The Good Government – Il Buon Governo

“No one today can afford to be innocent, or indulge himself in ignorance of the nature of contemporary governments, politics and social orders. The national polities of the modern world maintain their existence by deliberately fostered craving and fear: monstrous protection rackets. The “free world” has become economically dependent on a fantastic system of stimulation of greed which cannot be fulfilled, sexual desire which cannot be satiated and hatred which has no outlet except against oneself, the persons one is supposed to love, or the revolutionary aspirations of pitiful, poverty-stricken marginal societies…

The belief in a serene and generous fulfillment of natural loving desires destroys ideologies which blind, maim and repress — and points the way to a kind of community which would amaze “moralists” and transform armies of men who are fighters because they cannot be lovers.”

Gary Snyder, Buddhism and the Coming Revolution

 

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Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340

 

“Nessuno al giorno d’oggi può concedersi il lusso dell’innocenza, o permettersi di essere ignorante in merito alla natura dei governi, della politica o dell’ordine sociale. I moderni sistemi nazionali si mantengono in vita promuovedo deliberatamente la brama e la paura: un mostruoso racket di protezione. Il “mondo libero” dipende economicamente da questo fantastico sistema che stimola voglie che non possono essere soddisfatte, desideri sessuali insaziabili e odio la cui sola valvola di sfogo è l’individuo stesso, le persone che si dovrebbero amare, o le aspirazioni rivoluzionarie di società povere ed emarginate…

Credere in un appagamento sereno e generoso dei desideri naturali distrugge le ideologie che accecano, mutilano e reprimono –  ed indica la via verso un tipo di comunità che sorprenderebbe i moralisti e trasformerebbe eserciti di uomini che sono soldati solo perchè non sanno essere amanti.”

Gary Snyder, Il Buddismo e la Rivoluzione a venire

 

 

 

 

 

 

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Debolezza e forza

[…] perché la debolezza è la forza e la forza è niente.
Quando l’uomo nasce è debole e duttile.
Quando muore è forte e rigido
così come l’albero mentre cresce è tenero e flessibile
e quando muore è duro e secco.
Rigidità e forza sono compagne della morte,
debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij

 

Va da sé che tutta la vita equivale ad irrigidirsi, ovvero a crescere, farsi le ossa, avere delle spalle larghe, una buona muscolatura, e poi dei vestiti solidi e caldi, una casa sicura, forte, alta, enorme, con attorno un giardino, un campo, una tenuta, attorniata da siepi, muri bassi, muri alti, muraglioni su cui cresce l’edera, il filo spinato, su cui poggiano i cannoni, lucidi, da cui escono delle palle così tonde ma così rigide. Rigida è la morte e ciò che è rigido può portare morte, ma dare morte può creare vita, in un ciclo contorto che non può dipanarsi, perché è lo stesso identico, quasi banale, cerchio. La duttilità crea e genera vita, bruciando alla fiamma della rigidità. Si creerà vita finché ci sarà debolezza ad alimentarla. Esiste poi una debolezza nascosta, che già da molto si è trasformata, senza mutare fattezze, in una particolare rigidità fatta di spine e mani sudate, si tratta di una debolezza che impietosisce e commuove, ovvero ti muove, debolezza che è quindi una forza capace di muovere gli animi: i deboli si vendicano spostando le cose o le persone senza neanche toccarle, con dei fili invisibili ma tenaci come quelli per sutura.

L’arte liquida del Correggio

Sarà grazie alle infantili assonanze del suo nome, ma, da quando lo conosco, Correggio mi ha sempre fatto simpatia. E qualche giorno fa, dopo aver visitato Parma, alla simpatia si è aggiunta anche un po’ di ammirazione.

