler sempre ficcarci il dito c’era solo da perderci. Castrare la sua fantasia lo rendeva chiaramente consapevole del dramma vitale, ma gli impediva di innamorarsi di una fantasia o di un sogno. Ci sono luoghi, per esempio, di cui t’innamori proprio perché non li hai mai visti, solo perché un uomo ha usato una parola che ti è esplosa dentro. Uno di questi luoghi per me è Ferrara, ed è forse per questo che non ho mai fatto nulla per andarci. Non ho mai voluto che i miei occhi, vedendo il dramma degli uomini, liquefacessero la materia di cui son fatti i sogni. Ed è forse per lo stesso motivo che Cosmè Tura ieri mi è venuto a trovare mentre mi trovavo ancora a letto. Ha saputo di questa mia popolare rubrica e ha voluto farsi intervistare.

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San Girolamo, National Gallery, Londra

Cosmè, il suo nome mi è sempre piaciuto ed ammetto che è stato la prima ragione per cui mi sono interessato ai suoi lavori. Come mai l’ha scelto?

Ho notato che spesso fa il tontolone in queste interviste, ci è o ci fa? Mi sembra chiaro che un nome d’arte è fatto per stuzzicare l’appetito. Secondo lei Domenico Bigordi, Jacopo Robusti o Bernardino di Betto Betti avrebbero potuto sfondare con questi nomi? [ndr Sghignazza] Tra l’altro, ho saputo che quest’ultimo è diventato anche un buon calciatore, me lo conferma?

Si glielo confermo, ma si è reincarnato un po’ di volte prima di riuscirci…

Come dice il dottor Weiss

Se la gente sapesse che la vita è infinita; che mai moriremo; che mai nasceremo realmente, in questo caso la paura di vivere sparirebbe. Se tutti sapessero che hanno vissuto prima innumerevoli volte e ritorneranno a vivere tante altre volte, quanto sarebbero riconfortate e felici!

quindi non si preoccupi e viva serenamente, anche la sua anima prima o poi farà qualcosa di davvero eccellente!

Questa storia della reincarnazione mi sembra solo una bella illusione, giusto per non guardare in faccia la realtà. Magari esiste, ma noi viviamo adesso, e di adesso dobbiamo preoccuparci.

E no, è qui che si sbaglia, È bello doppo il morire vivere anchora. Non vede chi ha difronte?

Stiamo farneticando, parliamo di cose serie. Mi parli di Ferrara.

Se ne accorgerà fra qualche vita quali sono le cose serie; in ogni caso di quale Ferrara vuole parlare? Sa, anche le città hanno una vita, muoiono e rinascono.

Mi riferisco alla sua Ferrara, quella del ‘400.

Non ero un proletario, e qualche lira da parte l’avevo messa, ma di sicuro la città non era mia. La città era degli Este, come lei saprà. Una città frizzante pur nella sua nebbia, c’era sempre qualcosa da fare, e la gente era alla mano, anche gli Este. Li vedevi andare in giro, tra il popolo. Erano persone squisite e non avevano la puzza sotto il naso come i Medici. Per fortuna gli Appennini hanno sempre fermato il lezzo dei loro sporchi traffici. E poi gli Este ci tenevano davvero all’arte, non lo facevano solo per mettersi in mostra e per spendere le irrisorie gabelle che richiedevano al loro popolo. Ferrara era una città unica e stravagante. C’erano botteghe dappertutto, accanto al macello, all’ospedale o alle latrine. E chiaramente per noi artisti era una benedizione, sia in termini di guadagni che di ispirazione.

È proprio da queste fonti d’ispirazione che nasce la sua pittura realista?

Non ho mai pensato che la mia pittura fosse realista. Tutt’altro. Qualcosa di realista cerca di descrivere la realtà oggettivamente, senza troppi filtri. Io, al contrario, non ho mai cercato di nascondere il mio filtro. Il mio problema, nella vita così come nella pittura, non è mai stato il dramma umano. Con dramma intendo l’azione umana, positiva o negativa, nel senso greco del termine. No, il dramma era già sotto i nostri occhi, non avevo altro da aggiungere. Quello che invece ho cercato di fare è superare l’umano reale e cercare di riconnetterlo al dramma naturale, cercando l’iperbole e l’esasperazione. È per questo che il corpo dell’uomo o di Cristo diviene roccia. Non ha più niente di umano, lo ha superato per rientrare in contatto con la natura. È sempre per lo stesso motivo che i volti divengono bestiali. Il mio voleva essere un monito alle nostre ambizioni. Siamo parte della natura, siamo roccia, siamo bestia, siamo luce.