Quando penso ad alcuni artisti, ciò che ho in testa sono dei semplici tratti distintivi, forse un particolare che hanno scelto solo per farsi guardare; per esempio di Raffaello ricordo il cromatismo potente; di Michelangelo le statuarie figure muscolardose; di Morandi la pace delle sue nature morte e così via.
Di Correggio ricorderò la liquidità.
Baumann diceva che la società contemporanea è “liquida”, cioè flessibile, precaria, sottomessa ad una evoluzione sfrenata e continua, e manchevole di “pilastri indicatori” stabili.
Prendete adesso le figure del Correggio.
Non sono mai nette e perentorie, sembrano lì solo per qualche istante, precarie e pronte a fuggire, stanche di essere ammirate. Non hanno tratti netti, i loro occhi sono spesso solo abbozzati, sono quasi liquefatte. Guardate la figura del Cristo nel Compianto (qui sotto), la morte non ha pietà neppure di lui, il suo viso sta per squagliarsi, decomporsi. Il dolore delle Marie, la madre e la Maddalena, deforma il loro volto, le rende figure umane, inermi e senza più pilastri a cui appoggiarsi. Ma sono liquide anche per un altro motivo, più intimo: essere liquidi permette loro di permearsi nell’altro, di soffrire con l’altro. Nella mano di Maria che affonda nel petto del figlio, non esiste più un confine netto tra il me e il te.

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Compianto sul Cristo morto, Galleria nazionale (Parma)

 

Ma non è solo la morte a generare la liquidità nel Correggio. Se procediamo a ritroso nella vita del Cristo, circa 33-32 anni prima, adesso è la vita a trionfare. A parte un San Girolamo la cui bocca suadente avrebbe costretto il Lombroso a dargli del delinquente e pedofilo, le figure in gioco sono le stesse: Maria, Gesù e Maddalena. In questa trinità ricorrente, tutti un po’ più giovani, tutti ancora timidamente ritratti, senza pupille e dagli occhi spenti, figure precarie e dolci che aspettano solo che tu vada via per potersi finalmente mettersi comode. Maria non osa neppure guardare, è quasi scocciata di vederci lì a fissarla.

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Madonna di S.Girolamo, Galleria nazionale (Parma)

 

Tale ritegno non è neppure celato dai putti negli affreschi della Camera della Badessa al Monastero di San Paolo: scappano di qua e di là, si nascondono dietro il pergolato che separa momentaneamente noi dal divino. La loro liquidità è qui piuttosto un simbolo di dinamismo, di continua evoluzione e frenesia, di continuo gioco e scherzo. In tutte queste opere sembra quasi che i personaggi non vogliano più essere “consumati” dal pubblico e per questo fuggono o abbassano lo sguardo. Non sono statue che poco si curano del passante, sono fragili e flessibili, diventano così uno specchio per chi osserva. Non sappiamo più se è il divino a fuggire da noi o noi a nasconderci da esso.

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Camera della Badessa, Monastero di San Paolo (Parma)

Ma la liquidità non si ferma qui. C’è la liquidità intima delle figure, di cui ho appena discusso, e c’è una liquidità differente, di tipo strutturale. Quando penso ad una materia solida ho in mente qualcosa che c’è, ha dei confini precisi, le cui molecole ci indicano chiaramente quando essa termina e quando inizia il resto. Un liquido invece è lì perché qualcosa lo costringe ad essere lì (una bottiglia, un secchio etc). Un’opera pittoria di solito è un solido, raffigura qualcosa e si auto-sostiene. Quando però ho visto alcuni affreschi del Correggio, non ho avuto tale impressione. Il pergolato della camera di San Paolo c’è perché noi siamo lì, separa noi dal cielo; non avrebbe senso senza uno spettatore. Questo affresco diventa quindi liquido, permea gli spazi fino a far divenire parte necessaria dell’opera anche chi guarda, che per questo non è più un semplice spettatore.

E qualcosa di simile accade nel caso degli affreschi della cupola del Duomo di Parma. L’affresco aggredisce l’ambiente circostante, le illusioni ottiche fanno sì che non si comprenda dove finisce l’affresco e dove inizi la realtà. L’affresco non è più un solido. Anche le figure dell’affresco non hanno dettagli iconografici utili per identificarle e neppure la tomba da cui la Vergine fu assunta in cielo è chiaramente visibile. Tali scelte coinvolgono lo spazio concreto della chiesa nell’opera, il passante si vede coinvolto nel vortice di nubi, partecipa all’evento e percepisce ancora una volta (come nel caso della camera della Badessa) la continuità tra mondo terreno e reale e mondo divino e finto degli affreschi. È la liquidità che rende confusi i limiti, che ci fa perdere le certezze, che crea un nuovo mondo, una nuova realtà.

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Assunzione della Vergine, Cupola del Duomo di Parma

Ma se devo dirla tutta, il vero motivo della mia simpatia e della mia ammirazione per il Correggio sta nell’aver avuto il coraggio di rappresentare qualcosa di inconsueto. Come cita la didascalia del Martirio dei santi Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino alla Galleria Nazionale di Parma

Nel 1524, terminati i lavori per la grande impresa decorativa dell’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parla, Correggio viene incaricato dal monaco Placido del Bono di eseguire per la cappella di famiglia posta nella medesima chiesa due tele: il Compianto su Cristo Morto e il Martirio dei Santi Placido, Flavia, Eutichio , Vittorino. Quest’ultima raffigura un soggetto inconsueto: Placido, uno dei primi discepoli di San Benedetto, si recò in Sicilia per evangelizzare e diffondere la regola benedettina e fu ucciso insieme ai fratelli durante un’invasione di infedeli.

Ecco questo soggetto inconsueto mi ha forse permesso di liberarmi, una volta per tutte, di una delle immagini che intorno al 5 ottobre (di ogni anno!) occupa la mia mente in maniera veemente: l’imbarazzante fercolo di San Placido (in basso a destra) che sfila per le vie di Biancavilla.

Insomma grazie a voi, Correggio e Placido del Bono, per la liquidità e per avermi liberato dall’immagine di questo feticcio.

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Martirio dei santi Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino, Galleria Nazionale (Parma)
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Settanta candeline per l’articolo 9

Una grossa testa deforme, con un’espressione penosa e corrucciata, nata forse da antiche fucine di discendenza medievale, sormontava la villa neoclassica degli Scammacca, al centro di un largo frontone di un rosa confetto. Il portone centrale strideva coi suoi echi rococò, un arco merlettato e morbido, su cui si adagiava un volto di uomo-cane con occhi cadenti, dallo sguardo birichino e umile. L’anziano proprietario mi accoglie calorosamente, in veste da camera ricamata, e ai piedi un paio di scarpe dalla suola convessa, che mi hanno subito chiarito il perché, nell’avvicinarsi, procedesse con passo così incerto e basculante.

Mi sorride e mi stringe la mano: “Buongiorno! Prego, si accomodi. Quindi, da quanto tempo è che fa il giornalista per La Sicilia?”

Gli ricordo che non lavoro per quel giornale. “Ah no?!” mi dice con occhi inquisitori “E per chi lavora allora?!”. Gli mostro una copia di un quotidiano, lui lo prende di scatto, lo osserva a lungo, legge e rilegge la sigla, guarda le pubblicità, le notizie, lo rigira sul retro. “No canusciu. Cosa volete, quindi?”

“Si trattava di fare una breve intervista su Catania…”

“Si, ho capito, ma non vi conosco!” continuava a sciorinare con voce sempre più stridula, intervallata da quegli accenni di sorriso distorto che solo gli accessi di rabbia sanno produrre.

“Voi che avete in qualche modo fatto la storia di questa città…”

“La storia! Ora esageriamo!” il sorriso si ammorbidiva, avevo imboccato la strada giusta.

“… da quanto leggo – sa, sono un appassionato di storia – la vostra antica casata ha sicuramente posto le basi per molta storia antica e moderna, questo è evidente”.

“Comunque, io non vi conosco, facciamo presto che c’ho da fare!”

 

Di fronte a me si stagliava adesso lo stemma araldico. Il rosso dei leoni controrampanti mi colpì appena entrato, quasi ferendomi. I leoni, assisi sulle zampe posteriori alla sommità di tre colline dorate, si fronteggiavano come giocando, i due corpi si bilanciavano perfettamente, le zampe anteriori si toccavano in maniera leggiadra. Più che una lotta sembrava una danza sudamericana, sinuosa e ritmata, con passi decisi e fluenti un leone avanzava e l’altro retrocedeva, poi era la volta dell’altro farsi avanti e imporsi. Probabilmente i leoni si erano chiesti quale potesse essere il senso di quella lotta perigliosa sulle vette di terre di conquista e, saggiamente, avevano optato per soluzioni più morbide e diplomatiche, decidendo di convivere insieme su quel terreno e, per non togliere agli astanti il pathos della contesa, si davano quotidianamente a questa strana lotta danzata, o guerra giocata. Il surrogato dello scontro si palesava, con sguardo attento, per quello che era: un’opera buffa. E del resto, a scanso di equivoci, a guardarli bene i leoni si sorridevano teneramente l’uno con l’altro, forse per l’affare vantaggioso che avevano portato a termine.