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Lamentation over the body of the dead Christ, museo Thyssen Bornemisza, Madrid

Crede di aver sconvolto i suoi contemporanei con questa sorta di espressionismo ante litteram?

No, non credo, almeno a Ferrara. Lo prova il fatto che ho potuto proseguire la mia carriera fino a tarda età. In fin dei conti, era una società che conosceva ancora la magia e che la utilizzava per ristabilire dei rapporti con il dramma naturale, rapporti che la quotidianità cercava di spezzare. È stato l’umanesimo che ha rappresentato una vera rottura. È a causa del vostro umanesimo se oggi la mia arte vi sconvolge.

E a lei sconvolge qualcosa della “nostra” arte?

Della vostra arte no, ma del vostro modo di trattare l’arte sì.

Perché come la trattiamo?

Come una merce. Le faccio un esempio personalissimo. Probabilmente conosce la Pala Roverella, la considero una delle mie opere più riuscite. Al momento del suo concepimento l’avevo pensata come un unicum artistico non semplicemente in quanto pala, ma con tutta la basilica di San Giorgio fuori le mura a Ferrara. Adesso invece la vedo smembrata, divisa tra i musei di Londra, Parigi, San Diego, Boston, New York, Cambridge e Roma. Per carità belle città, ma in cui un la mia pala non ha il suo posto. Se la pala era una frase in un testo, la basilica, adesso le differenti parti mi sembrano parole senza contesto. Possono essere affascinanti e può ispirare, ma restano monche; non possono più vivere come arte, ma solo come oggetto artistico. E probabilmente la ragione è che si trovano nei musei.

Perché? Crede che i musei svalorizzino le opere artistiche?

Non è proprio svalorizzare la parola giusta. Credo che si debba dire “mutare”. Come ho detto prima l’arte diventa oggetto artistico. E la differenza non è cosa da poco. Provi ad immaginare uno zoo: un leone nella savana e un leone in una gabbia sono la stessa cosa? Quello nella gabbia ha perso una parte della sua natura, non morde, vivacchia. Per dirla diversamente, dal passaggio dalla savana alla foreste, resta il significante ma cambia il significato e con ciò il leone perde la corona. La stessa cosa è applicabile alle opere d’arte e ai musei. Chiaramente zoo e musei hanno l’apparente pregio di far conoscere nature e arti che altrimenti sarebbero state sconosciute ai più. Ma ribadisco, ciò che conosciamo non è il significato originale di tali nature e arti, ma un significato mutato dalla logica del consumo. Dare un valore di scambio a tutto implicitamente vuol dire che quel tutto è funzionale al raggiungimento di un fine. E paradossalmente ce l’ho ha detto proprio una pubblicità, simbolo principe del consumo, che ho visto recentemente, quella della carta di credito, non ricordo come si chiama. Ma la natura o l’arte non possono avere prezzo.

Quindi propone di chiudere i musei e gli zoo?

Il dado è tratto. Non propongo di chiuderli, dico che andandoci dobbiamo essere pronti a vedere dei simulacri, qualcosa di diverso da ciò per il quale siamo andati. Ma chiaramente propongo di non aprirne altri, in ogni dove. Recentemente ho visto con piacere un dibattito tra Corrado Augias e Tomaso Montanari riguardo la possibilità di far divenire a pagamento l’entrata al Pantheon di Roma [ndr qui potete trovare un estratto]. Montanari dice, a mio avviso correttamente,

La dignità del Pantheon è intimamente legata al cuore stesso della nostra identità: esso simboleggia la continuità tra il mondo classico e la nostra cultura moderna […] rappresenta l’unità del nostro spazio pubblico, attraverso una comunione formale e sostanziale con la piazza che sarà interrotta dal pedaggio. […] Togliere i biglietti a tutti i musei statali ci costerebbe circa 100 milioni di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale viaggia sui 120 miliardi di euro l’anno. Siamo sicuri che sia un buon affare mettere a reddito il cuore stesso dell’identità nazionale, invece che far pagare le tasse a tutti?

Montanari cita Michael Sandel «assegnare un prezzo alle cose buone può corromperle. Spesso gli economisti assumono che i mercati siano inerti, che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. […] Se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate». Credo che l’arte e la cultura tout court possa essere un buon antidoto in una società della misura e del mercato. Ma non è avvelenando l’antidoto, che possiamo avere speranze di migliorarci.

Grazie

Seguindo a espera de um vazio

Tersa Palma è un’artista portoghese.

L’ho incontrata (per caso) in una galleria di Belleville a Parigi, uscendo da un’esposizione che avevo deciso di visitare. Era in un angolo, lei e le sue piccole immagini fotografiche ad acquerello e mi è “caduta di fronte”.

Le ho chiesto cosa rappresentassero quei pezzi di mattonella e quelle conchiglie, così reali.

 Sono cose che ho trovato per caso

mi ha risposto.

Nel terreno

ha specificato.

La terra è piena di ricordi e di oggetti che vengono conservati nel tempo, rotti, mutati. E Teresa, quando ci si imbatte, non può che raccogliere la sfida di riprodurli su carta, così perfetti, nelle loro crepe, e in questo modo entrare in contatto con qualcosa che casualmente ha ritrovato la luce.

Il caso non basta, quando inciampi in qualcosa, puoi decidere di lasciarla per terra e di continuare la tua giornata guardando in alto, o poi scegliere di lasciare al caso la parte del vostro incontro, ma di esplorare quello che per te è importante, dare senso al caso. La storia che esiste dietro una pietra, una conchiglia, una piuma, una carta da gioco. Quello che Teresa chiama “Seguindo a espera de um vazio”. E anche se non saprà mai colmare il vuoto del perché, la sua pittura antropologica le aprirà le porte al senso che lei le ha donato, ridando loro un’altra vita, oggi.

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Teresa Palma, 2015, Seguindo a espera de um vazio (II/XIX), Acquerello

Teresa Palma is a portuguese artist.

I met her by chance, in a gallery of Belleville, where I went to see another exhibition that I wanted to visit. She was in a corner, with her small watercolor images and she”fell in front of me”. I asked her what those pieces of tile and shells, so realistic, stood for.

It’s something that I found by chance

she replied.

On the ground

she specified.

The land is full of memories and of objects that remain preserved in time, broken, changed.

And Teresa, when she bumps into them, she picks up the challenge to reproduce them on paper, so perfect, in their cracks, and in doing so she creates a connection with something that casually has come to light again.

Chance is not sufficient. You can decide to leave the object and continue your life by watching the sky, or you can choose to let the chance play its part and explore what is important for you. Give a meaning to chance. The story that exists behind a stone, a shell, a feather, a playing card. This is what Teresa calls “Seguindo a espera de um vazio”. And even if she could not fill the space of the “why”, her anthropological painting, will open the door to the senses that she donated to these objects, by giving them another life, today.

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Teresa Palma, 2015, “Seguindo a espera de um vazio” (IV/II), aguarela sobre papel, 25,4 x 25,4 cm.

Il principio di indeterminazione di Pollock

Le gocce fendono tangenzialmente l’aria e si spargono sull’enorme tela stesa sul pavimento.
Jackson non saprebbe dirti di preciso la quantità di moto associata ad ogni singolo schizzo, non misura la sua forza, è un gesto innato.
Ne tanto meno gli è possibile conoscere la posizione di queste lacrime di olio, pigmento e trementina che si spandono sullo fondo pittorico.
Continua ad accumulare strati di colore e con ogni parte del corpo si fa portavoce della sua essenza.
Ad un tratto qualcosa gli dice che l’opera è finita, ma è un falso allarme…ancora qualche sorso di denso whisky americano, una sigaretta dopo l’altra…no, manca ancora un po di sgocciolamento in quei buchi vuoti in alto a sinistra.
Chi l’avrebbe detto?