 

“Vede, io sono una persona molto razionale, nelle cose che faccio, e anche molto trasparente. Quando mi hanno messo nelle varie commissioni, mi sono preso ogni responsabilità. Io tutto alla luce del sole ho sempre fatto. Chi ho sistemato ho sistemato, ma tutto fatto con regolarità. Ho pensato a tutti, io.”

“In che senso ‘ha sistemato’?”

“Ho dato una mano, si capisce, no?”

“E veniamo invece alle colline che i vostri leoni hanno conquistato.”

“Quali colline? Quali leoni? Ma di cchi sta parrannu?”

“Le colline di Picanello, ad esempio. Erano vostri feudi.”

“Si, per gran parte. Certo, c’era anche Bonajuto che era grosso.”

“Lei ha foraggiato quel processo di grossa edilizia che ha trasformato quelle abbandonate colline, nel quartiere densamente abitato che è oggi. Cosa ci dice di quella fase?”

“Intanto, capiamo di che stiamo parlando. Negli anni ’30 qua non c’era niente. Niente, capito? Ulivi, pecore, stirrazzu… Da qui a Ognina era tutta una calata, si vedeva il mare e le casette povere dei pescatori. Poi, grazie al mio aiuto siamo riusciti a dare una aggiustatina al quartiere, piano piano, e poi col dopoguerra è stato completato. Qua abbiamo risanato tutto quanto.”

“Del resto non a caso dicevo che ha – e avete – fatto la storia. E mi dica una cosa, come procedeva con le lottizzazioni?”

“Che vuol dire? Si lottizzava, lottizzava il Comune, che ero io che lottizzavo? Io vendevo solo le mie terre, ma era il Comune che capiva che queste aree andavano messe a nuovo.”

“Ma non ha in qualche modo dovuto tessere delle reti di contatto con chi era nelle amministrazioni? Purtroppo sappiamo tutti che non è facile farsi strada…”

“Giovanotto, ma dove vuole arrivare? Qui si tratta di gestire l’amministrazione, di risanare aree degradate… La buonanima del Commissario prefettizio Farina rilasciava continuamente delibere per manti stradali, costruzioni di nuove scuole, fognature, e quant’altro. Serviva spazio, la città doveva crescere e in fretta. E io gli ho dato questo spazio a nord che ci serviva.”

“Si lo capisco. Ma mi chiedevo se magari è stato necessario che qualcuno di voi si dovesse mettere in politica o allearsi con i poteri forti.”

“Forse non è chiara una cosa. Io non mi devo alleare coi poteri forti, come li chiama lei, perché il potere forte sono io. A tavola coi galantuomini mi ci sedevo io, e si poteva discutere di tutto” l’occhio sinistro si socchiudeva bieco mentre pronunciava quel ‘tutto’ dalla u stirata, come a dire ‘tutto tutto, ma proprio tutto, anche quello a cui lei sta pensando’. “E poi” continuava “i miei antenati sempre uomini di potere sono stati, anche prima dello Stato Italiano, già erano parlamentari e uomini acculturati. Abbiamo guidato questa città e l’abbiamo fatta più bella. Vede, per certe cose, occorre molto senso della responsabilità e della serietà. E io sono stato sempre molto serio in tutto quello che ho fatto. Oggi si pensa che tutti possono fare tutto, che l’impiegata alla cassa va a fare la presidente della Camera, Caio arriva e si apre cliniche private, Filano vuole fare il deputato. Per chi, come me, è abituato allo champagne non c’è rischio di ubriacarsi quando gli capita di poterne stappare una buona bottiglia. Ma per loro non può essere così. Il risultato di queste malversazioni l’abbiamo davanti agli occhi, è chiaro e lampante: guardate come si dividono tutto fra loro, come i cani si scannano!”

“Meglio mettersi d’accordo, invece.”

“Ma certo, la diplomazia è fondamentale. Guardi, questo clima di giustizialismo ha rovinato tutto. Alla gente cosa interessava chi gli dava pane? Niente. “Cu ti duna pani chiama papà” si diceva, ed è vero. Si è rovinata una terra, tanti posti di lavoro, ora sono tutti costretti ad emigrare”.

“Ma a chi si riferisce? Ai grossi imprenditori dell’edilizia?”

“A loro, ad altri, non ha importanza a chi mi riferisco!”

“Graci, Costanzo, Rendo… Pippo Fava c’è morto a causa loro.”

“Cu è Pippu Fava? Non lo conosco. E comunque qui si trattava di amministrare una terra che aveva bisogno di pane e lavoro, e case dignitose, come al nord. E qualcuno le doveva fare, giusto?”

“Senza dubbio. Barone, mi tolga una curiosità: si ricorda l’articolo 9?”

“No. L’articolo 9 di che cosa?”

“Della costituzione italiana. Riguarda la tutela del paesaggio.”

“Ma cchi mi nni futti do paesaggio. Lei non capisce che io parlo di pane, il pane è quello per cui a lei (ma anche a me, non pensi) gliela mettono nel didietro anche fra amici e parenti, con rispetto parlando. E lei mi parla del paesaggio…”

“La Convenzione Europea del Paesaggio, nel 2000, lo ha rimesso al centro dell’agenda politica. Paesaggio non è solo estetica, come può sembrare. Se trincerassimo Catania – solo per assurdo – con un muro e la isolassimo dal mare, lei sarebbe la stessa persona? Lo spazio in qualche modo ci trasforma.”

“Sbagliato, noi trasformiamo e dobbiamo trasformare lo spazio, a nostro uso e consumo.”

“Quando cammino fra queste vie, prendiamo a caso la via Napoli, ho ad esempio la strana sensazione che i palazzi mi stiano ingoiando e digerendo, tanto sono alti e vicini. Mi sorge sempre un dubbio..”

“Ancora di lottizzazioni mi parla lei? Allora mi sa che ci dobbiamo salutare. Io le parlo di gestione di una città. La vuole fare lei questa gestione? Lo vuole tutelare lei il paesaggio? Le persone vogliono case vere, se no stavano ancora nelle capanne o nelle grotte, se dovevamo tutelare il paesaggio.”

“…dicevo, mi sorge il dubbio che chi doveva misurare gli spazi fra un edificio e l’altro e il rapporto con le loro altezze si fosse distratto…”

“Ma quale distratto, quelle sono vie normalissime!”

“ Per non parlare della facilità con cui i terreni agricoli diventavano edificabili, e il conseguente lievitare dei loro prezzi. Il tutto con Piani regolatori molto sommari.”

“Illazioni. Niente di irregolare, semplici strategie per fronteggiare la crescita demografica e l’altissima immigrazione verso questa città a partenza dalle provincie meno fortunate, veda Enna, Caltanissetta, ma anche dal siracusano debbo dire. Poi se i piani regolatori non venivano rinnovati era anche perché era sempre difficile governare. Sa meglio di me che in Italia chi vince le elezioni non è mai libero di governare. Pazienza, purtroppo è così. Ma le regole sono comunque chiare, e bisogna attenersi.”

“Già, le regole sono molto chiare. Barone io la lascio e le auguro ogni bene per lei e la sua famiglia, so che un suo nipote sta seguendo la via della politica con successo.”

“Io la ringrazio, e la invito a passarmi a trovare quando vuole. Si, mio nipote si è messo in testa di fare il deputato. Che ci dico no? Io ci auguro ogni bene, che può girare pure con macchine di lusso o in motoscafo, se ne ha voglia, ma sempre senza dimenticare agli altri, a quelli senza lavoro o che hanno malattie, che io questo ho sempre cercato di insegnare, a rispettare tutti, anzi, a dare lavoro quando può anche agli altri. Perché alla fine, tutti davanti a lui dobbiamo andare.” E guardava in alto con il dito all’in su.

 

Riccardo Ricceri

Einmal ist Keinmal?