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Ma d’altronde lui non sa, non vuole sapere, agisce lasciandosi trasportare dall’influsso della doppia natura della luce.
Non potrebbe nemmeno misurare l’energia vibrante dei suoi colpi e la nevrotica vibrazione dei suoi spasmi muscolari tesi nell’atto creativo.
Si affida ad ataviche energie.
La misura delle cose è un mezzo di conoscenza ma il fine resta non conosciuto.
E’ una pulsione vitale non regolabile che ci consente di andare avanti, aldilà degli errori e delle incertezze se davvero di errori ed incertezze si tratta.

E’ così che mi piace pensare alla vita:
.un coacervo di gocce isteriche che tessono trame di armonia.
.un coacervo di elettroni impazziti che sfondano il muro della nostra limitatezza.

Pollock’s uncertainty principle

The drops tangentially cleave the air,  spreading out on the huge canvas stretched on the floor.
Jackson could not tell you exactly the momentum associated with each squirt, does not measure his strength, it is an innate gesture.
Neither he can show the positions of these tears of oil, pigment and turpentine that is shed on the pictorial background.
Continuing to accumulate layers of color and every part of the body is the mouthpiece of his essence.
Suddenly something tells him that the work is over, but it’s a false alarm … even a few sips of dense American whiskey, a cigarette after the other … no, there is still a little dripping missing in those empty holes on the top left.
Who would have thought?

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But then he does not know, does not want to know, he acts drifting from the influence of the dual nature of light.
He could not even measure the vibrant energy of his shots and neurotic vibration of his muscle spasms tended to creation.
He relies to ancestral energies.
The measure of things is a means of knowledge but the end is still not known.
It is a non-adjustable vital impulse that allows us to move forward, beyond the errors and uncertainties if indeed it comes to errors and uncertainties.

This is how I like to think of life:
.a jumble of hysterical drops plotting harmony weaving.
.a jumble of crazy electrons that break through the wall of our limitations.

San Martino del Carso (un secolo dopo)

In questa dolce e soffice giornata di tarda primavera sono così lontani i boati dei mortai e i brandelli di muro tenuti su da calce precaria che si sgretola velocemente come l’anima di chi convive con l’ombra della morte.

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Scandiscono, ora, il paesaggio verdi-più-che-mai filari di vite anziché lugubri trincee cariche di silenzio e terrore. Gli orti ridenti di solanacee che sorridono al sole non ricordano certo le bocche digrignanti volte al plenilunio. I Ciliegi traboccano di frutti quasi maturi e irradiano un’armonia che non lascia spazio a fraintendimenti. Le doline adesso sono coacervi di mille piante vive non certo di cadaveri di soldati. L’Isonzo scorre mellifluo e non porta odore di tomba.
Non ho avuto la sfortuna di vedere l’Orrore e ne sono profondamente contento: di fronte a tanta bellezza non sono mai stato tanto attaccato alla Vita.

 

San Martino del Carso (a century later)

In this sweet and soft day of a late spring far are the rumbles of the mortars and the wall scraps standing up with unstable lime already crushing down as the soul living with the shadow of death.

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Now the landscape is marked by the green-than-ever vine lines rather than by trenchs full of silence and terror. Fresh Vegetable gardens of solanaceae smiling to the sun don’t recall the grinding mouths towards the full moon. Cherry-trees overflow of almost ripe fruits radiating an harmony free of any misunderstanding. Sinkholes now are a mass of a thousands living plants surely not of soldier’s corps. Isonzo flows mellifluous and doesn’t bring the smell of graves.
I didn’t have the misfortune to see the Horror and I am deeply glad for it: facing all this beauty I never been so much attached to Life.

Anthropocene – Underwater sculpture

Jason deCaires Taylor è uno scultore inglese, conosciuto, ma non abbastanza, rispetto al suo ambizioso progetto: creare un museo sottomarino.

Unendo la sua passione per l’ambiente e, in particolare l’oceano, e legando la sua capacità da subacqueo a quella da scultore, Taylor è stato in grado di creare un secondo mondo, artificiale, che sotto le acque, interagisce con quello naturale: il MUSA.