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Per questo motivo posero oltre la volta celeste l’Iperuranio; lì, ben lontane, vivevano le idee immutabili e perfette, un luogo non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. Messa apposto e ben lontana la perfezione, crearono i loro capri espiatori. Li misero sul monte più alto della penisola greca, l’Olimpo, e li dotarono di tutti i difetti che di cui erano a conoscenza.

Anche i Greci volevano sentirsi liberi di vivere il quotidiano con leggerezza. Sentivano il tempo scavare le loro rughe e la necessità del conoscere non rendeva leggiadro il loro passo. Così fecero uccidere Kronos (il tempo) e relegare Ananke (la necessità) ad un ruolo marginale. L’Olimpo è una rivolta della leggerezza contro la precisione della legge. Roberto Calasso in Le nozze di Cadmo e Armonia si chiede perché gli Olimpi preferirono il cinto dell’inganno al serpente della necessità. Gli Olimpi e quindi i Greci volevano vivere ciechi e liberi, andare incontro alla morte senza osservarla. Liberi nell’albero di possibilità, incatenati da Eros e dal suo leggero inganno. In fondo tutti sapevano che Zeus non era che un vincitore temporaneo, non aveva ucciso Kronos, lo aveva solo vestito di panni nuovi, sperando in un eterno carnevale. E aveva avuto troppo pietà anche di Ananke; lei sarebbe stata sempre lì, anche dopo di lui, spesso dimenticata e non venerata, il suo vincolo sacerdotale stringendoci dal primo all’ultimo respiro.

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Il vincolo inflessibile di Ananke, che stringe circolarmente il mondo, è coperto da una fascia screziata, che possiamo vedere nel cielo come Via Lattea (R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia)

Capitolo III: Datura metel

Non è più la stessa
luna né più la stessa
primavera d’un tempo –
io solamente rimango
quello che sono stato

Ariwara No Narihira

 

In una sera d’Ottobre inoltrato, attraversata la nebbia che aveva preso il posto delle strade, Brizio entrò nella bottega di Zenone Caffaro, altrimenti conosciuto come Stramonio.
Causa epifenomeno mimetico o osmosi etimologica, si distingueva quest’ultimo per l’amore dei paradossi, al pari dell’illustre eleata, e per la poca inclinazione ad atti di fede, come il cognome suggerisce a conoscitore d’idioma moro.
L’isola della triscele gli diede i natali, e con essi un senso profondo del divenire.
La Montagna, sulle cui membra era vissuto per anni, poteva sembrare ai più uno statico pachiderma sonnolento, perfetta sfera parmenidea.
Poteva apparire come un granito inscalfito ed inscalfibile, solleticato da acque e venti e fuochi per niente fatui.
A filosofo distratto o marinaio indaffarato, poteva indurre pensieri di immobilità ontologiche, immutabili essenze, immote trascendenze.
L’osservatore familiare sentiva, invece, senza molto sforzo dei sensi, la duttile carne del vulcano, che scosso fuori e dentro da intemperanze e furori, adattava le sue forme per resistere; continue mutazioni impercettibili in una parvenza di perenne stasi.
Così imparò Zenone la mutevolezza, l’adattamento, l’impermanenza e dimenticò l’assoluto.
Maturò la sua cultura in strade, porti, chiese e bettole. Amava il vino della sua terra, e di tutte le altre terre al dire il vero, con preferenza per i rossi aciduli e corposi.