Le sue sculture sono create con materiali eco-friendly, un mix di cemento di qualità marina, sabbia e micro silicio, per produrre un cemento a PH neutro, rinforzato da un’armatura in vetro.

In questo modo, le sue opere, sollecitano la crescita del corallo e il proliferare della vita marina. Le sue opere sono quindi destinate ad essere modificate dalla natura, un’opposizione romantica dell’Antropocene.

Anthropocene“, è proprio il nome di una delle sue opere del 2011, parte del museo di Cancún.

Una replica della Volkswagan Beetle, icona automobilistica e dello sviluppo commerciale, viene calata nelle acque messicane, diventando una casa per le aragoste.

Sul cofano, un uomo, che sembra addormentato o piuttosto sembra in uno stato di depressione, coprendosi il viso dalla luce, rimanda ai tipici personaggi dello scultore: l’uomo dell’antropocene, noi.

Tutto è pervaso di mortalità e decadenza, altri temi ricorrenti per Taylor, ma sempre in una visione positiva. E la bellezza del cambiamento, è il cercare nuove prospettive. In questa ottica una macchina diventa ora una nuova dimora, dove ricostruire la vita, anche se l’uomo resta incapace di alzare il suo sguardo e vedere la risoluzione.

Un messaggio potente quello di Taylor, di protezione, verso quello che spesso è invisibile ai nostri occhi. Quando ci rechiamo sull’Himalaya o vediamo la Gioconda, percepiamo il bisogno di protezione che ci responsabilizza verso qualcosa di bello e importante. Eppure, quando pensiamo all’oceano, quello che figuriamo nella nostra mente è solo una superficie, piatta.

È questo l’approccio più sbagliato che l’uomo possa avere: quello di infilare la testa sotto la sabbia, per dirla sottoforma di un’altra scultura dell’artista, “banker”.

È facile avere una reazione del genere, davanti agli enormi disastri legati al nostro ecosistema, più difficile è invece avere il coraggio di trovare delle alternative, di andare a fondo.

Iniziate da qui. La prossima volta che pensate all’oceano, pensate profondo.

Let’s think deep

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Jason deCaires Taylor, Anthropocene, Depth 8m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.
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Depth 8m, MUSA Collection, Cancun/Isla Mujeres, Mexico.

 

Jason deCaires Taylor is an English sculptor, well known, but not enough for his ambitious work: create an underwater museum.

Putting together his passion for the environment and, in particular, for the ocean and linking his capacity as a scuba diver to his artistic vain, Taylor has created a second world, artificial, that interacts with the other, natural, underwater: the MUSA.

His sculptures are created with eco-friendly materials, a mix of high quality cement, sand and micro silicon in order to create a cement with neutral pH, reinforced by an armour made of glass.

In this way, his works, solicits the growth of corals and marine life. His works are destined to be modified by nature, a romantic opposition to the concept of the Anthropocene.

Anthropocene” is also the name of one of his sculptures of 2011, part of the museum of Cancún.

A reproduction of a Volkswagan Beetle, a popular icon of the automobile market and of the industrial development, was lowered into Mexican waters, becoming a lobster’s house. On the bonnet, a man, seems to be asleep or perhaps is in a state of depression, covering his face from the light, he recalls typical characters of the author: the Anthropocene man, us.

All is permeated by a sense of mortality and decadence, other themes that are familiar to Taylor, but always from a positive point of view. It’s the beauty of change, It’s the research of new perspectives. In this viewpoint, a car is now a house, where It’s possible to regenerate life, even if the human being is always incapable to get up and see the resolution.

A strong message from Taylor, a message of protection, toward all that, often, is invisible to us. When we go on the top of the Himalaya or if we see the Gioconda, we feel the need of protection, toward something that it’s good and important. However, when we think of the ocean, we all see in our mind just a surface, flat.

This is the most incorrect approach that men could have, putting the head under the sand, or as to mention another of Taylor’s oeuvre, “banker”.

It’s easy to heave this reaction in front of the enormous ecological disaster, and It’s difficult to have the courage to find some alternatives, to go deep.

You can start from here, the next time that you think of the ocean, think deep.

Let’s think deep