Dalla Sicilia era partito, e mai più fatto ritorno. Orvieto, la patria che il caso gli aveva assegnato, non aveva mai del tutto riempito quel vuoto, colmato quella scatola in fondo all’esofago, in cui il delicato seme dell’essere rimbalza di parete in parete.
Era conosciuto in paese per la sua condotta poco ortodossa, perdonatagli dai più bigotti in rispetto dei santi e madonne generati dai suoi pennelli.
Brizio oltrepassò l’uscio in punta di piedi e bussò alla porta con le nocche timide. Zenone, seduto in una vecchia poltrona sformata, a lato un tazza fumante, era intento a disegnare con gesti minuti ed attenti su un grande foglio.
“Cchi Camurria! Ora ho perso il filo! Dai, entra!”. Disse secco al giovane.
“Mi dispiace, signore, non volevo interromperla”. Rispose Brizio.
“Ormai lo hai fatto, ricomincerò da capo più tardi. In cosa posso esserti utile, giovinetto?”, addolcendo il tono improvvisamente.
“Prima di dirle perché sono qui vorrei sapere cosa stava disegnando!”
“Siamo già ai ricatti!…Ecco, guarda”, e volse la pagina verso Brizio.
Il foglio era ricoperto di figure geometriche che si ripetevano, sovrapponevano ed incastravano, ricami sulla pagina che confondevano il cervello creando nuove strutture, che l’occhio si immaginava infinite.
Brizio non poté non seguire il diramarsi delle linee, si focalizzò su una e la rincorse cercando di non perdersi tra gli incroci e le curve, per carpirne il senso di quel cammino indiretto verso opposti fini.
“Si, anche io ne rimasi incantato la prima volta che li vidi dalle mie parti, questi disegni. Quelli che vidi io non erano solo disegni, ma finestre, volte, colonne…”.
“Tutte con forme così complicate?”
“Anche di più! Sai queste forme non sono poi così complesse. Devi cercare il nucleo, isolare quel pezzetto che ripetuto all’infinito crea mosaici regolari ma da perderci la testa”.
“Ci stavo provando, ho seguito una linea ma mi sono perso quasi subito…”
“A chi lo dici, ho sbattuto il muso tante volte all’intersezione tra linee. Cerca invece di non focalizzarti, allarga lo sguardo e lascia che i tuoi occhi si abituino. Ti si paleserà all’improvviso la struttur…ma lasciamo perdere…Piuttosto che ci fai qui, a quest’ora poi, quanti anni hai 13, 14?
“13 e mezzo!! E sono venuto per un motivo semplice, voglio diventare un pittore!”
“Un pittore? Per dipingere cosa? Madonne e Santi ancora? Come se le mura delle chiese non fossero già imbrattate abbastanza!”
“Mica esistono solo le chiese…”
“No, ma qualcuno ti deve pur pagare e gli unici che si possono permettere di pagare le amano tanto le madonne e i santi, fidati.”
“Non mi importa, dipingerò quel che mi viene chiesto, ma qualcuno mi deve insegnare.”
“Ed hai pensato che un vecchio ubriacone come me faccia al caso tuo. Che coraggio!”, ironicamente si schermì Zenone. “Forse non sai bene a cosa vai incontro, dipingere è anche sporcarsi le mani, restare ore ed ore a lume di candela a ritoccare dettagli, con la schiena piegata e le ginocchia che scricchiolano. I colori non vengono mai gli stessi, le figure si contorcono con l’umidità, le mura sono sempre più storte di quanto non sembrino…Ti ho spaventato abbastanza?”, rise di gusto.
Brizio si unì allo scoppio di ilarità. Non ci aveva mai pensato a dire il vero, sconnettendo le opere che aveva visto dalla loro stessa realizzazione, come se fossero apparse con uno schiocco di dita del pittore. Ma non poteva certo darla vinta a Zenone.
“No per niente, anzi quando cominciamo?”. Rilanciò Brizio, eccitato ed impaurito.

 

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Chapter I: That came from the East

…shall not spoil the tail of the pheasant of this Holy See…

Paolo Jovio, from the letter to the Cardinal Santa Croce in Bologna

He cried for three days in a row when he learned that the pheasant was dead.
Intrigued by the wheels of the approaching cart, she was hit and dragged for several meters on the cobblestone. It was a fast cart, faster than the ones roaming the sleepy provincial roads. Passing by, swift and urgent.
His whole life called “the pheasant”, due to a cry lasting three days, when he was twelve years old.
At that time his face resembled the hills where he was born, sweet and soft. His dense curly hair the forests that covered those hills.
He was born in Orvieto with Brizio as the given name, few days before the chapel bearing the same name would have been made eternal thanks to the gentle “cortonese” (1).
The father, Pietro Tasconi, merchant of spices coming from all corners of the globe, never saw a geographic map.
The shop at the ground floor of their home emanated a mix of smells, changing according to the season. The predominance of one spice, produced in huge quantity that year in the middle east, or the lack of another, lost in some grievous storm, changed the flavor from peppery to sweet, and then from pungent to earthly, in a random feast of the senses. That was the way Pietro was imagining the world, thanks to those fragrances picturing the furthest and most hidden recesses.
“Brizio, do you feel the sweetness of Madagascar, full of vanilla and cumin?”. So he charmed the son into that journey to unknown lands.
“And Damasco, so sour, ginger, cedar skins and lemons. I never get tired of.”
He had from his mother side noble lineage, and some pope as a distant relative, or so at least told her whole life his mother, Eleonora Saconti.
Whether this lineage was real or alleged nobody knows, and especially none of the connected privileges came to materialize.
But, it is known, in the province too, truth is an appearance to wear, and the Saconti benefit of great respect. Respect maybe due more to the Tasconi, thanks to the spices and roots offered by Pietro, delivered for exotic places.
It seems spices were never enough in town, nobody dared to praise their aphrodisiac qualities, and the comments not devoid of winking looks concentrated on the tastiness of the cinnamon chicken cooked by Madam Francesca, the daughter of the notary, and on the exquisiteness of the pork marinated in ginger and sichuan pepper, that Giorgio Albani, husband of the milkwoman, used to sustain his lazy days, while contemplating the jagged horizon of the Umbrian hills.
The pheasant, she was as well coming from far away. The uncle Filippo, brother of Brizio’s father, tireless traveler, needed no tricks for her to follow him aboard the ship that from China set out back to the mediterranean sea.
Maybe tired of the humid climate she was born in, maybe attracted to the ocean she had been smelling all her life, took the decision and did not lose sight of Filippo, if not for few moments, in which he was busy in affairs not appropriate to a real pheasant as she was.
Honestly Filippo would have preferred that a male pheasant took part in that perilous crossing.
The males of Chrysolophus pictus, so called as per binomial nomenclature, are shy as a consequence of their flashy coloration.
The plumage is a palette worth of Etruscan graves, shifting from gold to orange, fading from blood to rusty cinnamon.
Green and blue and their mixtures decorate like precious stones the back and the long tail, legacy of archaic flights.
He was followed by a female instead, brown and monochromatic as all females of the species are, but bold and independent like a woman from Macao or Siena.
The crossing, wearying for most of the people, was not for her, that had never been at the sea.
The rolling of the ship pushed by the wind, the rhythmic oscillations, the black stormy days and the azure calm ones, the sea dark and huge, the lands touched and left, the rare encounters in the middle of water, everything became familiar to her in a short time, darling of the crew, ocean-pheasant.
They arrived on a rainy day, in August, the puzzled pheasant in front and Filippo following, tanned and loaded.
Somebody gave them a lift from the coast till below Orvieto, letting them climb the hill with their own legs (and paws).
The ascent, the rain, the oppressive heat and the effort due to the long trip almost at the end, played with the mind of the pheasant, whose emotions winded up in bends as steep as the turns of that climb.
For a moment she thought of being just awaken out of that dream which the ship, Filippo, and the trip itself were part of. She felt like she never left and the disappointment changed into nostalgia when she became aware of new and unknown details, and then again into bliss when out of last turn she saw the valley, luxuriant of poplars and chestnuts, and on the other side the tall and thick walls of the city, the voices in that bouncing and singing language, and the smell of food she never experienced before.
Brizio was busy with ordering glass bottles in the same line, each with a different size and color, without any structure that could reveal a mental arrangement.
The clamour coming from outside was getting closer and closer, it made the fragile bottles jingling, softly, still enough for Brizio to comprehend the exceptionality of the event.
Filippo, the uncle from the East, of whom he only heard about, entered the town, welcomed with festive shouts, hugs and collective excitation.
Still behind his uniform barricade of glass, Brizio did not move, continuing unperturbed the role play of his beloved bottles.
A beak made his appearance through the door slightly open, a beak small and yellow, then an eye, curious and inquiring, and at last a neck and a paw.
The pheasant, escaped the pinches, deceptive caresses, pats and threatening words by the ones that came welcoming Filippo, and sneaked in the house to look for some peace.
Already used to many people and attentions, she did not flinch in discovering that someone else was in the room. She got closer to the bottles and put the beak in the neck of each to savor the air inside.
Brizio, usually jealous of his row of glassy vessels, let the pheasant carry on with the tasting, who knows, maybe, he would finally understand the meaning, of that accurate game.

  1. Born in the city of Cortona

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